Home > Sudamerica > Argentina > Camilla, made in China, nasce a Buenos Aires

Rupexpat è la coordinatrice dell’equipe ispanica di Expatclic. Ha avuto un’avventurosa vita piena di cambi paese tra i più svariati. In questo bellissimo articolo ci racconta la sua gravidanza cinese. Grazie Rupe !!!

Testo di Rupexpat, Sao Paulo, Brasile, febbraio 2009
Traduzione dallo spagnolo a cura di Claudiaexpat

 

Sono passati tanti anni! Cami ha 14 splendidi anni e la storia della sua gestazione, versione libera e adattata, era uno dei racconti che più le piacevano quando era bambina.

In quel momento vivevamo in un paesino del litorale argentino alla frontiera con il Paraguay e correva l’anno 91 (il secolo scorso!), quando ci arrivò la proposta di un nuovo trasferimento… in Cina! In un paesino sulla riva del Fiume Yalong, sperduto tra le montagne nella provincia di Sichuan.

Cina…! Come rifiutare? Con molto entusiasmo, un po’ di paura, e molti dubbi ci preparammo emozionati alla grande avventura… Mio marito partì un paio di mesi prima e io con Pablo, che in quel momento aveva 2 anni, qualche mese dopo. Ricordo quel primo viaggio interminabile, tra aereoporti, attese e hotel, fino a quando il nostro treno finalmente arrivò alla tanto attesa stazione: Pan Zhi Hua, la città più vicina alla nostra destinazione finale. E da lì in macchina fino al luogo in cui si stava costruendo il compound dove avremmo vissuto. Era il mese di luglio, in piena stagione delle piogge, il che significava pioggia continua fino al mese di settembre, e fango fino alle ginocchia. Ricordo che scesi dalla macchina e mi trovai di fronte alla forza e alla maestosità di quel paesaggio, e poi pensai che questo posto dove la natura si presentava come una forza generatrice continua e ostinata era il luogo ideale per concepire il mio secondo figlio.

L’ultimo anno prima di viaggiare avevo avuto due gravidanze interrotte, la prima al secondo mese e la seconda al quinto, a causa di un’infezione durante il secondo trimestre. I dottori mi avevano raccomandato di aspettare due anni prima di tentare di nuovo, per riprendermi e per essere sicura che non restassero sequele del virus. Quando arrivai alla mia nuova destinazione seppi che quello era il posto migliore per riprovare, nonostante le condizioni sanitarie non fossero delle migliori. Il posto era di una bellezza commovente, quasi magica, dove tutto cresceva ed era verde. La nostra casa era costruita su una terrazza sul fianco della montagna dalla quale si vedeva tutta la vallata, i campi dei contadini e il fiume che scorreva in basso. Ricordo ogni risveglio e ogni mattina in contemplazione quasi mistica di quelle montagne avvolte nella nebbia.

