Home > Vita d'Expat > Trasferirsi > Aiuto domestico, il lato umano

Questo articolo raccoglie le testimonianze di alcune redattrici dell’equipe di Expatclic.com, che si concentrano sull’esperienza umana tratta dalle persone che le hanno aiutate nel corso dei loro lunghi espatri.

Testimonianza di Claudiaexpat
Testimonianza di Erikaexpat
Testimonianza di Giuliettaexpat
Testimonianza di Silviaexpat

Sono cresciuta senza domestiche o aiuto di altro genere. In casa mia faceva tutto mia madre, con l’aiuto mio e di mia sorella appena ne siamo state in grado. La figura della « domestica » mi era quindi totalmente sconosciuta, quando sono approdata in Africa e mi sono dotata, come tutti, di un aiuto in casa, e ricordo che i primi tempi avevo delle enormi difficoltà a venire a patti col fatto che pagavo una persona e che questa era dunque « al mio servizio ». A dire il vero in Sudan la questione era regolata a livello collettivo nella grande casa che ospitava un sacco di colleghi, e la ragazza eritrea che ci teneva pulite le stanze e stirava i nostri vestiti non la incrociavo quasi mai. In Angola credo di aver avuto una ragazza per quattro giorni : il tempo necessario al capo della cittadina, nostro collega e mafioso, di rendersi conto che lei stava lavorando per noi, e di minacciarla se avesse continuato. E’ stato dunque a Bissau che ho provato per la prima volta cosa vuol dire avere una batteria di persone a servizio. Lasciatami convincere un po’ dal fatto che approdavo col mio primo bébé, un po’ dalle oggettive difficoltà logistiche di quella disastrata capitale, ho accettato una donna delle pulizie (perchè la casa era grande e si riempiva costantemente di polvere), una cuoca (perchè era difficile trovare tutti gli ingredienti necessari a preparare un pasto bilanciato) e un guardiano (perchè Bissau era estremamente pericolosa e non potevamo dormire notti tranquille senza qualcuno che sorvegliasse la casa). In realtà l’unica che si è rivelata veramente utile e professionale è stata la cuoca Hilena, che seguendo i rigidi insegnamenti portoghesi, ci propinava ogni giorno la stessa zuppa (che io adoravo e mio marito odiava), ma soprattutto che si sobbarcava l’onere di far la spesa tutti i santi giorni (non potevamo conservare niente perchè non c’era mai elettricità).

Segunda con Alessandro

Segunda con Alessandro

La domestica Segunda (così chiamata perchè nata dopo la sua gemella, che si chiamava Dominga – domenica in portoghese, mentre Segunda Feira vuol dire lunedì) era una simpatica cialtrona che appena poteva si metteva a gambe all’aria a rinfrescarsi. Ioia, il guardiano, era una macchietta difficile da descrivere – ancien combattant, teneva in sgabuzzino il suo vecchio fucile, dormiva tutta la notte e se lo rimproveravamo perchè i ladri dovevamo farli scappare noi (giuro che è capitato !), andava in giro nel quartiere a dire che questi bianchi erano un po’ svitati e avevano le visioni. Devo però dargli atto del fatto che mi ha introdotta ad alcune usanze culturali per me davvero inedite (e alquanto inaccettabili) : ad un certo punto si è portato a casa (nostra) la moglie che aveva appena dato alla luce due gemelli, un maschio e una femmina. Il maschio urlava a pieni polmoni, la femmina stava sempre zitta.

