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Claudiaexpat ci racconta la sua esperienza linguistica a Gerusalemme…

Prima di venire a vivere a Gerusalemme non avevo mai provato il profondo disagio e la frustrazione che accompagnano l’impossibilità di comprendere l’ambiente e le persone da cui siamo circondati. Parlo sei lingue, alcune le ho studiate per lavoro, altre le ho apprese nei paesi dove mi è capitato di vivere, e l’impossibilità di comunicare si è limitata eventualmente a un paio di mesi necessari a praticare la lingua e ad entrarne nel vivo prima di poter parlare con le persone e comprendere i segnali scritti dei miei nuovi paesi d’accoglienza. La facilità di apprendimento e di utilizzo di una lingua straniera è molto soggettiva, come pure soggettivo è il bisogno di comunicare nella vita di tutti i giorni. Ma mentre per alcuni il fatto di non potersi intrattenere in conversazioni sugli autobus o coi negozianti non rappresenta un problema in sé, è sicuro che per quanto riguarda alcune questioni pratiche del nostro quotidiano, se non si parla la lingua del posto la vita in quel paese può diventare estremamente faticosa, per non dire penosa.

Dato che io sono una persona che ritiene essenziale poter essere compresa quando parla con altri esseri umani e poter capire quanto gli altri hanno da dirmi, nel momento in cui mi è stato detto che avrei abitato a Gerusalemme, ho subito pensato a come avrei fatto in un luogo nel quale le lingue ufficiali e diffuse sono addirittura due, ed entrambe molto lontane dalle lingue latine, con le quali mi sento a mio agio.  Ma naturalmente, come tutte le cose che si tenta di anticipare senza averle vissute, anche quest’ avventura mi riservava delle esperienze che non avrei mai immaginato, e alcune gradevoli sorprese.

lingue al-quds7Gerusalemme, (Yerushalayim in ebraico, Al-Quds in arabo)  viene considerata dagli israeliani la capitale dello Stato di Israele, anche se le Nazioni Unite, l’Autorità Nazionale Palestinese e la maggior parte degli stati non la riconoscono come tale.  Sul suo territorio convivono una pletora di lingue, ciascuna espressione delle diverse culture che compongono il tessuto sociale della città al momento, ma l’ebraico e l’arabo sono in assoluto le due più parlate, e metto l’ebraico per primo perché, dato che la gestione della città è in mano agli israeliani, tutti i documenti che regolano la vita e il funzionamento comune (multe, bollette della luce, dell’acqua, del telefono, avvertenze di vario genere, convocazioni, etc.) vengono prodotte in ebraico. I cartelli per la circolazione stradale e per le indicazioni dei vari luoghi sono generalmente in ebraico, arabo e inglese, e formano un quadro decisamente singolare. Potete quindi immaginare il dilemma dell’espatriato che arriva qui e si trova davanti non una, bensì due lingue importanti e deve scegliere se impararne una, perché e quale.  Dico perché semplicemente per introdurre il fatto che qui si può benissimo sopravvivere senza parlare le lingue ufficiali. L’inglese è molto diffuso, e anche se in tanti casi è parlato in maniera superficiale, nelle interazioni verbali è quasi sempre sufficiente per orientarsi, informarsi, spiegarsi, e comunicare con le persone. Ma come dappertutto, parlare la lingua che si intreccia alla cultura e alla vita del posto nel quotidiano è un grande plus che rende il soggiorno un’esperienza dal gusto più vivo, e sicuramente più ricca. Ma quale delle due scegliere, e quali sono i criteri che motivano la scelta, è un discorso intricato e che – come tutto qui – rischia di sconfinare nel politico. A seconda delle posizioni che ognuno prende nel conflitto, può capitare di incontrare persone che si rifiutano categoricamente di parlare anche una sola parola in ebraico (ne ho conosciuti che dopo sei mesi di permanenza non sapevano nemmeno come si dice grazie!), mentre altre si tengono a distanza dall’arabo come farebbero con la peste.

