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Stefania è una carissima amica di Expatclic, che ci aveva già parlato dei suoi sentimenti al ritorno in Italia dopo quattro anni di vita in India. Oggi torna tra noi per raccontarci come si è sentita quando è tornata a Chennai…per le vacanze! Grazie di cuore, Stefania. 

 

L’esperienza mi ha fatto coniare un paio di regole auree, quando si tratta di guardarsi indietro: mai andare a vedere il film tratto da un libro che mi ha appassionato e mai tornare in un luogo di cui ho un ricordo positivo. La ragione è la stessa per entrambe le situazioni: il rischio è una cocente delusione.

Siamo rientrati l’anno scorso da un espatrio di 4 anni in India. Per me ambientarmi non era stato facile, ma col tempo avevo imparato ad apprezzare alcuni aspetti di quel paese e alla fine andarmene mi era spiaciuto. La nostra partenza era stata uno stillicidio di “si va, non si va”, anche quando le etichette erano già attaccate sulle scatole che imballavano le nostre cose. Anche i commiati erano stati incerti: salutiamoci, ma forse ci rivediamo presto… Poi l’addio è diventato definitivo, lasciando però un retrogusto di incompiutezza.

Durante questo tempo in Italia, i miei figli hanno chiesto spesso di tornare a Chennai per salutare gli amici che ancora abitano lì, i loro compagni di adolescenza. Quest’estate, complice una riunione di lavoro di mio marito a Chennai, capitoliamo e decidiamo di tornare sui nostri passi. A dire il vero curiosa lo ero anch’io. Mi sono chiesta se mi sarei sentita un outsider, dato che non vivo più lì, e se sarei stata capace di fare la semplice turista. Che effetto mi farà rivedere quei luoghi con maggior distacco? Sarà davvero una cocente delusione? Il tempo avrà edulcorato i ricordi?

Photo credit ©Carlo Sem

Photo credit ©Carlo Sem

Il dado ormai è tratto: la prenotazione del volo confermata. Mi viene da sorridere immaginando di immergermi di nuovo nella confusione chennaita, ma in verità non so bene cosa aspettarmi.

Rimugino su queste cose al Gate C15 di Francoforte; intorno a me sento telefonate ad alta voce in tamil e vedo bambini indiani dappertutto: sui passeggini, in braccio o attaccati ai sari di mamme e nonne. Già qui sono tanti, i “Tamilli”: non mi ricordavo più di come ci si sente numericamente inferiori.

All’aeroporto di Chennai l’interminabile fila all’immigration, il caldo appiccicoso nonostante siamo in piena notte, i clacson sono tutte cose familiari. Svicolo abilmente tra la moltitudine di persone senza urtarle; attraverso spavaldamente davanti a macchine che incedono veloci, sopporto le lungaggini burocratiche con una nonchalance da nativo del luogo. Queste cose ormai fanno parte di me: comportamenti che scaturiscono al momento opportuno, senza bisogno di pensarci. Come andare in bicicletta: una volta appreso non si disimpara più.

Quando usciamo mi riempie di tenerezza Raghu, il nostro autista per quattro anni, che è venuto ad aspettarci all’aeroporto anche se non lavora più per noi, anche se sono quasi le due del mattino e lui prende servizio alle sette. È venuto per salutarci: non voleva perdere l’occasione di rivedere i miei figli, di commentare su come il piccolo gli sembri cambiato e il grande rimasto com’era.

chennai3Il giorno dopo andiamo a scuola. I ragazzi non stanno più nella pelle, vogliono andare a salutare i professori, a ritrovare i compagni, a rivedere i loro luoghi. Il mio minore, che ora frequenta un’altra scuola internazionale in Italia, lo stesso ragazzo che quasi tutte le mattine si alza sperando in qualche cataclisma che gli faccia saltare le lezioni, commenta: “Certo che questa scuola è proprio bella!”

Dopo la prima notte passata in albergo con me e mio marito, i miei figli inanellano una catena di sleep over dagli amici e quasi non li incontriamo più, fino al giorno della partenza.

La scuola è stata anche il mio punto cardinale. La trovo rinnovata, con i cortili rifatti, gli uffici nuovi. Rivedo l’Head of School, i Principal, le segretarie, il bibliotecario: sono sorpresi che sia qui, mi chiedono se ci fermiamo. Ci sono anche tante facce nuove, che non so collocare.

Ritrovare le amiche è una festa; non sono molte quelle ancora qui, ma sembra di essersi lasciate dieci minuti prima, nonostante io non tenga contatti con Facebook. Si confrontano i racconti, i ricordi: “A che anno sei?” “È il mio quinto.” “È il mio terzo.” “Pensa che doveva essere un anno solo!” Chiedo se ci sono ancora questa e quella, in che altro paese si sono spostate.

Si confondono le persone che si sono conosciute e frequentate: “Ma tu hai conosciuto Tizia?” “Sì, è arrivata al mio quarto anno.”

Le ere degli espatriati: anno tertio ex-patria.

Mi faccio raccontare dell’alluvione che ha colpito la città nel dicembre 2015. Le testimonianze concordano: il disagio c’è stato, ma nulla al confronto di quello che hanno passato gli autisti, le domestiche e le loro famiglie nelle loro abitazioni.

india-fruit-shopNei giorni successivi voglio tornare nei negozi dove ho sempre fatto la spesa, quelli delle persone del posto, non quelli per stranieri. Sono curiosa di vedere che effetto mi fa. Ho ancora ben presenti la confusione, il disordine, la polvere, almeno al confronto con le asettiche corsie dei supermercati italiani. Ma l’odore che mi attanaglia no, non lo ricordavo. Un mix di spezie e sporcizia, di gelsomino e di stantîo. Anche le mie emozioni sono un mix: un po’ di repulsione e un po’ di compassione; ma anche un po’ di orgoglio per essermela cavata egregiamente in un paese così diverso e lontano geograficamente e culturalmente dal mio.

Le commesse mi riconoscono e ciondolano la testa salutandomi sorridenti. Fuori dal negozio c’è ancora lo stesso omino sdentato che aiuta l’autista a immettersi nel flusso del traffico soffiando a più non posso in un fischietto dal suono acutissimo.

Alla casa non sono voluta andare. I ricordi sono troppo personali e intimi: ho avuto paura di non reggere a vedere che ora custodisce la vita di altri.

Quando ripartiamo, i ragazzi sono stanchi e felici: hanno rinforzato dei bei legami di amicizia.

Per me si è compiuto un ciclo; il commiato definitivo finalmente c’è stato. A volte prende il dubbio, stando lontani: non sembra di aver abitato proprio lì, di aver percorso tante volte quelle strade. Tornare qui è stato come avere la controprova che non è stato tutto un sogno o un’illusione. Ebbene sì: tutto è successo davvero, le persone e i luoghi sono ancora lì a testimoniarlo. Però è altrettanto vero che, nonostante questo posto ormai mi appartenga, sono io che ‘don’t belong here anymore’. Questi pochi giorni sono il tempo massimo che mi è concesso prima di cominciare a sentirmi completamente fuori posto, senza uno scopo o un ruolo.

Tutto sommato il bilancio è positivo: sono contenta di aver infranto una delle mie regole auree. Chissà forse deciderò di tornare sui miei passi anche nei luoghi dei miei altri espatri.

 

Stefania Scardigli
Milano, Italia
Settembre 2016