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Marinella è socia onoraria di Expatclic, e anche se non partecipa attivamente ai forum, ha intrattenuto con noi una nutrita corrispondenza nel momento in cui doveva decidere se partire per il Guatemala. E’ una donna che comunica energia e voglia di vivere, e sta per partire per uno splendido progetto. Non ha esitato a rispondere al nostro appello quando le abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia. Eccovela. Grazie di cuore, Marinella !

Questa storia, se deve avere un’inizio, credo l’abbia nella prima volta in cui ho preso l’aereo e sono andata in Centro America. Appena laureata in scienze dell’educazione, mi sono premurata di chiedere come regalo un biglietto aereo, e non idiozie tipo penne o pendagli d’oro. Ricordo ancora che orrore mi ha fatto la zia del mio fidanzato di allora regalandomi un ciondolo d’oro a forma di aereo!! Con un po’ di fatica ho raccimolato i denari necessari, e una volta in agenzia viaggi,  mi sono resa conto che il volo più economico per il periodo in cui potevo prendere ferie era per il Messico. Questo non mi ha fatto molto piacere, non era la meta che avrei scelto, ma tant’è, mi sono imbarcata e sono partita.

Di lì non sono più tornata. Beh fisicamente sì, ma non sono più tornata ad essere la stessa. L’incontro con San Cristobal De Las Casas è stato magico e diabolico allo stesso tempo. Credo che ognuno abbia un posto nel mondo in cui si sente assolutamente a casa. Per me è San Cristobal. Ho avuto questa sensazione dalla prima volta che ci ho messo piede (era il ’99), e per tutte le altre volte che ci sono tornata negli anni. Lì ho conosciuto il movimento indigeno zapatista, e ne sono stata rapita. Passare per la selva, scoprire le fatiche, i volti, gli umori, gli odori, i canti, le lacrime e le risa di chi viveva quella ribellione, non mi ha più permesso di pensare ad altro. L’anno dopo sono tornata come osservatore di pace nella selva Lacandona per due mesi, decisa a tornare in Italia e a prendere 6 mesi di aspettativa per tornare e capire bene cos’avessero da dirmi di tanto importante quella terra e quella gente.

Nel frattempo avevo conosciuto, in Italia, un uomo meraviglioso, di cui ero follemente innamorata, che aveva viaggiato per il Centro America in lungo e in largo, che comprendeva la mia tensione alla partenza, il mio bisogno di esplorare e di capire, attraverso quei posti, parti importanti di me.

Ciò che accadde però, mentre preparavo l’anima e lo zaino al mio grande e lungo viaggio nella selva de Lacandona, fu inaspettato quanto meraviglioso. La vita decideva di farmi mamma. Non è stato facile (eufemismo!!!!) cambiare così radicalmente rotta e piani. Ricordo il pomeriggio in cui mia mamma è arrivata con i vestitini per il pupo. Li piegavo piangendo, pensando che non era quello che volevo fare, almeno non in quel momento. Mi sentivo come se mi avessero buttato giù da un treno in corsa, un treno che mi stava portando dove volevo io…mia mamma invece, lei era contenta. Aveva l’aria di chi finalmente non doveva più temere le inquietudini e le stramberie di una figlia poco assennata. Ora la mia condizione mi avrebbe legata all’Italia, a Mongrando.

Ma no. Certe cose non si tacciono, e per quanto uno non le voglia ascoltare, loro scalpitano e fanno i capricci. Proprio come i bimbi. Così, senza capire bene perché, siamo partiti, nell’estate 2002, con il frugoletto di 9 mesi (che ora porta il 39 di scarpe!) per il Messico. Proprio a San Cristobal, nella posada in cui stavamo, c’era un volantino. Uno tra i mille che stavano ammassati nella bacheca, che raccontava di un centro per disabili che volevano aprire a San Juan La Laguna, in Guatemala. Cercavano volontari, esperti del settore, che volessero spendersi per contribuire all’apertura del centro.