Nella casa di fianco viveva un medico francese molto carino, con la sua famiglia. Lui e l’infermiera avevano l’incarico di curare tutti gli espatriati in una sala di pronto soccorso montata vicino al Fiume, e fu lui a darmi il risultato del mio test di gravidanza, esattamente un anno e mezzo dopo il mio arrivo. Ero felice, eravamo felici! E nel miglior stile animista quel giorno ringraziai gli spiriti delle montagne e gli dei della natura per avermi dato questa opportunità! Però se avevo vissuto la mia prima gravidanza con assoluta serenità, ottimista e fiduciosa nella mia buona stella, la gravidanza di Camila mi trovò angosciata e piena di paure. Avevo già vissuto il fatto che la buona stella va e viene e avevo paura che non ritornasse più. Le perdite anteriori avevano lasciato un’impronta e man mano che passavano le settimane cominciai a vivere l’angoscia e l’impotenza di fronte alla paura che tutto potesse ripetersi, con l’aggravante che questa volta in quel posto non avevamo i mezzi adeguati per affrontare situazioni difficili. Decidemmo quindi che all’inizio del settimo mese sarei partita per Buenos Aires. Durante quei primi mesi cercavo di stare in contatto telefonico con i miei dottori argentini (non avevamo Internet, le comunicazioni erano difficili e c’erano 12 ore di differenza tra i due paesi) per manternerli aggiornati sui risultati dei controlli che facevo. Tutto era nella norma, ma purtroppo il medico francese in cui avevo fiducia tornò al suo paese, e il sostituto, un medico italiano di una certa età, non riuscì a ispirarmi la fiducia sufficiente per affidarmi a lui, e decisi quindi di ricorrere all’ospedale locale della città più vicina, ovviamente con interprete. L’ospedale aveva inaugurato da poco il suo primo ecografo (il primo della zona) e decidemmo di provarlo. Ricordo il timore e l’ansia con i quali arrivai a questa prima visita all’ospedale. Era stato con le ecografie di controllo routinario che i dottori avevano scoperto che le mie ultime gravidanze non davano segnale di vita, e da quella volta ogni ecografia era per me come andare al patibolo. L’ospedale era un vecchio edificio, grigio e freddo, con patii interni dove i pazienti si accumulavano in attesa di essere ricevuti o trasferiti. Il reparto maternità era un capannone immenso con il tetto altissimo e con file interminabili di letti dove le neomamme stavano con i loro bebè, e lì in un angolo c’era lo studio dove mi avrebbero visitata. Usando l’interprete spiegai al dottore tutta la mia storia e lui, gentile e sorridente, passò a visitarmi. Con un metro e un compasso di rami curvi tra le mani cominciò a misurare minuziosamente longitudini, angoli e distanze tra tutti i punti immaginabili del mio corpo (a volte mi domando che strane correlazioni e corrispondenze stesse cercando). La sua conclusione fu che tutto era normale e che potevo star tranquilla fino al prossimo controllo il mese seguente. Da lì passai all’ecografo. Mi sdraiai sulla brandina e cominciò lo studio, però con mia sorpresa di lì a poco cominciarono ad arrivare persone e ancora persone… tutti in camice bianco, che si spingevano per arrivare allo schermo dell’ecografo e immagino (perchè non l’ho mai saputo) commentavano quanto vedevano (o non vedevano). Dopo un attimo di tensione e incertezza nel quale pensai che stessero vedendo cose orribili, chiesi al mio interprete che per favore mi dicesse cosa succedeva, e lì capii che l’incaricato del nuovo ecografo non era ancora arrivato in città, e che i dottori stavano tentando di decifrare le immagini che vedevano.

Dopo l’esperienza e nonostante la gentilezza e buona disposizione di tutti, decisi di anticipare di un mese la partenza.

Diversamente dalla gravidanza di Pablo, che era stata senza nausee nè giramenti di testa, con Camila mi sembrava di stare tutto il giorno su una barca durante una tempesta in alto mare. Le donne ridevano e mi dicevano “è una bambina”, ed effettivamente, approfittando del mio viaggio a Buenos Aires, mi fermai qualche giorno ad Hong Kong per farmi una nuova ecografia (!) e lì confermarono la mia quasi certezza, sì, era una bambina ed era in perfette condizioni. Respirai!

Arrivai a Buenos Aires all’inizio del mio sesto mese, felice di poter parlare la mia lingua, di reincontrarmi con i miei dottori, di stare in una casa dove mio figlio era curato e coccolato dai nonni e dagli zii (era arrivata anche la nonna paterna dall’Italia, per stare con lui!), e di poterlo mandare per la prima volta a un asilo! Mi mancava solo Giuseppe, che era rimasto in Cina, per condividere l’attesa, ma sapevo che sarebbe arrivato per il parto e che questa era stata la soluzione più sensata per tutti e due, tre, per tutti e quattro!

All’ottavo mese durante un’ecografia notarono una diminuzione del liquido amniotico e mi ordinarono di restare a riposo totale e assoluto, con controlli ogni tre giorni. Gli ultimi mesi quindi li trascorsi a casa dei miei genitori, super curata e in compagnia della famiglia e degli amici. Cami non si fece attendere, arrivò con un cesareo il giorno esatto in cui era prevista la nascita. Era molto piccola e i medici non volevano rischiare di avere complicazioni (e ancor meno io). E così fu come lei, made in Cina, nacque a Buenos Aires. Ai suoi 45 giorni esatti di vita, appena il pediatra ci diede il permesso, ci imbarcammo un’altra volta per la Cina! E all’arrivare a casa con Camila tra le braccia e Pablo per mano sentii che quella valle, più verde e incantata che mai, ci stava sorridendo.

Wang, un’amica di quel tempo, originaria di Pan Zhi Hua e con la quale sono ancora in contatto quasi permanente, mi ha raccontato che l’ospedale, quello vecchio e grigio che ho conosciuto, adesso è uno dei migliori della provincia e ha un reparto maternità e neonatologia ultramoderni. E oltretutto dal 2003 la città ha un aereoporto!!