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Landscape in Olancho

Un’avventura a lieto fine dei tempi in cui Claudiaexpat viveva in Honduras.

Quanto sto per raccontarvi è successo tanto tempo fa, ma nella mia memoria è molto nitido. Fa parte del bagaglio dell’espatriata sprovveduta, e oggi ci rido sopra, ma ogni volta che lo racconto mi torna un leggero brivido freddo nel pensare a cosa sarebbe potuto succedere.

Nel 2001 vivevo a Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras, e mi ero comprata una Jeep di seconda mano che mi aveva dato solo problemi. Quando una mia amica in partenza mi propose di comprare la sua Toyota Corolla, decisi di vendere la Jeep. A Tegus uno dei modi che andava per la maggiore nel vendere i veicoli era l’annuncio su uno dei due quotidiani più letti: El Comercio o El Heraldo. Non ricordo più quale dei due fu il responsabile di questa (dis)avventura, ma poco importa. Di fatto una sera mi chiamò al telefono un signore dall’aria molto simpatica, dicendomi che abitava a Olancho (da tutti considerato come il Far West dall’Honduras) e che il giorno dopo suo figlio sarebbe venuto a Tegus a sbrigare qualche faccenda e ne avrebbe approfittato per provare la mia macchina: se gli fosse piaciuta, l’avrebbe comprata e se la sarebbe portata via immediatamente. Fissammo un appuntamento per le dieci del mattino nel parcheggio di una famosa emittente televisiva. Quando arrivai, il supposto figlio mi aspettava appoggiato a un’enorme auto, uno di quei 4×4 che fanno anche da camioncino. Lo riconobbi dal cappello da cow-boy che portava. Tutto, nella mia stupida testolina, coincideva: aveva un grande 4×4 perché veniva da una grossa finca (tenuta) di Olancho, dove quel tipo di auto è necessario, e indossava il tipico cappello da cui gli olanchani non si separano mai, o almeno così mi era stato detto.

Mi era altresì stato detto che gli olanchani non sprecano tempo a pettinare le bambole. Tutte le amiche honduregne con le quali avevo fatto la mia quotidiana lezione di ballo quella mattina si erano congratulate con me per la prospettiva di vendere la macchina così rapidamente.

Il tipo aveva anche l’aria molto simpatica e con un sorriso amabile mi propose di lasciare la sua supposta auto parcheggiata lì, e di andare senza indugio a provare la mia Jeep. Gli cedetti il posto di guida, e chiacchierando ci avviammo verso un viale periferico, dove avrebbe potuto far prendere velocità all’auto e sentirne così cantare il motore. Neanche per un attimo considerai che stavamo lasciando la città, e non mi preoccupai nemmeno quando lo vidi imboccare un sentiero che entrava in un bosco, uno dei tanti di cui la periferia di Tegus era ricca all’epoca (e forse ancora oggi, me lo auguro). La giustificazione che mi diede mi parve più che logica: voleva provare il 4X4 su un terreno diverso dall’asfalto della città. Sempre chiacchierando amabilmente ci addentrammo nel bosco, e a un certo punto lui fermò la macchina e mi annunciò che era giunta l’ora di guardare il motore. Non ebbi niente da obiettare neanche quando, raggiungendolo giù dalla macchina, lo vidi con una grossa pietra tra le mani. “La metto dietro la ruota posteriore, così non rischiamo che la macchina vada indietro”, mi spiegò. Non notai nemmeno che la macchina era perfettamente in piano, commossa com’ero dalla cura che il tipo si prendeva della mia macchina e dall’interesse che dimostrava. Non so cosa lo indusse a mettere davvero la pietra dietro alla ruota e a non darmela in testa per tramortirmi e portarsi via la mia macchina e la mia borsa. Oggi mi dico che dovevo essergli sembrata talmente gonza, che ha avuto pietà di me. O forse gli ero semplicemente simpatica, anche se questa spiegazione mi pare meno plausibile. Di fatto controllò in lungo e in largo il motore, e si dichiarò soddisfatto. Riprendemmo il cammino verso la città, mentre mi spiegava che la macchina era perfetta per le esigenze della sua finca, e che l’avrebbe sicuramente comprata, ma che prima voleva verificare quanto gli sarebbero costati dei pneumatici maggiorati. Continuando a raccontarci le nostre rispettive vite, ci incamminammo verso il centro e il gommista, dove lo aspettai in macchina mentre lui chiedeva le informazioni che pensavo necessitasse.

A quel punto si era fatto tardi e dovevo andare a prendere i miei bambini a scuola. Lui però voleva controllare tutti i documenti della macchina prima di passare in banca a ritirare i soldi per comprarla, e i documenti erano a casa! Che fare? Gli proposi di passare dalla scuola dei bambini e di venire poi a casa con noi a controllare l’incartamento. Gli sembrò un’idea stupenda.

Lo lasciai in macchina fuori dalla scuola ed entrai leggera come solo le oche giulive san fare, dicendo ai bambini che avevamo già trovato un acquirente per la macchina, e che sarebbe venuto con noi a casa. All’uscita, che ci crediate o no, era lì che ci aspettava come un papà o un amico di lunga data. Fu contentissimo di conoscere i bambini, che trattò con infinita simpatia, mentre al volante della mia Jeep seguiva le mie istruzioni per arrivare alla nostra isolata casa.