Io sono una romanticona, a cui piace decifrare segni del destino anche nel colore della carta igienica in autogrill….ma questo nessuno può dire sia un caso. Abbiamo scritto, e nell’estate dopo siamo partiti. Elia nel frattempo aveva 19 mesi, e ricordo con commozione l’arrivo a San Juan, dal lago, sulla lancia, con lui che ciucciava la tetta. In quel momento mi sono detta che anche una mamma può realizzare i suoi sogni, e che forse i figli hanno bisogno di mamme che non rinuncino ad essere ciò che sono.

La conoscenza di quelle realtà, di quelle povertà, ci ha segnati così profondamente, da renderci capaci di un’altra follia: ritornare a San Juan per 8 mesi. In questi otto mesi è successo di tutto, ma ciò che ricordo più vividamente è la sensazione pervasiva che avevamo, quando ci sedevamo a tavola, alla sera, bevendo una birra Gallo, di aver passato una giornata piena di senso, di aver fatto ciò che dovevamo. Nulla di più e nulla di meno.

Il rientro in Italia, addolcito inizialmente dalla doccia calda e da tutte le comodità di cui non ricordavamo, si è presto trasformato in una sorta di disadattamento. I nostri amici, i nostri parenti, nessuno capiva il nostro “mal di Guatemala”, e nel frattempo io continuavo a lavorare indefessamente per raccogliere fondi, per sostenere il progetto. Dal 2005, anno di rientro in Italia, siamo tornati in Guatemala 3 volte. Siamo diventati referenti del progetto per l’Associazione Handicap e Sviluppo di Torino (www.arpnet.it/ahs), eppure cribbio, non bastava…la sensazione era quella di continuare a vivere a metà.

Poi è venuto il viaggio del 2009, quello che ci ha mandati in crisi nera. Da un lato la consapevolezza che ci si sarebbe dovuti spendere per mettere su un progetto nostro, dall’altra la paura paralizzante di farlo…i figli nel frattempo erano diventati due, c’erano gli scorpioni, gli uragani, le epidemie di varicella, le pulci, i ragni velenosi, le bande armate. Eppure c’erano anche i volti, le mani, gli occhi, i piedi scalzi, le case di fango delle persone che popolavano il nostro quotidiano. L’azzurro del lago, il rumore del mais, i canti dei maya, i viaggi in pick-up…

guatemala guatemala2Leticia, la direttrice del centro Maya, durante quella nostra permanenza ci ha chiesto di sviluppare un progetto di inserimento lavorativo per i giovani che frequentavano il centro. Subito mi è sembrato folle  ed irrealizzabile, non mi sentivo le competenze soprattutto organizzative per farlo… Insomma la vita è piena di fatti, di avvenimenti, che si susseguono, qualcuno dice con un ordine ben preciso qualcuno per caso. E qui in mezzo ci si mettono gli incontri. Così l’ultimo giorno ricordo Gail, ad Antigua, che mi guarda negli occhi e mi dice “c’è un sacco di gente generosa nel mondo ricco. Convincili della tua onestà, e troverai i soldi per il progetto”.

Non basterebbe un libro per raccontare gli alti e bassi, i dubbi, le notti insonni, i tentativi di far finta che tutto questo non fosse, finchè poi abbiamo scelto di essere autentici, di seguire la nostra strada, e le porte, una ad una si sono aperte. Abbiamo scritto il progetto, Alma de Colores (Anima Colorata), l’abbiamo presentato all’Associazione Handicap e Sviluppo prima e al COE dopo, e stiamo cercando i finanziamenti per realizzarlo. Il progetto è entusiasmante. Prevede l’attivazione di due laboratori di inserimento lavorativo, e l’inclusione di 35 ragazzi all’anno. Ciò che più lo rende speciale è che arriva da una richiesta della direttrice del centro Maya, quindi risponde ad un’esigenza vera ed autentica della popolazione locale.