Cosa sarà mai?

Cosa sarà mai?

Personalmente trovo che l’esercizio di apprendimento di qualsiasi lingua sia un processo intenso e affascinante, ma devo ammettere che se dovessi scegliere di studiare una delle due, opterei sicuramente per l’arabo, che qui associo a un popolo più gentile, più  umano e accogliente. L’ebraico, oltre ad essere parlato esclusivamente dentro ai confini di Israele, ha dei suoni molto duri e quasi aggressivi, che non invogliano molto all’approfondimento. Dal punto di vista pratico, l’apprendimento dell’ebraico è più utile per quanto spiegavo prima: tutto è gestito dagli israeliani, e la maggior parte delle transazioni si fanno nella loro lingua. Ma bisogna dire che non è infrequente trovare cittadini israeliani (soprattutto anziani) che parlano un pochino d’arabo, e viceversa. Quindi il discorso di quali e quante lingue imparare è soggettivo e non ho consigli in merito, a parte il tenere in considerazione quanto vi ho detto sopra. In ogni caso penso che sia importante memorizzare almeno i saluti, i ringraziamenti e i numeri in entrambe le lingue. Nei mercati e nei parcheggi sul lato ovest (israeliano) della città i numeri vi verranno comunicati regolarmente in ebraico, se volete che ve li dicano in inglese dovete chiederlo espressamente. Se, come me, dopo un po’ vi scocciate di sollecitare una gentilezza verso lo straniero che comunque non arriva mai (o tranne in rarissimi casi), imparate i numeri almeno fino a venti e avrete vita più facile.

In generale trovo piuttosto traumatizzante e frustrante l’esperienza di parziale comunicabilità e l’impossibilità di afferrare appieno le sfumature non di una ma bensì due culture del paese in cui vivo. Come dicevo, è la prima volta che mi capita di vivere un’esperienza del genere, e anche se è vivificante sapere che nel corso di una vita uno non smette mai di sperimentare nuove cose, trovo decisamente avvilente non capire un’acca quando la gente litiga sugli autobus, quando scherza e ride al mercato, quando insomma esprime nel piccolo quotidiano tutto il carattere, le pulsioni e gli elementi del proprio esistere come comunità. Mi sento per la maggior parte del tempo menomata, bloccata, impossibilitata a spiegare a fondo i miei sentimenti, e questa cosa mi fa soffrire soprattutto perché in una situazione di conflitto come quella che si vive qui, esprimere vicinanza e solidarietà è fondamentale. Allora supplisco con la comunicazione non verbale, ma anche qui non è detto che la cosa funzioni. A parte una serie di gesti che in Italia significano una cosa e in Israele e nel Territorio Occupato ne significano un’altra, c’è anche il fatto che l’empatia degli israeliani è totalmente diversa dalla nostra, che invece collima molto di più con quella dei palestinesi. Con questi ultimi capita che i gesti, i piccoli scherzi, gli ammiccamenti e i sospiri  siano recepiti all’immediato e mi vengano restituiti con altri segnali, e la catena che si forma dà vita a un tipo di comunicazione che, anche se non completa come quella supportata dalla possibilità verbale, può comunque dare qualche soddisfazione. Con gli israeliani nella maggior parte dei casi le battute di spirito non vengono recepite, i sorrisi non sempre vengono restituiti e ho l’impressione che le mie intenzioni comunicative cozzino contro un muro di gomma.

Cosa rischio se parcheggio qui?

Cosa rischio se parcheggio qui?

