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Claudiaexpat, gennaio 2009

 

Capitolo 1

Le famiglie in transito
Caratteristiche generali delle famiglie in transito

Gran parte della migrazione professionalmente qualificata è composta da coloro che vengono denominati “professionali transeunti”, ovvero impresari e professionisti inviati dalle rispettive imprese, o dai rispettivi paesi nel caso dei diplomatici, a lavorare in filiali straniere o come delegati in altre compagnie, come funzionari per le ambasciate, oppure come esperti mandati dalle organizzazioni internazionali per lavorare in programmi d’aiuto.

La migrazione professionalmente qualificata è aumentata rapidamente nei decenni degli ottanta e novanta, e costituisce un elemento chiave nel processo di globalizzazione (Castles, 1998b).

La maggior parte di questi spostamenti sono perlopiù effimeri (da pochi mesi a quattro o cinque anni) e molti professionisti portano con sè le proprie famiglie. L’intera famiglia diventa dunque una famiglia transeunte o famiglia in transito.

In questi casi la migrazione internazionale non è più una situazione di vita eccezionale, ma diventa una forma di esistenza.

E’ per questo che le famiglie in transito sono diverse da quelle che non lo sono. Hanno attraversato e attraversano situazioni che le rendono diverse dalla maggior parte delle famiglie che non hanno vissuto queste esperienze.

Molte delle persone coinvolte in questa realtà tendono a minimizzare o a negare questo fatto. Così facendo spogliano di importanza gli sforzi fatti per riaccomodarsi e adattarsi alle nuove situazioni e lasciare quello che fino a quel momento costituiva la loro casa, il paese, il quotidiano, al fine di trasformare la nuova casa, fino ad allora perfettamente sconosciuta, nella casa, nel paese e nel quotidiano.

Se questo dato della realtà viene negato, minimizzato o silenziato, tornerà agendo sotto forma sintomatica in tutti i membri della famiglia o in uno di loro, che verrà in quel caso definito come il paziente indice.Questo paziente indice assorbirà la qualità di “visitatore” (l’estraneo), mentre il resto della famiglia sarà “locale”.

La famiglia avrà la sensazione di adattarsi rapidamente, e che l’adattamento è “facile”, che il paese è facile, mentre quello che sarà difficile è questo integrante della famiglia che fa fatica (l’adoloscente, il bimbo difficile, la moglie isterica), non saràla situazione in sè ad essere difficile, bensì il membro che assorbirà tutte le difficoltà, facendosi carico del problema in generale.

Angeles, una bimba di 5 anni, di genitori uruguayani, era la maggiore di tre figli. Lei e i suoi fratelli erano nati in Francia e al momento di riportarli in Uruguay i genitori, molto preoccupati di angosciarli, decisero di non dir loro nulla del cambio di paese. Arrivarono dunque in Uruguay come se non succedesse niente, nessuno parlava di quanto si erano lasciati alle spalle, nè di quanto costava loro riadattarsi nuovamente alla convivenza con la famiglia allargata, alla nuova realtà del paese, etc. Tutti stavano bene, ma Angeles sviluppò un’alopecia areata acuta, cominciò a perdere i capelli, rimase senza radici

In questo caso, di fronte al silenzio dei genitori, parlava la chioma di Angeles. Quando finalmente i genitori riuscirono a parlare dello sforzo dell’adattamento e della tristezza del lasciare gli amici non solo tra di loro ma anche con la figlia, la alopecia sparì.

La maggior parte delle famiglie in transito si spostano perchè il padre ha un’opportunità di lavoro che lo porta a lasciare il suo paese d’origine, cambiando di sede con una certa frequenza. Generalmente questa opportunità comporta un miglioramento nell’aspetto lavorativo ed economico. Da un punto di vista personale i funzionari di impresa cercano di essere trasferiti in altri paesi per varie ragioni: migliori stipendi, nuove esperienze, standard di vita più alti, specialmente in quei paesi nei quali potranno far parte dell’élite sociale. L’opportunità di imparare varie lingue e conoscere varie culture, incarichi di maggiore responsabilità (Alvarez, 1998).

Ci sono tuttavia delle eccezioni, nelle quali sono le donne le funzionarie internazionali. In questi casi una percentuale molto elevata riguarda famiglie senza marito, madri di famiglia sole. C’è una situazione molto chiara dal punto di vista culturale: in genere all’uomo costa molto di più seguire la donna nel suo lavoro, che non il contrario.

Nella gran maggioranza dei casi gli insuccessi nei processi di espatrio sono dovuti a una mancanza di adattamento (a livello personale e famigliare) al nuovo contesto culturale, e all’incapacità del funzionario di affrontare le sue nuove responsabilità. Quindi non solo l’espatriato dovrà ricevere una formazione sul posto che occuperà, ma anche la sua famiglia dovrà essere inclusa nella preparazione all’impatto culturale che accuserà.