Our house in Tegus

La nostra casa a Tegus

Una volta entrati gli offrì un caffè e andai a prendere i documenti dell’auto. Lo ritrovai che passeggiava per la casa guardando ammirato tutte le stanze. Si profuse in complimenti su quanto era accogliente e simpatica la nostra casa, e si intrattenne a guardare i disegni dei bambini. Poi controllò rapidamente i documenti e mi disse che per lui era tutto ok. A quel punto mancavano solo i soldi (mi aveva anticipato che mi avrebbe pagato tutta la somma e avrebbe fatto lui il passaggio di proprietà in Olancho, mi era sembrata un’altra brillantissima idea), e mi chiese dunque di accompagnarlo in banca per ritirarli. Non mi passò neanche per l’anticamera del cervello che le banche a quell’ora cominciavano ad essere chiusine…per me gli olanchani avevano il potere di farle restare aperte con la forza della mente! Gli dissi che lui avrebbe potuto guidare la Jeep e io l’avrei seguito con la Toyota che la mia amica mi aveva già dato. C’erano però ancora solo due piccoli dettagli, mi disse: uno, voleva togliere dal vetro l’annuncio che io avevo scritto in cui dicevo che la macchina era in vendita, e due, mi chiedeva se poteva togliere l’autoradio nuova di zecca di cui avevo dotato la Jeep, perché voleva lasciarla a suo cugino che abitava a Tegus e aveva una macchina simile. Tanto a lui non importava avere la musica mentre scorrazzava tra i campi. Non ebbi nulla da obiettare, e chiesi alla mia fida Teresa di aiutarmi a togliere la scritta dal vetro, mentre lui smontava l’autoradio. Teresa mi disse dopo (un po’ tardi ma meglio tardi che mai) che lei aveva capito tutto: la disinvoltura con cui il tipo smanettava sui fili dell’autoradio e il suo sentore culturale l’avevano convinta che fosse un malintenzionato, e pare addirittura che tra i due sia intercorso uno sguardo truce, che più o meno diceva così:

Lei: “A me non la dai a bere, ho capito che sei un farabutto, guai a te se torci un capello alla mia signora!

Lui: “Il capello lo torco a te se canti”.

E così lui smontò l’autoradio, io salutai i bambini, Teresa rientrò in cucina sconfitta, e non so, credetemi, non so da dove ripescai in quel momento un barlume di lucidità, ma decisi di non seguirlo con la Toyota, bensì di salire in macchina con lui e rientrare in taxi, dopo la banca. Lui si mostrò un po’ preoccupato all’idea che tornassi in taxi con “tutti quei soldi che avremmo prelevato”, ma gli dissi di non preoccuparsi, che ero grande e accorta, mica mi facevo rubare i soldi così!

Quindi via di nuovo in macchina a chiacchierare. A quel punto eravamo talmente amici che io gli avevo già garantito che l’avrei sempre ospitato, se si fosse trovato di passaggio a Tegus, e lui mi aveva invitato a un barbecue nella sua finca, addirittura avevamo cominciato a discutere il menù.

Quasi arrivati in città, mi chiese se poteva passare rapidamente a lasciare la radio al cugino, che altrimenti poi sarebbe uscito. Ci inoltrammo dunque in un quartiere che non conoscevo per niente, in una zona della città dove non ero mai stata prima. Parcheggiò l’auto in una piazzetta molto simpatica e mi disse di aspettarlo che sarebbe tornato subito, lasciò anche una busta di documenti che si era portato in giro tutto il giorno. Aspettai e aspettai, e dopo quindici minuti la nebbia che mi aveva appannato il cervello tutto il giorno cominciò pian piano a diradarsi. Ma non potevo ancora crederci: possibile che avesse fatto tutto quell’ambaradan solo per rubarmi un’AUTORADIO????? Avrebbe potuto tramortirmi e scappare quando eravamo nel bosco, o portarsi via la macchina mentre ero dentro la scuola a prendere i bambini. Di colpo mi prese un panico totale: e se avesse voluto vedere la casa per poi tornare ad assaltarci magari in piena notte???? Scesi dalla macchina e mi avviai sulla stradina dove lo avevo visto scomparire. C’era solo un signore in sedia a rotelle, che mi guardò come se fossi una marziana e alla mia domanda rispose che di lì non era passato nessuno. Qualcosa mi disse che era meglio levar le tende. Tornata in macchina, aprii la busta che il mio amico aveva lasciato lì: conteneva la spessa copia di un quotidiano di un mese prima. Misi in moto la macchina (in tutto questo non vi ho detto che in quei giorni aveva dei problemi di batteria e non sempre si riusciva a metterla in moto), che per fortuna partì subito, e guidai verso casa come se mi avessero appena estratto dalla centrifuga di una lavatrice industriale. Rimasi sotto shock per un paio di giorni, anche se la sera stessa, ragionando sulla cosa, non riuscivo a scuotermi di dosso l’impressione che il tipo mi si era davvero affezionato, e che non sarebbe tornato a derubarmi in casa. In fondo, mi son detta tante volte, magari gli è sinceramente dispiaciuto non potermi avere ospite nella sua bella finca di Olancho.

 

Claudiaexpat
Gerusalemme
Gennaio 2014