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Claudiaexpat, febbraio 2009

 

 

Tappe dello sviluppo, crisi vitali e famiglie migranti

Le tappe dello sviluppo, con le loro crisi vitali, sono prevedibili e inerenti a tutti gli individui. Sono insite nella natura della biologia e della società e attraversano la struttura familiare.

La famiglia, quindi, combina l’incrociarsi delle tappe di crescita di ognuno dei suoi membri con le proprie tappe e il proprio movimento. Queste tappe, sia quelle individuali che quelle familiari, sono indicate nel seguente quadro:

 

Individuali

– Infanzia
– Adolescenza
– Età adulta
– Vecchiaia

Familiari

– Matrimonio senza figli
– Procreazione
– Crescita dei figli
– Emancipazione dei figli
– Nido vuoto

Queste tappe producono dei cambiamenti ai quali l’organizzazione formale (o simbolica) di una famiglia dovrà adattarsi. Sono cambiamenti nella composizione che esigono una riorganizzazione dei ruoli e delle regole (Falicov, 1991).

Lo sviluppo familiare richiede una grande disponibilità simultanea per poter rispondere pienamente ai cambiamenti personali e a quelli degli altri. E’ comprensibile come far fronte a questa richiesta possa risultare spesso difficile. Ognuno dei membri della famiglia scivola da una tappa all’altra passando per le varie crisi (cambiamenti) che rendono possibile la crescita.

Per comprendere meglio le famiglie in transito è indispensabile situarsi nella molteplicità di variabili che ci permettono questa concettualizzazione.

Uno dei tratti distintivi delle famiglie migranti è che queste crisi – perfettamente normali e previste, anche se non per questo facili – vengono vissute come se fossero causate dai trasferimenti successivi e non come crisi che tutti dovremmo aspettarci. E’ chiaro che, nel caso di queste famiglie, si aggiungono anche le crisi legate ai trasferimenti.

Mi è accaduto spesso di ascoltare madri di adolescenti molto preoccupate per i comportamenti “inquietanti” dei propri figli che, secondo loro, erano dovuti ai trasferimenti. In realtà, invece, altro non erano che comportamenti tipicamente adolescenziali. Questo semplice esempio mostra l’importanza del lavoro con le famiglie migranti: far presente che le crisi vitali toccano a tutti. Normalizzarle. Capire cosa sono e come si susseguono una dopo l’altra e come, oltre a tutte loro, vanno incrociandosi le crisi proprie del radicarsi e dello sradicarsi inerenti ai trasferimenti.

E’ chiaro che gli effetti di un trasferimento saranno diversi per ogni gruppo familiare e a seconda delle tappe che stanno attraversando i suoi membri: non sarà uguale per i bambini, se sono bebè o preadolescenti, e non sarà lo stesso per le coppie, se sono sposate da poco oppure da 20 anni.

Gli effetti saranno diversi anche a seconda che si tratti del primo trasferimento o del quinto. In qualche modo ci sarà comunque sempre un membro della famiglia più colpito degli altri: a seconda della tappa del ciclo vitale nella quale si trova, il trasferimento lo toccherà in maniera speciale.

Infanzia

In qualche modo si può pensare che i bambini piccoli abbiano più facilità con i trasferimenti, dato che il loro mondo è la famiglia d’origine. Quindi il più significativo, il più referenziale, si sposta con loro.

Quello che si dovrà considerare, soprattutto per i più piccoli, è lo stato d’animo della madre, come questa vivrà il trasferimento. Questo sentire sarà trasmesso inevitabilmente al bambino. Ne consegue che il passaggio del bambino piccolo da un paese all’altro sarà strettamente legato a come la madre affronta lo stress che il trasferimento inevitabilmente provoca.

Nei vari racconti di adulti che durante l’infanzia sono stati parte di famiglie in transito, il ricordo negativo di alcuni paesi ha sempre coinciso con il fatto che alla madre quella destinazione non piaceva o che aveva molte difficoltà ad adattarsi.

E’ anche fondamentale considerare il livello di comunicazione che esiste con i bambini. Dato che i traslochi “non sono cose da bambini”, succede spesso che i genitori non ritengano conveniente, non sappiano o non possano parlare apertamente dei trasferimenti con i figli. Ci sono occasioni nelle quali i genitori hanno molta paura dei propri figli e sentono che con “questa vita” gli stanno causando un terribile dolore.

Questa preoccupazione quindi li porta a nasconder loro delle cose, ragione per cui l’incertezza dei bambini sarà ancora più grande di quella che vivono i genitori.

Questi, preoccupati di non farli preoccupare, creano loro un’inquietudine anche maggiore.