Insospettita da questa dinamica, ho cominciato a far visita spesso alla madre nella sua stanza sul retro del cortile, per scoprire che in mancanza di sufficiente latte, stava lasciando morire la bambina, dato che è usanza cercare di sbarazzarsi di questo inutile fardello, nel caso vengano messi al mondo dei gemelli. Non so se ho fatto bene, comunque ho salvato la piccola da morte certa, imponendole il biberon e portandola dal pediatra di mio figlio per assicurarmi che riprendesse dei normali ritmi di crescita. Con Hilena la cuoca il rapporto era molto bello: era sempre allegra, intelligente e svelta, affettuosissima, e molto brava ai fornelli. Verso la fine del nostro soggiorno a Bissau, ci è anche capitato di uscire insieme di sera in un paio di occasioni – concerti, recite. Ci metteva un tempo infinito a prepararsi, ma era una compagnia veramente piacevole. Quando ci siamo salutate perchè rientravamo in Italia mi ha detto « per favore, non lasciare che Alessandro si dimentichi di me ». Cosa un po’ ardua, dal momento che il bimbo aveva solo due anni e mezzo all’epoca, ma che ho tentato di onorare parlandogli sempre di quanto Hilena gli volesse bene e facendogli vedere spesso la sua fotografia. Quando ripenso ai tempi sempre più lontani di Bissau, rivedo la nostra casa in un quartiere vivace, con tutta questa simpatica gente che andava e veniva, Ioia che giocava a dama sotto all’albero di fronte a casa, Hilena che rientrava dal mercato con un pollo (vivo) nel sacchetto, Segunda col suo sorriso infinito che si sedeva sullo sgabello nel retro della casa.

Hilena nella nostra cucina

Hilena nella nostra cucina

La stessa atmosfera l’ho ritrovata, anche se in un certo qual modo diversa, perchè l’Africa può essere molto diversa da una zona all’altra, a Brazzaville, dove avevo ancora più personale – donna delle pulizie, cuoco, giardiniere e i guardiani, mandati dall’organizzazione di mio marito. Anche qui avevo la mia bella scusa : vivevamo in una casa grande e con un grande giardino, totalmente isolata dal resto della città, e avevo un bimbo di tre anni e mezzo e più avanti un secondo in arrivo. Quella che però è sempre stata la vera leva a farmi accettare di circondarmi di tutte queste persone in casa, era il fatto che appena ti installavi la gente veniva letteralmente a pregarti di farli lavorare. E perchè no, in fondo ? All’inizio abbiamo avuto una ragazza un po’ strana, che un giorno ho trovato con le mani nel mio portafoglio (è stata l’unica occasione in tutta la mia vita in cui qualcuno che lavorava in casa mia ha tentato di rubare qualcosa), e un cuoco che non sapeva cucinare. Dopo qualche tempo una mia cara amica francese lasciava il Congo e il suo fantastico cuoco quasi ottantenne, Raoul, aveva un buco di un paio di mesi prima di prendere servizio presso la famiglia che sarebbe venuta a rimpiazzare la mia amica. Io conoscevo le sue doti perchè andavo spesso a mangiare da lei, e gli ho offerto di venire da noi per quei pochi mesi. Raoul era un uomo di una dolcezza e una riservatezza squisite. Aveva cominciato a lavorare come cuoco da ragazzino, ai tempi in cui Brazzaville era la capitale della Francia Libera di Charles de Gaulle, e in città transitavano importanti generali francesi (Raoul aveva a lungo cucinato per il generale Leclerc), e la sua bravura era andata affinandosi con gli anni. Non dimenticherò mai la sua île flottante (dolce francese fatto con crema pasticcera e bianco d’uovo), il suo soufflé al formaggio, il suo ragù, ma nemmeno le freschissime insalate che preparava con infinita devozione. Quando la nuova famiglia che doveva assumerlo è arrivata, noi gli abbiamo buttato lì la proposta di restare. Sapevamo che lo stipendio che gli offrivamo noi era molto inferiore rispetto a quanto avrebbe guadagnato con gli altri, ma ci abbiamo provato. Lui ci ha pensato su un paio di giorni, e poi è arrivato dicendomi semplicemente « resto ».

