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Rio de la Plata

Ringraziamo Francesca per la recensione di questo libro e per averci aperto le porte alla scoperta di questo interessante personaggio, Paolo Mantegazza.

In un inverno particolarmente freddo, nella dormiente San Miguel de Abona, tediati dalla noia, ci addentriamo nella piccola biblioteca del paesino, convinti che niente potrà alterare uno stato d’animo irrecuperabile.

Ma poi, tra un manuale sull’aloe vera e depliant sbiaditi, c’imbattiamo in un vecchio libro scritto da un autore italiano, Paolo Mantegazza, il cui titolo ci folgora all’istante: “Rio de la Plata e Tenerife”. Per noi, quasi “rioplantensi” d’adozione, “tinerfeños” di passaggio e, naturalmente, italiani di origine (in percentuale variabile), un titolo del genere vale l’estenuante pratica che ci accingiamo ad avviare per diventare soci della rinomata e prestigiosa biblioteca comunale di San Miguel de Abona.

Poalo mantegazzaTornati a casa, lo cerchiamo sul web, Paolo Mantegazza, per scoprire una personalità brillante, di quelle che non ci si spiega come abbiano fatto a fare tutte quelle cose, se la loro vita si suppone sia scorsa con la stessa velocità che quella di noi comuni mortali. Tante, infinite sono le biografie affascinanti, ma al signor Paolo Mantegazza avremmo voluto fare tante domande. Fu tra i primi divulgatori delle teorie darwiniane in Italia (e corrispondente dello stesso Darwin per diversi anni), grazie al suo romanzo, “L’anno 3000, sogno”, pubblicato nel 1897, viene considerato uno dei padri della fantascienza italiana. Fondò il primo laboratorio di patologia sperimentale d’Europa (!) e a Firenze, la prima cattedra di Antropologia, nonché il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia. Amici botanici diedero il suo nome ad una pianta: “Pànace di Mantegazza”.

Laureato in medicina, nel 1854, partì giovanissimo per il Sud America, dove rimase alcuni anni, prima di rientrare in Italia. Il diario che redasse in quegli anni, già denota l’attenzione per quei dettagli che, con gli anni, gli faranno scegliere di dedicarsi intensamente alla sua grande passione: l’antropologia. Nel viaggio di ritorno dal Sud America si ferma a Tenerife (non precisa la data, per non compromettere il capitano inglese della nave da cui sbarca in modo rocambolesco. Sull’imbarcazione infatti era scoppiata un’epidemia di febbre gialla, e le leggi in materia di quarantena l’avrebbero obbligato ad un soggiorno in Spagna. Leggi che lui riuscirà ad ovviare, sottoponendosi a quarantena direttamente sull’isola).

Finalmente sbarcato a Tenerife, ne assimila a cuore aperto la cultura, colpito dall’amabilità e
dall’ospitalità del popolo canario. Fin dai primi giorni, comincia ad esplorare il territorio: “A Teneriffa le sorgenti scaturiscono quasi tutte dalle selve; per cui queste portano nel loro nome anche quello dell’acqua; così abbiamo i boschi di Agno, Ifansa, Agua Garcia, Agua Mercedes, ecc.”. Infinite descrizioni della flora di Tenerife riempiono i suoi diari, ma altrettanto attenta è la sua penna quando descrive il popolo canario: “Benchè le sette isole dell’Arcipelago Canario siano cosi strettamente legate in un vincolo di fratellanza, pure presentano già alcune differenze nel carattere dei loro abitanti, le quali si devono sicuramente ai diversi costumi, che alla lor volta nacquero dal diverso suolo e dagli svariati suoi prodotti. Così per esempio gli abitanti dell’ isola di Palma sono molto tristi, e a Teneriffa tener la palmerada vuoi dire lo stesso che avere lo spleen.”

