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Vita da taxi

E’ vero che a Jakarta i taxi sono tanti e costano pochissimo. E’ anche vero che se si è sprovvisti (come me) di autista, non restano molte alternative per spostarsi: o si guida (se si ha una macchina), ma guidare a Jakarta è un’impresa per chi di fegato ne ha da vendere, o si va col taxi (o con l’Ojek, ma di questo vi parlo un’altra volta).

Ci sono però alcuni aspetti “dell’andar col taxi” che val la pena di sottolineare, non solo per prepararvi, ma perché fanno veramente parte del folklore cittadino.

Innanzitutto, quando apri la portiera del taxi, non sai mai cosa troverai. La gamma di odori che impregna la cabina può andare dal profumo artificiale dell’Arbre Magique, al sentore di aglio schiacciato o fritto. Con tutto ciò che sta nel mezzo. E dato che l’aria condizionata a palla è di rigore nei taxi (a volte penso che gli autisti siano programmati per respirare solo con quella), aprire il finestrino è severamente vietato.

Gli autisti sono tutti gentili, o quasi. In un anno e mezzo di persone scorbutiche me ne saranno capitate due. Il sorriso, la gentilezza, la delicatezza nei rapporti qui è di rigore, e ancora di più in un servizio di questo tipo. Però il problema è che di autisti che parlano inglese ce ne sono veramente pochi. Quei pochi probabilmente vi tartasseranno di domande per allenarsi un po’…il che va anche bene, e sicuramente meglio di quello che è capitato una volta a me, che su un tragitto di 45 minuti mi sono dovuta ascoltare solo ed esclusivamente due canzoni (per fortuna alternate): “Falling from the night” e “I was born in Cilandak” (purtroppo o per fortuna per voi, non trovo nessuna delle due da condividere). Credetemi sulla parola se vi dico che sono scesa dall’auto con i nervi letteralmente a pezzi.

Ora, mi direte voi, è nel tuo diritto dire queste cose agli autisti, tu paghi per un servizio, etc. etc. Però ecco, ci sono volte in cui se non si può comunicare verbalmente, si rischia davvero di dar adito a grandi incomprensioni e suscitare sentimenti indesiderati: e chi ha voglia di stare mezz’ora su un taxi con un guidatore ingrugnito perché gli hai fatto togliere la musica che magari lui ama tanto? Io no. Preferisco I was born in Cilandak.

Questo della lingua è un grande problema. Se non parlate bahasa, i taxisti daranno comunque per scontato che sareste in grado di intrattenere Jokowi tutta la sera (Jokowi è il presidente dell’Indonesia). E di conseguenza converseranno con voi e vi chiederanno la strada. E voi dovrete spiegargliela in bahasa, oppure non spiegargliela del tutto, e in quel caso vi perderete e ci metterete il doppio ad arrivare a destinazione, su strade sulle quali la circolazione è già un tormento di suo. Sì, perché questa è l’altra cosa stupefacente dei taxi di Jakarta: son veramente pochi gli autisti che conoscono bene la città e vi sanno portare a destinazione senza colpo ferire. La maggior parte si dirige verso il quartiere, e poi gira e rigira senza fermarsi a chiedere, perché questa pratica qui sembra totalmente ignorata (probabilmente ci sarà un perché). Alcuni vi chiedono addirittura che itinerario volete fare – preferite Sudirman o Pakubowono? E che ne so io? (mi verrebbe da dirgli se parlassi bahasa).

Se invece il bahasa lo state imparando, state ben attente a non lasciarlo scoprire all’autista, che di fronte a un vostro misero “selamat pagi” (buongiorno), partirà in quarta e parlerà a velocità supersonica mentre voi vi agitate sperando che non vi stia dicendo qualcosa di fondamentale per il viaggio. E se gli dite “plan plan” (cioè di andare piano) sarà ancora peggio, perché rafforzerete la sua convinzione che siete delle interlocutrici perfette, e anche in quel caso, non si sa mai cosa vi dirà e a cosa vi farà acconsentire (magari di fare la strada tre volte più lunga).

Io ormai ho adottato la mia tattica: saluto e do l’indirizzo in bahasa, quando questi partono in quarta, per un po’ faccio finta di capire e dico ya ya, quando mi scoccio gli dico “non lo so” (in bahasa, ovviamente) e questo sembra calmarli definitivamente. Poco importa se magari la domanda era “da quanto tempo vivi a Jakarta?”. L’importante è arrivare a destinazione.

Claudiaexpat, aprile 2016

Questo articolo è parte di un progetto che chiamiamo “Una finestra su…”. Scriviamo articoli brevi su un aspetto molto specifico del nostro paese d’accoglienza. Come se aprissimo la finestra di casa nostra e vi raccontassimo quello che vediamo. Saremmo felicissime di pubblicare anche quello che vedete voi. Scriveteci!