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Silvia è un’amica di Expatclic, che è appena tornata a Dhaka, dopo che ci aveva vissuto dal 2005 al 2008. La ringraziamo per questo lungo articolo pieno di spunti interessanti.

 

Sono arrivata a Dhaka, per la seconda volta, verso la fine di gennaio di quest’anno. La prima volta arrivai a Dhaka con la mia famiglia (due figli di 13 e 12 anni al seguito) nel luglio del 2005, il periodo dell’anno in cui i livelli di umidità atmosferica erano quasi impossibili per noi occidentali. Poco dopo, il 17 agosto dello stesso anno, scoppiarono in simultanea ben 400 bombe rudimentali in diverse parti del Paese. Lo spavento iniziale costrinse noi internazionali a limitare le nostre uscite e a rimanere nelle zone cosiddette “diplomatiche” dove la sorveglianza era assicurata. In seguito la situazione si stabilizzò e, a parte gli scioperi nazionali molto frequenti o le dimostrazioni politiche a favore dell’attuale presidente, la vita sembrava scorrere in modo quasi normale.

Mio marito ed io non amiamo ritornare a vivere nei luoghi in cui eravamo già stati, per due motivi: a) sappiamo che la stragrande maggioranza delle persone che avevamo conosciuto in precedenza si trova in altre parti del mondo; b) si perde, purtroppo, il gusto bellissimo dell’avventura che porta alla scoperta del luogo in cui si vive con spirito leggero, allegro e fiducioso.

Dhaka-Health2A distanza di anni, ho trovato Dhaka cambiata: nella zona preferita dagli internazionali, Gulshan 2 e Baridhara, stanno sorgendo mega palazzi dall’architettura moderna e lussuosa. Mi domando se questa esplosione di cemento, senza un adeguato piano regolatore, sia davvero necessaria in una città come Dhaka che, a mio avviso, si può definire “la città delle contraddizioni”: da una parte appartamenti enormi e super lussuosi, e dall’altra la gente che vive per strada o i bambini che rovistano nell’immondizia insieme ai corvi. Questi innumerevoli cantieri sempre operanti notte e giorno hanno cancellato i pochi punti di riferimento che avevo in questa città già di per sé molto caotica; il risultato è una sensazione di sconforto quando non si riesce più ad arrivare di fronte al negozio o all’abitazione che si conoscevano in passato; al loro posto, purtroppo, si trovano costruzioni di tutt’altro tipo.

Attualmente sono alla ricerca di un appartamento arredato per me e per mio marito; è un’impresa incredibilmente ardua, perché gli appartamenti a disposizione sono troppo grandi per due persone e perché è difficile trovare un appartamento arredato secondo i nostri gusti occidentali. Negli anni passati avevo spedito tutte le mie masserizie ed avevo acquistato in loco alcuni mobili in bamboo, belli e confortevoli. Arredare un appartamento con mobili in bamboo è abbastanza semplice e poco costoso; occorre, tuttavia, una buona dose di pazienza per riuscire a trovare ciò che si desidera in tempi abbastanza contenuti. Chi è già stato a Dhaka sa, infatti, che il traffico cittadino è assolutamente impossibile in alcune ore della giornata; per una semplice visita ad un solo negozio si rischia di impiegare ore! Con disappunto ho constatato che Il traffico cittadino, l’inquinamento acustico e l’inquinamento atmosferico sono notevolmente peggiorati negli anni.

10327248_10203450606163782_175337405_nDurante la mia prima visita in Bangladesh ebbi la fortuna di visitare diverse zone del Paese. Quando si esce dalla caotica Dhaka si possono apprezzare la quiete del paesaggio, la bellezza della natura ed i colori splendidi dei villaggi. Non soltanto ci si sente improvvisamente catapultati in una dimensione prettamente bucolica dal sapore antico, ma si possono apprezzare la semplicità e l’ospitalità della gente locale. Ricordo di essere stata ospite di alcuni stranieri che noleggiavano imbarcazioni più o meno grandi per il fine settimana ed insieme a loro compivamo delle mini-crociere sul fiume. Questa è un’ottima opportunità per rigenerare la mente e per scattare delle foto incredibili, un’opportunità che consiglio a chi si trasferisce a Dhaka.

Come scrive Paola, a Dhaka ci si può inventare la vita che si vuole: c’è chi ama frequentare i club per gli stranieri, imparare uno sport, organizzare competizioni o eventi di diverso tipo, e c’è chi invece preferisce semplicemente mettersi al servizio di chi ha bisogno di aiuto.

Dopo poco tempo che ero arrivata a Dhaka, sistemato l’alloggio, aiutato i figli ad introdursi nell’ennesima nuova scuola internazionale, conobbi una missionaria, Madre Luisa, di Piacenza, responsabile, allora, di un centro cristiano, il Centro Carlotta di Bashundara. Il centro offriva corsi pre-scolari e di doposcuola ai bambini della strada e, contemporaneamente, aiutava le loro famiglie offrendo loro cibo e vestiario. Madre Luisa è una donna ultraottantenne eccezionale, sempre pronta ad aiutare chi ha bisogno e piena di iniziative. Ricordo che allora si trovava in difficoltà per pagare gli insegnanti dei corsi di sostegno. Insieme decidemmo di fornire dei corsi base di cucina italiana al personale di servizio degli stranieri in modo tale da usare il ricavato a beneficio dei bambini di strada. I nostri corsi ben presto divennero un vero successo. SpezieRicordo che il primo giorno ben 32 persone si presentarono al Centro per imparare a cucinare all’italiana! Le ricette erano semplici e facili da realizzare, basate prevalentemente sugli ingredienti di facile reperibilità nei mercati locali. Mi occupai della realizzazione dei corsi e della stesura di una piccola raccolta di ricette scritte in inglese che, in seguito, grazie all’aiuto di un’amica inglese, furono tradotte anche in Bangla. Mi fu detto che il libretto poteva essere acquistato all’aeroporto di Dhaka, che onore! Alcune signore volonterose di diverse nazionalità mi aiutarono in questa bella avventura: chi insegnò igiene, chi insegnò a come organizzare buffet e cene formali, chi insegnò a cucinare ottimi dolci, chi insegnò le ricette che meglio conosceva. Questi corsi continuano a tutt’oggi, portati avanti da altre volontarie italiane. Quando avrò sistemato l’appartamento, ritornerò al Centro Carlotta ad aiutare queste splendide signore….

Nell’attesa che mio marito ritorni dalle Sundarbans, le foreste delle mangrovie nel golfo del Bengala (Gary è a capo di un progetto per salvare la tigre del Bengala), oltre a cercare casa, mi diverto ad esplorare i vari ristoranti che sono sorti in questi anni nell’area di Gulshan 2. Penso che con poche precauzioni si possono evitare i problemi intestinali che tanto spaventano gli stranieri. Il quartiere di Banani, per esempio, la strada 11 è un pullulare di locali piacevoli sia per gustare un ottimo cappuccino in pace sia per assaggiare i piatti delle cucine asiatiche.

A mio avviso, a Dhaka bisogna osare, non aver timore degli occhietti di tante persone che ci osservano sempre, curiosi di sapere come si comporta la “scimmia bianca”, cioè noi! Piuttosto che apostrofare le persone locali in malo modo, è meglio renderli partecipi delle nostre curiosità; vedrete che sui visi di quelle personcine scure comparirà un bel sorriso che li illumina come il sole al mattino.

 

Silvia
Dhaka, Bangladesh
Febbraio 2016