Aiuto domestico brazza3Raoul aveva una nipote, Stéphanie, che cercava disperatamente lavoro. Viveva in condizioni di estrema povertà insieme alla figlia femmina (il maschio gliel’aveva portato via il marito quando l’ha abbandonata), e non aveva mai lavorato come domestica ma aveva una disperata voglia di imparare. Non so dirvi quanto le ho voluto bene. Stéphanie era una ragazza segnata dalla povertà e dalla durezza che aveva marcato la sua vita fino a quel momento, e ce l’aveva scritto negli occhi, e l’ho vista cambiare poco a poco man mano che lavorava con noi e si lasciava andare all’atmosfera affettuosa e rispettosa di cui la circondavamo. Ha imparato rapidamente le cose che non sapeva (ad esempio non aveva idea di come pulire un water) e quando aveva un po’ di tempo si metteva di fianco a suo zio Raoul per guardare come cucinava. Mi è stata vicina durante la gravidanza di Mattia, e mi aspettava con ansia al mio ritorno per conoscere il nuovo membro della famiglia. Ricordo quei primi mesi di vita di Mattia, punteggiati dallo spettro della morte di mia sorella, con un’infinita riconoscenza nei confronti di Raoul e Stéphanie, che mi aiutavano e coccolavano in maniera solida ma discreta, lui preparandomi cose deliziose da mangiare per sostenermi durante l’allattamento, lei occupandosi di Mattia quando io volevo stare con Alessandro o riposare. La guerra è arrivata da un giorno all’altro a sconvolgere le nostre vite. Abbiamo dovuto abbandonare precipitosamente il paese lasciandoci alle spalle amicizie, scuola, casa, tutta una vita insomma, ma soprattutto Raoul e Stéphanie. Li ho rivisti entrambi in fotografia quando alla fine del conflitto un nostro collega è riuscito a rintracciarli per dar loro le poche nostre cose che era riuscito a salvare dal saccheggio. Stéphanie era in stato di avanzata gravidanza. L’unico contatto che ho avuto ancora con loro è stata una lettera che Stéphanie mi ha scritto all’indirizzo di Milano, che le avevo opportunamente lasciato. Mi raccontava che aveva avuto un figlio maschio, che non c’era lavoro ed era disperata, e mi chiedeva aiuto per far partire un piccolo business di scarpe. Ho provato e riprovato disperatamente a chiamarla al numero che mi aveva dato, a cui non rispondeva mai nessuno, e le ho inviato infinite lettere alla casella postale che mi aveva indicato, senza mai avere risposte. Ho mosso mari e monti, tutti i contatti che avevo a Brazzaville, ma non c’è stato modo di ritrovarla.

Raoul (con la camicia bianca) e Stéphanie dopo la guerra

Raoul (con la camicia bianca) e Stéphanie dopo la guerra

Nel 99 si è aperto il nostro capitolo America Latina. Abbiamo vissuto quattro anni a Tegucigalpa, Honduras, durante i quali non abbiamo mai cambiato domestica. Teresa in un certo senso veniva con la casa perchè suo marito, Freddy, ci lavorava già come guardiano, e me l’ha dunque presentata. Mi è piaciuta immediatamente perchè appena dopo avermi stretto la mano ha messo in chiaro le sue condizioni senza la minima esitazione : non avrebbe lavorato più di 7 ore al giorno, sabato e domenica liberi, e un salario minimo più ore di baby sitteraggio pagate a parte. Quando le ho detto divertita che non c’erano assolutamente problemi mi ha guardata un po’ stupita, e il giorno dopo ha cominciato. Teresa era timida e discreta, faceva delle fantastiche patate fritte (che Mattia ricorda ancora) ed era instancabile. Per la sua natura piuttosto riservata non si è mai spinta molto in là nelle confidenze, ma la sua presenza in casa nostra è presto diventata indispensabile. Non so cos’avrei fatto senza Teresa quando mi sono ammalata di Dengue emorragica e sono dovuta restare una settimana in ospedale. O quando partivamo per i nostri viaggi in America Centrale e le lasciavamo il nostro cagnone Mitch. O quando un bambino si ammalava e io dovevo correre su e giù per portare a scuola l’altro. Teresa è sempre stata disponibile, silenziosamente presente, fedele. Siamo ancora in contatto. Magari ci scriviamo ogni due anni, però ci raccontiamo le nostre rispettive vicende. Lei ha continuato a lavorare all’Hatillo, lo splendido quartiere nella foresta pluviale dove abitavamo, e i suoi figli ora son grandi.

