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Cancro Barbara

In occasione della nostra campagna sulla salute in espatrio, voglio condividere con voi la mia esperienza con il tumore al seno e ricordare a tutte l’importanza di effettuare l’autopalpazione con regolarità, anche se pensate di non essere a rischio. 

Barbaraexpat (Barbara Amalberti

 

“E queste sono le notifiche dei tumori al seno di quest’anno”, disse David davanti ad uno schedario che riempiva un intero muro.

Era il mio primo giorno di lavoro al Cancer Council Victoria (Centro di Ricerca sul Cancro) e il mio giovane capo mi stava portando a fare un giro di orientamento nel labirinto degli archivi, dove tutte le notifiche delle diagnosi di cancro del Victoria vengono catalogate ed usate per i vari studi di ricerca.

Pur sapendo che il tumore al seno è uno dei cancri più comuni, rimasi allibita davanti al muro di fronte a me e la mattina dopo, nella doccia, pensai per la prima volta a fare un controllino.

IMG_5967Lo ammetto, sono un po’ ipocondriaca e mi è capitato di correre dal dottore con sintomi vari e il terrore di essere affetta da mali incurabili quanto improbabili, ma il tumore al seno non mi aveva mai spaventato.

Nessuna familiarità, mai fumato, non bevo alcol, non sono mai stata sovrappeso, ho sempre avuto un’ottima dieta, ho una seconda scarsa e ho allattato le mie figlie per anni!

Nonostante la mia ipocondria, in questo campo mi sentivo inattaccabile e avevo la certezza che, a dispetto del muro di diagnosi, andavo sul sicuro.

E invece alla mia prima autopalpazione sentii qualcosa di sospetto, un nodulo nel seno sinistro, una pallina sotto le mie dita bagnate, un brivido e la sensazione che anch’io avrei potuto diventare una statistica.

La mia dottoressa mi conosce da 20 anni ed è abituata a vedermi arrivare con uno dei miei mali immaginari, ma un nodulo al seno spaventa anche il più rilassato dei dottori e il giorno dopo ero a fare mammografia e ecografia, alla fine delle quali mi dissero che era necessario fare la biopsia.

Non è mia abitudine farmi accompagnare alle visite mediche, ma questa volta sentivo il bisogno di un supporto e invece di chiedere a Nigel, chiesi alla mia amica Annamaria. Intuivo che qualcosa non andava e dovevo poterne parlare nella mia lingua, essere emotiva e drammatica se necessario, o saltare dalla gioia in caso di falso allarme, essere me stessa ed essere capita. Nigel è un ottimo marito, ma da buon anglosassone, evita ogni dimostrazione estrema!

Annamaria aspettò paziente, in quel cammino che mi portava sempre più vicina a quello che non volevo sapere, riuscì a strapparmi qualche risata e mi strinse forte alla fine di quel pomeriggio.

Il mio dottore mi avrebbe chiamato con i risultati al più presto ma era ovvio che avevo il cancro.

“Ho il cancro” ripetevo in macchina tornando a casa e dovetti fermarmi quando le lacrime mi impedivano di vedere la strada. Ma riuscii ad arrivare e, stranamente, quel viaggio verso casa è il momento peggiore che ricordo. Piano piano mi sono ripresa, piano piano ho affrontato questo percorso ad ostacoli, un passo alla volta e cercando di non guardarmi indietro, né troppo avanti.

I primi giorni sono passati in una specie di nebbia, mi sentivo in ottime mani dal punto di vista IMG_6332medico ma non sapevo bene come affrontare la situazione dal punto di vista sociale. Ero consapevole dello stigma del cancro e non volevo vedere sguardi di pietà e tantomeno volevo che che quello che stavo passando venisse evitato con sguardi sfuggenti o indifferenti.

Alla fine non avevo ragione di preoccuparmi, mi sono sentita avvolta dall’affetto e dal sostegno di tutti. Gli australiani, in genere così indifferenti e sostenuti, nei momenti di crisi sono fantastici, sanno esattamente cosa dire e cosa fare. SMS, bigliettini di sostengo con parole piene di affetto e supporto, fiori, cestini di cioccolatini da persone che conoscevo appena ma che sentivano il bisogno di farmi sapere che c’erano e sapevano e non mi offrivano né pietà né indifferenza.

Amici e famiglia sparsi per il mondo si sono stretti a me e, strano ma vero, ricordo chiaramente di aver sentito quasi fisicamente il loro abbraccio e il loro affetto.

Fortunatamente non ho avuto bisogno di chemioterapia ma me la sono cavata con un giro di radio, senza particolari effetti collaterali e effettuata giornalmente per sei settimane in un ospedale vicino a casa.

Di quei mesi ricordo soprattuto i colori dell’autunno e del cielo, che non avevo mai visto così blu, e il sollievo nella consapevolezza che, nonostante fossi dall’altra parte del mondo, non ero sola nell’affrontare questa crisi.

Melbourne, Australia
Giugno 2016