Generalmente nelle famiglie in transito sono le donne che si occupano della casa e dei figli, mentre gli uomini si dedicano al lavoro e al mantenimento delle famiglie. Funzionano come i matrimoni nelle famiglie conservatrici tradizionali.

Ci sono donne che vivono questa realtà senza problemi: essere mogli e madri le soddisfa. Altre hanno studiato per far carriera o hanno qualche tipo di inquietudine professionale. In questo caso sorgono molti problemi che sono il risultato della contraddizione di queste due variabili (carriera propria, seguire il marito, occuparsi dei figli, della famiglia), dato che le donne possono sentirsi spiazzate o anacroniche.

“Con lo sviluppo culturale degli ultimi decenni, le premesse per lo stereotipo maschile e femminile sono molto cambiate. Attualmente entrambi, la donna e l’uomo, si trovano in profonda crisi rispetto alla funzione specifica di ognuno dei sessi. Quindi queste donne sono vittime di una postergazione in virtù del marito…. Oggi si prende in considerazione solo il proprio rendimento” (Jurg, 1978)

Prima “dietro a un grande uomo c’era sempre una grande donna”. Questo non si sente più adesso, ognuno si occupa molto di più di se stesso.

Dopo i figli, la donna deve quasi sempre accontentarsi di lavori subordinati, mentre i mariti possono esercitare una carriera professionale grazie all’impiego sistematico di tutte le loro forze e all’aiuto delle proprie mogli.

Di conseguenza non si può considerare come disturbo nevrotico certo il fatto che le donne reagiscano con gelosia, invidia e tendenze distruttive. Tra queste coppie, dove la subordinazione della donna alla carriera dell’uomo è molto chiara e permanente, dove è molto difficile che ci sia uno sviluppo professionale per entrambi, la quantità di divorzi o separazioni è molto alta. Le imprese danno molti benefici ai propri funzionari, e sono di conseguenza esigenti. A volte l’uomo deve viaggiare considerevolmente e assentarsi dalla casa e la donna deve farsi carico della famiglia, dato che “papà deve andare a lavorare”. Considerando anche che spesso l’uomo deve presentarsi al lavoro il primo giorno d’arrivo nel paese.

Liliana, un’argentina di 40 anni, racconta: “Quando arrivammo in Venezuela, mio marito era lì già da 3 mesi, e non potè venire a prenderci, arrivammo all’aereoporto e c’era una segretaria e l’autista della compagnia, giuro che non sapevo cosa dire ai miei figli, ero stupefatta”. 

Questo tipo di famiglie funziona con la tipica mentalità delle coppie tradizionali in cui la donna si occupa di tutto quello che sta “dentro” e l’uomo di tutto quello che sta “fuori”. Il “dentro” sono i figli, le questioni domestiche. Questo porta al ruolo solitario di casalinga o padrona di casa.

Molte imprese o organizzazioni internazionali o governative non tengono in considerazione la carriera professionale del coniuge nè la situazione famigliare del lavoratore. Secondo l’ultimo studio della Price Waterhouse Coopers sui trasferimenti internazionali, su ogni dieci fallimenti di impiegati espatriati, otto sono la conseguenza dell’inadattabilità della coppia al nuovo ambito (Canales, 1999).

Pur presentando forti benefici secondari per ogni protagonista, questa situazione è una grande fonte di conflitti per la coppia. Ma soprattutto, nel momento in cui tocca i figli, genera in questi e nei vincoli che hanno con i genitori zone di confusione e di silenzio, promuove conflitti di lealtà, sovrappesi e difficoltà per l’individualizzazione (Troya, 2000).

A Marcelo, medico argentino, a 35 anni si presentò un’opportunità impossibile da rifiutare. La sua ex moglie, Adriana, racconta: “Gli avevano offerto una borsa di studio di due anni per studiare a Madrid, la mia prima figlia aveva 2 anni e io ero incinta. Era troppo tempo per andarsene da solo, e a me parve un’occasione unica, vivere in Europa. Le mie colleghe d’ufficio erano verdi di invidia, la situazione in Argentina non era molto buona, l’insicurezza cresceva, ci sembrò un’opportunità unica che non dovevamo perdere. Quando arrivammo mi resi conto che non erano vacanze, Marcelo passava tutto il giorno in ospedale, e io in casa con mia figlia; poi, quando nacque il bebè, fu ancora peggio: sola tutto il giorno, non avevo un attimo di respiro, lui era il medico che sviluppava la sua carriera e io dovevo stare in casa tutto il giorno senza un minuto per me. L’unica cosa a cui pensavo continuamente era COME FARE PER SCAPPARE DA LI’! Non riuscivo a capire come faceva Marcelo a sacrificarci così, non glielo perdonerò mai”. 