Rio de la plataL’anima dell’antropologo non può non spingerlo ad approfondire lo studio del popolo dei Guanches, a cui dedica intere pagine dei suoi diari. Interessante a proposito, la riflessione in merito alla constatazione che i Guanches, maestri nell’arte della guerra, e con una consolidata struttura sociale, non sapessero navigare. Mantegazza aveva osservato come popolazioni indigene del Perù, dell’Australia e della Polinesia, pur nella loro semplicità, avevano saputo sviluppare alcune tecniche di navigazione, mentre i Guanches, pur essendo abitanti di isole, e quindi circondati dal mare, e provenienti dall’Africa (Mantegazza sostiene l’origine Berbera dei Guanches), non possedevano nessuna tecnica di navigazione: “Il problema più oscuro, e più singolare che riguarda la storia dei Guanches, e che per noi è unico nei costumi dell’umana famiglia, è la loro assoluta incapacità al navigare. Gente che era venuta dal mare, che ascendendo sul picco vedeva schierato ai suoi piedi un arcipelago di isole e che viveva in isole, e che seduta sulle coste infinite poteva quasi stendere la mano ai fratelli, dai quali erano separati da facile viaggio e dal tendersi di una vela, viveva isolata sul suo scoglio, senza una piroga, senza una zattera.” Singolare e, ai nostri occhi, piuttosto inverosimile, la spiegazione che ne da Mantegazza: “I primi popoli che popolarono le Canarie vi furono forse portati da qualche fiera burrasca che per molti e molti giorni dovette lasciarli in pericolo della vita; e là sull’onda del mare e fra le angoscie della morte fecero voto, che se mai giungessero a toccare una riva ospitale, non solcherebbero più mai l’Oceano. E il giuramento fatto dai padri fu serbato dai figli come cosa santa e ch’era divenuta una religione nazionale. Confesso che in altro modo io non saprei spiegarmi un fatto che contraddice le leggi più fondamentali della mente umana, i costumi più universali di tutti i paesi e di tutti i tempi.”

Il libro di Paolo Mantegazza si può scaricare gratuitamente su google books, anche se i capitoli su Tenerife sono marginali rispetto al resoconto che l’autore fa del suo soggiorno in Sud America. Per me comunque è stata una lettura inaspettatamente divertente: traspare tra le righe un senso dell’umorismo che potrebbe già definirsi “italiano”, sebbene lo stato italiano fosse appena nato e mancasse ancora d’identità nazionale. Paolo Mantegazza, come accennato nel titolo, fu deputato e senatore, e quanto mai attuale è la definizione che fa del nuovo parlamento italiano: “Il più alto laboratorio di forze disperse. Qui abbiamo la più alta perfezione di un meccanismo al rovescio, dove cioè quasi tutte le forze si trasformano in attriti”.

Particolarmente toccante, per chi vive all’estero, per chi si accinge a farlo, e per chi si trova per la prima volta a confrontarsi con una cultura diversa, è la riflessione con cui inizia il suo libro e che accompagna probabilmente la sua intera opera: “Il cambiar clima guarisce molti mali, così come l’emigrazione purga e guarisce molte nazioni. Povero quel paese che non abbia una terra lontana e quasi sua, dove possano trapiantarsi i violenti e gli impazienti; dove possano errare le comete della società civile; dove possano guarirvi gli ammalati nel sangue o nel cervello. Non parlo dei pochissimi che malati nel cervello o nel cuore emigrano per fuggire da sé stessi, ma con sé stessi bestemmiano sempre e di sé stessi maledicono in ogni terra e sotto ogni cielo. Il mio libro non è un punto d’ammirazione né uno sprezzo di straniero intollerante; è la semplice e schietta espressione del vero; e alla sincerità più scrupolosa del viaggiatore ci tengo come a diritto di uomo onesto […] Le descrizioni dei viaggi sogliono piacere ai più appunto perché soddisfano ad uno dei più intensi bisogni del cervello umano; muoversi, vedere, variare gli orizzonti e le idee; e perché in una volta sola appagano quei altro bisogno caldissimo del cuore, di conoscere e di amare molti e molti uomini che sotto altri cieli e in altre terre come noi nascono e muojono come noi soffrono e sperano. Possa il mio libro, modesto e schietto com’è, rispondere a questi due bisogni del cervello e del cuore. E avendo finito, io vi saluto. Pavia, 17 marzo 1867.”

 

Francesca
Tenerife, Spagna
Marzo 2016

La recensione di Francesca è stata pubblicata sulla rivista Vivitenerife – Febbraio 2016