Io coi miei figli e Teresa (coi pantaloni verdi) coi suoi

Io coi miei figli e Teresa (coi pantaloni verdi) coi suoi

In Perù c’è stata la mitica Rosa, che però non è arrivata subito. La prima, Graciela, ha lavorato con noi un anno prima di sposarsi e trasferirsi nella zona mineraria. C’è poi stato un tentativo con Isabel, che però trovava troppo duro fare la strada tutti i giorni, e dopo qualche mese ha rinunciato. Con Rosa è stato amore a primo…udito ! Io avevo sparso la voce tra le mie amiche e lei mi ha chiamata per dirmi che le sarebbe piaciuto conoscerci per decidere se cambiare posto di lavoro. Già la sua voce pulita e allegra, e il suo modo di parlare vivace e preciso mi avevano conquistata. Quando è venuta a trovarci a casa e l’ho conosciuta personalmente, ero pronta a pagarla a peso d’oro. E l’intuizione si è rivelata esatta perchè Rosa per tutti gli anni passati in Perù si è rivelata molto, ma molto più di una semplice domestica. Con una storia tragica (anche lei) alle spalle, era venuta a Lima dalla sua nativa Cusco e si era fatta completamente da sola, andando letteralmente a bussare alle porte delle istituzioni straniere. Aveva lavorato per tante famiglie e accumulato un sacco di esperienza con questi stranieri mezzi matti, ognuno con le sue esigenze particolari. Puliva molto bene, stirava ancora meglio, e cucinava divinamente. E’ stato grazie a Rosa che ho potuto montare Expatclic e dargli il giusto impulso nei primi tempi, e ancora grazie a lei se ho potuto riprendere gli studi. Rosa in casa nostra si occupava di tutto. Non mi lasciava davvero niente da fare, puliva, lavava, stirava, faceva la spesa, cucinava, e spesso portava anche fuori il cane.

L'ultima foto prima di lasciare il Perù

L’ultima foto prima di lasciare il Perù

Per i quattro anni in cui ha lavorato per noi è stata una presenza fedele e devota. Dormiva a casa nostra (prima volta in vita in cui ho accettato di avere qualcuno che dormisse da noi) e quando arrivava il sabato e poteva tornare nel suo paesino, indugiava sempre perchè penso che alla fine stesse meglio da noi che a casa sua. Si è affezionata terribilmente a tutti noi, in particolare a Mattia, che l’adorava, e al nostro cane, col quale passava i mesi estivi mentre noi tornavamo in Italia in vacanza. Quando siamo partiti ha passato dei gran brutti momenti. Non riusciva a trovare una famiglia con la quale sentirsi in sintonia, e si è ridotta a fare dei lavori pesantissimi e mal pagati in fabbrica. Per un certo periodo non ho più avuto sue notizie (all’inizio ci chiamavamo al telefono e ci scrivevamo lunghe mail) e un giorno, circa un anno fa, mi ha mandato una mail dicendomi che aveva una grossa sorpresa da comunicarmi. Da un anno circa si era installata a Buenos Aires con sua figlia Diana, diciottenne, lavorava presso una famiglia che la adorava, e che aveva accolto anche la figlia e l’aveva aiutata a iscriversi all’università, e riusciva anche a mandare qualche soldo al marito rimasto in Perù. Credo che questa sia stata una delle notizie che più mi ha tranquillizzata e resa contenta negli ultimi tempi.