Mariano, di 3 anni, cominciò a vedere che in casa sua si vendevano e regalavano cose. Ovviamente lui non era stato informato di cosa stava succedendo. Quando regalarono il cane, si avvicinò preoccupatissimo a sua madre e le chiese se avrebbero regalato anche lui. 

La crescita durante l’infanzia comporta per tutti i bambini la gioia per il nuovo, per l’esplorazione e la scoperta, ma suppone anche tristezza e ambivalenza per la perdita della loro onnipotenza: scoprono che ci sono cose che non riescono a fare, sia perchè non possono (glielo impedisce la statura o la mancanza di forza), sia perchè i genitori non li lasciano fare. Implica, allo stesso tempo, la conquista del nuovo e la perdita del vecchio. Questa dimensione importantissima del processo evolutivo nei bambini in transito è sottolineata dalle perdite e dalle conquiste geografiche e di contesto (scuola, vicini, amichetti).

I bambini piccoli non hanno la stessa capacità di anticipare dei grandi. Ad esempio il bambino, nei primi mesi di vita, quando la madre esce piange disperato perchè non sa che tornerà, non può anticiparne il ritorno. La madre se ne va ed è il vuoto.

Per questo i traslochi senza parole nè spiegazioni e decontestualizzati possono trasformarsi in pura perdita per il bambino piccolo. Una truppa di uomini in uniforme che viene a imballare tutta la casa può essere un’esperienza minacciosa e violenta per un bambino se rimane spettatore esterno senza alcuna parola o gesto che misuri, spieghi e contenga.

In qualche modo, e per quanto il trasloco venga discusso e spiegato, ci sarà sempre qualche tipo di reazione; anche se il bambino, per via dell’età, non può ancora verbalizzare, sarà più irritabile, più nervoso, mangerà o dormirà in modo alterato. In ogni caso è sempre preferibile una reazione all’assenza di reazione, dato che questa situazione è inevitabilmente molto destabilizzatrice, quindi se il bambino si mostra indifferente a quanto succede e continua con il suo comportamento di sempre, ci si può aspettare che più tardi, in qualche momento, la reazione arrivi, potenziata e travestita, essendo un’azione ritardata e collaterale rafforzata “dall’effetto trasloco”.

I due fratellini, Marina di 4 e Ivan di 2 anni, non vivevano il trasloco in maniera simile. 

Ivan era irritabile e tendeva al pianto; ogni volta che finivano di svuotare una stanza si buttava per terra e gridava “non portatemi via! Non portatemi via!…”. La madre gli spiegava che avrebbero recuperato tutto, ma Ivan era inconsolabile. 

Marina, invece, sembrava dominare perfettamente la situazione, giocava continuamente con un camion su cui caricava i mobili in una stanza e li scaricava in un’altra, nominando il nuovo paese con piena coscienza e elaborazione, per i suoi quattro anni. 

Arrivati alla nuova destinazione, Ivan si adattò rapidamente; tornando a vedere i suoi giochi, i letti e gli oggetti quotidiani, si tranquillizzò. Il “non portatemi via” aveva trovato una risposta. Gli restituirono quello che lui sentiva che gli avevano strappato. Smise di essere irritabile, e si mostrava aperto e felice. 

Marina, che al momento di partire sembrava un modello di adattamento, era molto triste e non voleva giocare, nè andare alla nuova scuola; piangeva e diceva che questa nuova scuola non le piaceva, voleva tornare alla vecchia, voleva tornare al suo paese, e questi nuovi amichetti non le “andavano”…

L’assenza di reazione iniziale di Marina portò a una reazione a posteriori, che richiese un po’ più di tempo per il suo adattamento.

Man mano che i bambini imparano a parlare, la parola diventa la loro migliore alleata, dato che possono esprimere verbalmente come si sentono e cosa succede loro e che diventa più facile per i genitori ascoltarli e contenerli.

Adolescenza

Una crisi di sviluppo per eccellenza è l’adolescenza, passaggio da bambino a adulto, una traversata dolorosa ed eccitante.

Seguendo le idee di Aminda Aberastury (1983), possiamo dire che l’adolescente passa per tre lutti fondamentali: a) lutto per il corpo infantile perduto, sente i suoi cambiamenti come qualcosa di esterno di fronte al quale si trova come spettatore impotente di quanto succede nel suo stesso organismo; b) lutto per la perdita del ruolo e dell’identità infantile che implica una presa di responsabilità che prima non conosceva; c) e lutto per i genitori che devono a loro volta accettare il loro invecchiamento e il fatto che i bambini non sono più bambini.