Questa famiglia non è riuscita a sopportare il conflitto generato dalla situazione, e alla fine della borsa di studio ha divorziato. 

La sensazione della mancanza di un futuro lavorativo e di insicurezza che si presenta in alcuni paesi porta a decisioni che magari prima non sarebbero mai state prese in considerazione; molti professionisti non si sarebbero mai trasferiti se la realtà del paese fosse stata diversa.

Può succedere che la necessità di andarsene, sia per motivi economici, di insicurezza, o per l’avventura di separarsi dalla propria famiglia d’origine “per un periodo”, o di “approfittare di questa opportunità unica”, faccia sì che la famiglia non consideri nè contempli alcune variabili che sono fondamentali nel rendere un’esperienza tanto destabilizzante. (Adriana non ha mai considerato quanto sarebbe potuto essere duro per lei partorire e curare da sola il suo bebè, lontana dalla sua famiglia).

La flessibilità è una caratteristica determinante. Le famiglie flessibili affrontano più facilmente i cambiamenti e ci si adattano meglio, quelle che non sono sufficientemente flessibili vivono conflitti e la conseguente manifestazione di sintomi nei periodi di transizione. In genere bisogna aiutare queste famiglie a stabilire una sensazione di continuità e di capacità.

L’adattabilità di una famiglia è legata intimamente al suo grado di flessibilità e al suo atteggiamento di fronte al cambiamento.

Olson (1986) definisce l’adattabilità di una famiglia come la capacità di un sistema coniugale o famigliare di cambiare la propria struttura di potere, relazioni di ruoli e regole di rapporti in risposta allo stress situazionale o evolutivo.

Una famiglia migrante ha bisogno come bagaglio di base di una buona quota di adattabilità. Solitamente le famiglie migranti sono molto unite e chiuse in se stesse. Passano molto tempo “da sole”.

I cambiamenti che si succedono passano per vari livelli, e la famiglia valuta di volta in volta i vai e vieni, le perdite, i benefici.Ogni integrante della famiglia che emigra temporaneamente perde molti dei ruoli che aveva nella sua comunità, come membro di un gruppo famigliare allargato, di un gruppo di lavoro, di un gruppo di amici. (Anche se non se ne va definitivamente, non è più nel quotidiano, nel qui e adesso).

Juanita P., architetto di 38 anni, a volte aveva lavoro e altre no. A suo marito offrirono un lavoro all’estero, e lei si chiedeva. “Perchè devo andarmene, io? Io non voglio andare da nessuna parte, può essere una buona esperienza per mio marito ma non lo è per me, cosa faccio io? Non ho nemmeno un permesso di lavoro, non sono disposta a lasciare il mio studio, la mia vita. Perchè devo seguirlo? Se me ne vado, non sarò nessuno !

A volte i trasferimenti risvegliano antichi conflitti; conflitti che sarebbero rimasti sopiti o che non si sarebbero manifestati per molto tempo precipitano e vengono accelerati a causa del grande shock che accompagna i traslochi, con tutte le perdite e le rinunce che alcuni di questi implicano.

Solo una buona relazione con se stessi, una buona coesione famigliare, l’accettazione delle perdite e l’elaborazione dei lutti permetteranno di integrare in maniera cosciente i vari paesi, i vari periodi, le partenze e i ritorni, i gruppi di prima e di adesso, che daranno luogo alla riorganizzazione e consolidamento del sentimento di identità, proprio di chi continua ad essere se stesso indipendentemente dai cambiamenti (Cervantes, 2000).

Marina arrivò a Bruxelles da Lanus, provincia di Buenos Aires; non parlava francese, e si era laureata recentemente come psicologa; sposata da poco, suo marito era stato mandato in Belgio, dove si sarebbero trattenuti per due anni. Poco dopo il suo arrivo conobbe casualmente uno psicologo argentino che le offrì di fare uno stage nella comunità terapeutica nella quale lavorava. Lei era entusiasta, ma capiva molto poco la lingua e la parlava ancora peggio. “C’erano giorni nei quali mi sentivo davvero male, dato che non riuscivo a capire bene cosa succedeva e mi sentivo molto imbarazzata e strana, mi chiedevo cosa ci facevo lì. A volte non ne potevo più e decidevo di non continuare…. Eppure continuai ad andarci tutti i giorni fino alla fine dello stage, con un sentimento molto speciale, qualcosa tipo: se sono riuscita a far questo, posso fare tutto”. 

Quindi mentre da un lato si vivono sensazioni di fatica e dolore per quello che ci si è lasciati alle spalle, dall’altro, nel superare prove che risultano molto difficili, la persona si sente piena di forza constatando che riesce a prendere le redini del proprio destino, che nulla è impossibile.