Pensavo che il trattamento al quale Rosa mi aveva abituata mi avrebbe reso difficile tornare ad occuparmi a tempo pieno dei lavori domestici e della cucina, e invece non è stato così. A Gerusalemme trovare aiuto domestico è molto difficile e soprattutto caro, le tariffe sono quelle europee, e tutte le amiche hanno avuto un indescrivibile carosello di filippine, srilankesi, palestinesi, russe e via dicendo, che dopo qualche giorno scompaiono nel nulla. Mi occupo io di tutto, senza impazzire e chiudendo gli occhi se ogni tanto mi turbina intorno un po’ di polvere. Quello che mi manca un pochino è una presenza del posto con cui entrare in confidenza, come succede di solito (se lo si vuole) con persone che si occupano così intimamente dei nostri spazi. Se ripenso a Hilena, Stéphanie, Raoul, Teresa e Rosa, quello che mi viene in mente non è il lavoro che svolgevano per me (che comunque ho sempre apprezzato tantissimo) ma il rapporto di fiducia e allegria che si era instaurato e che permetteva a loro di imparare, riflettere, confrontarsi con modi di vita diversi e con una famiglia straniera, e a me di avvicinarmi alle loro storie, condividere le loro difficoltà, aiutarle nei problemi quotidiani. Non le ho mai davvero considerate « persone di servizio ». Esisteva, com’è giusto, il rapporto lavorativo, con delle prestazioni da fornire che venivano retribuite, ma tutta la storia che mi ha legato a loro è stata caratterizzata da ben altri toni. Ognuna a suo modo e con la sua storia, mi hanno permesso di avvicinarmi a situazioni che non avrei conosciuto così intimamente in altri modi, e hanno spesso fatto da tramite tra me e la cultura del posto, permettendomi di entrare nelle loro case, raccontandomi le loro vite e condividendo gioie e dolori del momento. E’ vero, in alcuni paesi noi espatriati viviamo a livelli scandalosamente superiori rispetto a quelli che si può permettere il nostro « personale di servizio ». Sono grata a tutte le donne che sono passate nelle mie case perchè mi hanno aiutata a capire come superare questo gap e riuscire comunque a costruire un rapporto umano che dura per sempre.

Claudiaexpat
Maggio 2012

 

Io abito in una città relativamente recente, nata per supportare gli espatriati arrivati qui a lavorare su un giacimento petrolifero; questa recente scoperta ha generato un incremento eccezionale di posti di lavoro e nell’indotto generato dall’industria del gas and oil ci sono anche giardinieri, manutentori e donne delle pulizie.

Nell’area dove abito io l’esercito di cleaning ladies arrivano in divisa azzurra al mattino armate di “attrezzi del mestiere” e pronte ad aiutarci. Si occupano della gestione della casa: rifare i letti, la polvere, i pavimenti ma anche la lampadina rotta o l’antenna della tv non sincronizzata. Se loro non possono intervenire hanno una linea diretta con l’amministratore che manda qualcuno per sistemare. E’ una sensazione strana però: io sono sempre stata la “regina” di casa mia ed ora riesco a mantenere questo ruolo esclusivamente in cucina (luogo che per eccellenza voglio gestire da sola).

La ragazza che lavora nella mia casa si chiama Baktugul, che vuol dire fiore della fortuna, ma io l’ho sempre chiamata Bartagul (con un accento tutto italiano e tutto del nord, povera!). Ma è stata lei la prima persona che ho incontrato quando sono arrivata qui. La prima che mi ha sorriso. La prima che mi ha incontrata dopo poche ore di Kazakhstan. E’ venuta a casa mia quasi tutti i giorni. Abbiamo rifatto insieme i letti, abbiamo riso e preso insieme il caffè. Mi ha vista lavorare, organizzare feste per i bambini, piangere. Non abbiamo mai chiacchierato un granchè perché lei parla solo russo e i nostri dialoghi si sono sempre limitati a grandi movimenti delle mani, a parole mozzate, a google tranlsate (!) ma alla fine ci siamo sempre capite. Ci siamo capite con uno sguardo, ci siamo capite con i gesti e a volte poche parole valgono più di tutto. Ora Bartagul aspetta un bambino e tra poco starà a casa… e io non vedo l’ora di andare a trovarla!