Una donna meravigliosa (non ricchissima eh….no no, meravigliosa!!!!) ha messo le basi economiche per la realizzazione del progetto. L’ho conosciuta per caso. La vedevo da tanto tempo. Nel coro in cui cantavamo, dall’altra parte della stanza. Lei un contralto e io un soprano. Forse non ci eravamo mai parlate. Poi una sera ci siamo trovate fuori dalla sala prove…alle sette e mezza, e le prove iniziavano alle nove. Invece di arrabbiarci per l’errore, abbiamo pensato di andare a berci una birra (io francamente un po’ preoccupata, di cosa avrei potuto chiacchierare per un’ora e mezza con una sconosciuta di trent’anni più di me???). Siamo arrivate tardi alle prove, per tutte le cose che avevamo da dirci. Da allora non ci siamo più lasciate. Lei è stata la prima persona a cui ho chiesto se mi avrebbe aiutata a realizzare Alma De Colores. Quando sono uscita da casa sua, ho chiamato Marco piangendo, mi tremavano e gambe. Gli ho detto “da adesso è possibile”.

E poi, sassolino dopo sassolino, le persone si sono aggiunte, ognuna per quel che può. Non importa la cifra, ma l’intenzione. Il centro di questo progetto è la relazione di fiducia, d’amicizia. Il legame tra noi che staremo dall’altra parte del mondo, e le persone che dall’Italia daranno il loro contributo. Vorrei citarle tutte, perché ogni volta che qualcuno mi consegna il modulo di sottoscrizione firmato, qualunque sia la cifra, mi dà conferma che sì, c’è un mondo bello e solidale, e che vale la pena di continuare e credere in questo progetto.

Credo che ci siano momenti nella vita in cui si deve osare. Per tanto tempo ho tentato di indossare una vita che non mi apparteneva. Il posto fisso, i bambini, la scuola, le vacanze. Ma non è questo quello che voglio fare nella vita. Tutto, davvero tutto si può affrontare. Le paure a volte sono scuse che ci diamo per non agire. Le nostre paure più grandi erano legate all’istruzione ed alla sanità (e chi è stato in Guatemala sa cosa voglio dire…). Quando però la spinta si è fatta irresistibile,  ho iniziato a cercare, come una matta. In queste ricerche ho conosciuto Expatclic, che mi ha fatto comprendere che muoversi con bambini in età scolare è un gran casino ma… SI PUO’ FARE!!!!!! Che ci sono meravigliose, coraggiose donne in giro per il mondo, a fare i conti con un quotidiano complicato ma vero. E per la sanità, beh, la mail in cui il doctor Velilla mi ha comunicato l’apertura della clinica a due chilometri da dove andremo a stare è stata un altro tassello indispensabile. Non solo per la sicurezza che questo mi ha dato, ma per quello che ha scritto, della sua storia di padre, spagnolo, con cinque figli, portati tra Africa e Centro America, felici, perché parte di una famiglia dove la parola d’ordine era “cercare il senso”.

Credo di essere una mamma migliore da quando ho preso con Marco questa decisione. Mi osservo, ogni tanto, mentre sto coi bambini, e mi vedo più paziente, più sincera, più solare. Stiamo letteralmente girando l’Italia, in lungo ed in largo, a presentare il progetto, e cercare finanziamenti, contenti, uniti. Facciamo molta attenzione a non “trascinarci dietro i figli”, ma li coinvolgiamo, e cerchiamo sempre di mettere in armonia le nostre esigenze con le loro. Per l’ultima puntata, a San Marino, Elia mi ha aiutata a preparare la presentazione in ppt del progetto, e mentre io parlavo, lui faceva scorrere le immagini.

Buona fortuna allora, di cuore a tutta la mia famiglia, che è la cosa più preziosa e bella che io abbia.

Marinella
Italia
Marzo 2011

Chi volesse sostenere il progetto di Marinella può contattare Marinella

 

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