“E’ il periodo nel quale diventa obbligatorio disfare i legami con i genitori, che paradossalmente si supera solo facendo riferimento all’impronta data dai genitori” (Hillert 1998)

Il polo delle identificazioni non si trova più in casa, come durante l’infanzia (madre, padre, fratelli). E’ il momento di uscire, di cercare al di fuori, di staccarsi dai genitori e scoprire il mondo. L’adolescente si muove dunque tra l’impulso del distacco dai genitori e la difesa che gli impone il timore verso lo sconosciuto.

Per gli adolescenti in transito, quando devono traslocare, si aggiunge il lutto per il gruppo di amici e la geografia. E si complica, perchè lasciare gli amici, fidanzati, club, sport che si praticano in virtù di una geografia e di una cultura determinate, significa lasciare un’immagine, un riflesso, un riferimento, in piena ricerca identitaria.

Questo riflesso restituisce all’adolescente quello che lui è, nel momento in cui l’immagine della casa ha già cessato di essere quello di cui ha bisogno o giustamente è un’immagine dalla quale tenta di staccarsi. E’ a questo punto che gli adolescenti reagiscono e se la prendono con i genitori. I giovani sentono di aver ragione in questa rabbia, mentre i loro genitori si dibattono tra le colpe e il rivivere le proprie ansie adolescenziali, e si trovano sperduti tra le ragioni dei figli e le loro.

Marina, di 16 anni, era “fidanzata” quando arrivò il momento del trasloco. Questo creò una vera e propia crisi nella madre, che si dibatteva tra la pena di star allontanando la figlia “dall’amore della sua vita” e la colpa di fare un danno irreparabile. Con una testardaggine quasi adolescenziale, arrivava a scontrarsi con la figlia come da pari a pari, dato che non riusciva più a mettere ordine tra le priorità e sommersa com’era da un’angoscia paralizzante. Non riusciva più ad ascoltare sua figlia, nè a contenerla, proprio nel momento in cui questa aveva più che mai bisogno del suo ascolto e della sua capacità di contenzione.

E’ un periodo di contraddizioni, confuso, ambivalente, doloroso, caratterizzato da frizioni con l’ambiente familiare. Cominciano le giustificazioni per ogni tipo di trasgressione. I figli incolpano i genitori perchè vengono strappati dalla loro vita senza essere consultati, senza aver voce in capitolo nè facoltà di voto, in un momento in cui sopra a tutto il resto si cerca di farsi sentire. Il dolore è genuino.

E’ un momento duro e di grande solitudine. Una fase nella quale l’identità è molto fragile e la necessità di un quadro di riferimento sicuro e condiviso diventa fortemente necessario.

Per questo motivo sarà, tra tutti, il momento più complicato per la famiglia in transito. I figli decidono che non vogliono più accompagnare i genitori in questo folle girovagare, ma non sono sufficientemente autonomi per restare soli. Cominciano lotte interne, dalle quali non sempre si esce bene.

L’adolescente è particolarmente vulnerabile nell’assorbire gli impatti di proiezione dei genitori, fratelli e amici. E’ un ricettacolo propizio a farsi carico dei conflitti degli altri e assumere gli aspetti più sensibili dell’ambiente in cui si muove. Per questo motivo è più probabile che nella famiglia in transito l’adolescente sia colui che rappresenta il malessere che il trasloco inevitabilmente implica.

In virtù della crisi essenziale dell’adolescenza, questa età è la più adatta per soffrire gli impatti di una realtà frustrante.

I genitori vengono giudicati dai propri figli e sono genitori colpevoli. I figli sentono ostilità verso i genitori e si sentono incompresi. Questa stessa de-idealizzazione delle figure genitoriali li immerge nel più completo abbandono.[1]

Più profonda è la coscienza dei genitori rispetto ai propri limiti e necessità, più saranno in grado di rispondere ai propri figli. Quanto più lavoreranno per accettare la crescita dei figli, e sull’ambivalenza e resistenza che questa può implicare, tanto più saranno connessi ai propri limiti legati al passare del tempo, e da lì riusciranno a trarre esperienza e chiarezza per attraversare questo difficile momento di crescita.

Riconoscendo quello che si perde e tenendo presente la capacità di ricostruirlo, bisogna cercare di creare insieme una strategia comune per riformarsi un gruppo sociale nella nuova destinazione.

Le crisi, se non vengono sufficientemente discusse, fanno sì che le persone che le attraversano si sentano isolate, confuse o colpevoli e le considerino qualcosa di male e forse anche di anomalo (Pittman, 1991).

 

[1] L’adolescenza dei figli coincide con l’età matura o adulta dei genitori. Crisi da entrambi i lati. Una madre una volta mi chiese: “Chi ci insegna a essere genitori di adolescenti?”. La controparte degli adolescenti: “Adolescenza: dicesi della tappa della vita durante la quale i genitori diventano insopportabili”.