Erikaexpat
Maggio 2012

Ogni volta che cambio paese una delle cose per me prioritarie è trovare un piccolo aiuto domestico, l’idea di aver tutto da fare non mi piace, ho voglia di poter scegliere cosa fare e quando farlo, e sapere che nei momenti in cui sono più impegnata qualcuno si prenderà cura della mia casa!! Negli anni ho visto passare per casa persone diverse ed ognuna di esse ha portato nella nostra famiglia un po’ del suo mondo della sua cultura e ne è ripartita lasciando un segno nelle nostre vite, un insieme di ricordi belli e meno belli…. Ho sempre cercato con tutte le persone che hanno lavorato da noi di creare un rapporto affettuoso, di stima reciproca, non mi piacciono le situazioni gerarchiche in cui sono la “signora” che dà gli ordini e loro le persone che li eseguono senza un minimo di relazione, chi sta in casa mia fa parte della mia vita!!

Sarà anche, e questo non c’entra nulla con l’espatrio, che per tutta l’infanzia e l’adolescenza la Mariuccia che stirava a casa dei miei (veniva solo per stirare una volta alla settimana) è stata per me una vera e importante presenza, l’aspettavo, stavo a chiacchierare con lei per ore, facevo i compiti al suo fianco , le ripetevo le lezioni, le raccontavo le mie storie di bambina, di adolescente e di giovane adulta…. quindi la figura dell’aiuto domestico per me è sempre stata un po’ pensata come se fosse lei!!

Diverse donne sono passate in casa nostra, con rapporti più o meno facili, e relazioni più o meno strette, a volte legate a difficoltà di comunicazione (adesso per esempio la brasiliana che lavora da me non parla una parola di francese e non è veramente facile comunicare, ci facciamo tanti sorrisi e sono diventata un campione di mimo!). In India però ho raggiunto il massimo, il massimo perchè la gestione del personale di casa, come in tutti i paesi cosi era come gestire una piccola impresa, erano tanti e anche un po’ superflui…. ho sempre chiuso un occhio sulle cose non fatte dicendomi che era il modo di far funzionare l’economia!

Comunque alla mitica Rajii, la donna, (agli inizi assecondata da una numero due assolutamente inutile che nonostante le suppliche ho eliminato rapidamente…) si aggiungevano il giardiniere, che era anche suo marito, il quale non credo sapesse distinguere una margherita da una rosa e faticava ad occuparsi di tre piante in croce e uno straccio di prato, l’omino della piscina, assolutamente incompetente, veniva tutti i giorni a togliere due foglie due, e non ha mai capito come leggere le analisi dell’acqua, unica cosa veramente importante che avesse da fare (la facevo poi io), due guardiani, quello per la giornata e quello della notte, che come attivitá passavano il tempo seduti e spesso addormentati, dimenticandosi a volte anche di fare l’unica cosa per la quale potevano essere indispensabili, cioè l’apertura del cancello e la sua chiusura! E poi per concludere i due autisti, il mio una perla che si credeva il capo-casa e dava ordini a tutti gli altri, il secondo un po’ meno perla, ma aveva capito l’essenziale: percorso casa ufficio, ufficio-aeroporto, aeroporto-casa…non chiedergli di più!

Aiuto domestico Giuli IndiaA tutto questo piccolo mondo mi sono molto rapidamente affezionata, mi hanno aiutato ognuno in modo diverso a conoscere un po’ meglio l’India e i suoi abitanti, Rajii con la sua cucina deliziosa mi ha aperto gli occhi (e le papille) sulla cucina indiana, abbiamo passato ore a parlare di cucina, io a raccontarle curiosità sulla cucina italiana e lei a svelarmi i segreti di curry, chutney & co… L’autista con la sua presenza continua, mai invadente ma simpatica mi ha raccontato nei nostri lunghi giri in macchina nel traffico di Chennai tante cose interessanti sul mio paese d’accoglienza, aneddoti per capire meglio abitudini e differenze… Un piccolo mondo che per mesi e mesi ha convissuto in allegria, ritrovandosi tutti a bere il thè preparato dalla donna al mattino, ridendo e scherzando tutti insieme con le mie bambine, …. ma quest’armonia era forse troppo bella per essere vera… Una piccola telenovelas all’indiana, una donna giovane bella e sensuale che sorride nei suoi saree colorati mentre spazza davanti alla porta di casa, un marito che forse non è proprio quello che avrebbe desiderato (colpa anche di un matrimonio combinato), abbastanza fannullone che ama passare più tempo a bere che nel giardino di casa mia, un autista particolarmente galante, sempre tirato a lucido nei suoi abiti immacolati, dei baby sitteraggi galeotti la sera e l’autista che riaccompagna la donna a casa…. e poi la scena di gelosia in giardino con il giardinere che minaccia l’autista, la donna che piange, i guardiani che fanno il tifo non si capisce bene se per il marito cornuto o per l’autista latin lover… insomma una sceneggiata in piena regola…

Alla fine siamo intervenuti noi, il giardiniere, poveretto, è stato licenziato: aveva messo le mani addosso a sua moglie davanti alle nostre figlie nel giardino di casa, l’autista ha cercato di giustificarsi raccontandomi storie assurde sulla donna di servizio, la quale a sua volta si è inventata storielle improbabili sulle presunte relazioni tra l’autista e il nuovo giardiniere (questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia sopportazione). Alla fine ho stretto i denti sapendo che non mancava molto al trasloco, l’atmosfera a casa era allucinante, i guardiani insultavano la donna quando arrivava, gli autisti delle mie amiche che spesso venivano a casa si erano schierati in due campi, quelli che appoggiavano la donna e quelli che si stringevano intorno all’autista, insomma anche nelle macchine delle mie amiche si parlava solo più di questo…. Io non ho voluto sondare, erano maggiorenni tutti e due e francamente erano affari loro, per la donna ho dato comunque ottime referenze dicendo che forse sarebbe stato opportuno fare un po’ attenzione agli uomini di casa…. nella nuova famiglia dopo qualche mese hanno dovuto cambiare gli orari al cuoco, a quanto pare il marito (sempre l’ex giardineiere) era venuto a minacciare entrambi nel giardino della nuova casa… a scanso di problemi e per non perdere ne’ la donna brava ne’ l’ottimo cuoco hanno preferito tenerli lontani con orari incompatibili!!A tutto questo piccolo mondo mi sono molto rapidamente affezionata, mi hanno aiutato ognuno in modo diverso a conoscere un po’ meglio l’India e i suoi abitanti, Rajii con la sua cucina deliziosa mi ha aperto gli occhi (e le papille) sulla cucina indiana, abbiamo passato ore a parlare di cucina, io a raccontarle curiosità sulla cucina italiana e lei a svelarmi i segreti di curry, chutney & co… L’autista con la sua presenza continua, mai invadente ma simpatica mi ha raccontato nei nostri lunghi giri in macchina nel traffico di Chennai tante cose interessanti sul mio paese d’accoglienza, aneddoti per capire meglio abitudini e differenze… Un piccolo mondo che per mesi e mesi ha convissuto in allegria, ritrovandosi tutti a bere il thè preparato dalla donna al mattino, ridendo e scherzando tutti insieme con le mie bambine, …. ma quest’armonia era forse troppo bella per essere vera… Una piccola telenovelas all’indiana, una donna giovane bella e sensuale che sorride nei suoi saree colorati mentre spazza davanti alla porta di casa, un marito che forse non è proprio quello che avrebbe desiderato (colpa anche di un matrimonio combinato), abbastanza fannullone che ama passare più tempo a bere che nel giardino di casa mia, un autista particolarmente galante, sempre tirato a lucido nei suoi abiti immacolati, dei baby sitteraggi galeotti la sera e l’autista che riaccompagna la donna a casa…. e poi la scena di gelosia in giardino con il giardinere che minaccia l’autista, la donna che piange, i guardiani che fanno il tifo non si capisce bene se per il marito cornuto o per l’autista latin lover… insomma una sceneggiata in piena regola…

La morale della storia: ascoltare sempre la mamma che dopo tre giorni che era a casa mia a Chennai mi ha detto “ma tra la tua donna e l’autista c’e qualcosa?” “NOOOO” avevo risposto io, e ho continuato a lasciarla andare a casa la sera sola con lui!!

Giuliettaexpat
Maggio 2012

 

Se penso alle tappe intercontinentali del mio espatrio, non posso non vederlo per immagini, quelle delle persone che con il loro affetto, la loro simpatia e soprattutto il loro aiuto hanno reso le nostre tante e diverse lontananze da casa più facili e ricche.

 In Armenia (2000-2001)

La nostra prima missione in famiglia, con un bebè di 8 mesi è stata a Yerevan, la capitale dell’Armenia, paese da pochi conosciuto e con una storia tragicissima alle spalle, quella appunto del genocidio armeno a mano dei Turchi Ottomani. Immaginate quindi con che spirito mi ci avvicinavo… a febbraio del 2000, un inverno gelido, la città ex capitale sovietica del vino e delle arti ridotta ad un mucchio di cenci sporchi, case derelitte, elettricità al minimo, tutto grigio. Finchè un giorno venne da noi una specie di fata buona, una Mary Poppins ultracinquantenne, chè cosí vedevo Aelita, la Tata ingegnere meccanico industriale che ha insegnato ad Emily a parlare, a giocare, a camminare, a cantare; e a me il russo e soprattutto l’allegria e l’intelligenza nell’interagire con una bambina così piccola (e dinamica!!).

Aelita è stata con noi per tutta la durata della nostra permanenza in Armenia, davvero una specie di mamma per me, sempre calma e serena e piena di storie post-sovietiche, una manna dal cielo!

Se ne è andata improvvisamente un paio di mesi dopo il nostro rientro a Berlino. Un tumore osseo fulminante, quasi certamente causato da chissà quale schifezza di una qualche industria sovietica. Ho pianto, mamma mia quanto ho pianto…

Aiuto domestico Silvia Armenia Aiuto domestico Silvia Armenia2

Pakistan 2002-2006 In Pakistan invece la nostra vita è stata segnata da due nannies, una Teresa, dello Sri Lanka, che dopo pochi mesi siè portata via due computer, una macchina fotografica Nikon e qualche centinaia di dollari (grrrrrr!!!!) e una fantastica donna di nome Zined, una di quelle persone che, come già Aelita a Yerevan, è rimasta una parte fondante della nostra storia familiare…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA Aiuto domestico Silvia Pakistan2

E sopratutto un’amica, una sorella, una con cui ho chiacchierato, litigato, discusso, riso pianto e scherzato in Urdu quando non in Pushto, una donna di 35 anni con tutte le difficoltà sociali ed economiche che possiamo immaginarci in un paese straordinario ma comunque drammaticamente misogino come solo il Pakistan può essere. Oh Zined, bohut shukrya tume baji!!!!

In Macedonia (2006-2009) la nostra vita è cambiata. Sarà che Emily era cresciuta, sarà che non c’erano baby sitter ‘fisse’, in qualche modo la presenza di una tata si è andata perdendo, diluita tra feste più o meno adulte, con i bambini sempre più presenti (e rumorosi!!) intorno a noi.E sopratutto un’amica, una sorella, una con cui ho chiacchierato, litigato, discusso, riso pianto e scherzato in Urdu quando non in Pushto, una donna di 35 anni con tutte le difficoltà sociali ed economiche che possiamo immaginarci in un paese straordinario ma comunque drammaticamente misogino come solo il Pakistan può essere. Oh Zined, bohut shukrya tume baji!!!!

A loro alle tate, si sono succedute donne e uomini che con la loro presenza a volte affettuosa e solidale, altre volte, arraffona e impicciona, hanno comunque avuto un loro piccolo e importante ruolo nelle nostre vite, da Skopje a Dar es Salaam passando per Khartoum.

Adesso, che sono a Berlino, ritrovo spesso in quello che faccio in casa, nel modo in cui seguo Emily, perfino nel modo in cui accendo la macchina, le tante voci lontane che tanto mi hanno insegnato, in tante lingue, in tante maniere diverse, come proteggermi dalla neve, dall’haboub, dalle piogge torrenziali, dallo sguardo dei mullah, o degli uomini curiosi…

Grazie, spasiba, shukrya, asante!!!!!!

Silviaexpat Maggio 2012

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