L’incomunicabilità è però anche estremamente frustrante dal punto di vista pratico. Da quando sono arrivata qui, in tutte le situazioni che in spagnolo, francese e inglese posso gestire brillantemente, ho sofferto perché non riuscivo ad arrivare a un risultato. Potrei farvi una miriade di esempi:

* il contatto col meccanico – che parla un inglese stentatissimo e dal quale esco ogni volta incrociando le dita perché tutto vada bene
* l’orientamento e gli spostamenti in città, quando prendo un bus e ho bisogno di capire dove va e se mi porta dove io voglio arrivare
* la telefonata all’azienda telefonica che ci ha tagliato la linea, e dove il disco automatico offre opzioni di contatto verbale solo in ebraico, arabo o….russo !
* la comprensione dei vari cartelli per la strada, nei parcheggi, alle entrate nei parchi o in zone speciali della città
* la ricerca di prodotti particolari, che implica una spiegazione più approfondita

Per non parlare di casi di emergenza, ad esempio quando ci si rompe la macchina, o restiamo bloccate in un parcheggio (mi è successo: la macchinetta del pagamento mi restituiva la mia tesserina senza permettermi di saldare il dovuto, e l’unica voce umana che mi rispondeva mi parlava in ebraico, e dopo un po’ si scocciava e spariva, mentre io restavo lì sempre più prigioniera), o qualcuno si infuria con noi (mi è capitato anche questo, al supermercato: ancora oggi mi chiedo cos’avevo fatto di così catastrofico per meritarmi quella cascata di abbaiamento da parte della signora dietro di me alla cassa, mentre le cassiere guardavano imbarazzate da un’altra parte e/o scuotevano la testa!), o dobbiamo arrivare di corsa da qualche parte e per questo dobbiamo far spostare qualcuno o qualcosa.

lingue al-quds5

Per orientarsi al centro commerciale

In queste condizioni si ha sicuramente bisogno di una dose di coraggio maggiorata per spingersi al di fuori dei propri confini e della propria routine, e per fortuna a noi espatriate di lunga data in genere non è il coraggio che manca.

C’è però un aspetto di Gerusalemme sul quale voglio soffermarmi perché è una cosa, come tante altre, unica, e che trovo assolutamente stimolante. Come saprete, il popolo israeliano è formato da individui di origine ebrea, alcuni dei quali si sono installati in questa zona ancora prima della creazione dello Stato di Israele, altri che sono venuti qui dopo l’Olocausto, ma molti altri che han continuato e continuano a raggiungere questo paese tramite l’alyiah, o immigrazione ebraica, un processo che qualsiasi cittadino ebreo, ovunque nel mondo, può mettere in atto per diventare cittadino israeliano ed essere accolto con tutti i benefici del caso. Quindi, al già nutrito gruppo di ebrei che sono stati accolti in situazioni estreme (com’è il caso degli ebrei etiopi che sono sfuggiti durante la guerra civile che in Etiopia ha scacciato il colonnello Menghistu), flussi di individui provenienti dalla Russia, dalla Repubblica Ceca, dalla Francia, dall’Italia, dagli Stati Uniti, da paesi latinoamericani e molti altri ancora, entrano costantemente nel paese, dando vita a una situazione linguistica tra le più interessanti. Naturalmente chi di loro non parla l’ebraico (può anche darsi questo caso) si affretta ad impararlo, ma molti mantengono all’interno della loro famiglia immigrata la lingua del paese d’origine dal quale provengono. Si sono create così intere colonie culturali organizzate intorno alla loro lingua, con pubblicazioni, luoghi di incontro, di commercio e di aggregazione, che utilizzano il francese, l’inglese, il russo, lo spagnolo, e così via. Nel caso del russo il fenomeno ha assunto proporzioni talmente notevoli, che capita che i dischi registrati nei vari servizi erogati telefonicamente propongano questa lingua oltre all’ebraico e all’arabo, e il contatto con la popolazione russa nei negozi e nei servizi pubblici e privati sta diventando qualcosa di molto comune. Ci sono giorni in cui dico più spesso “spasiba” (grazie in russo) che “todah” (grazie in ebraico). E ci sono giornate durante le quali mi può capitare di parlare nel giro di due ore, se vado per negozi e/o uffici, in italiano, inglese, francese, spagnolo e ovviamente anche a gesti. Sta diventando per me sempre più divertente entrare in un negozio del centro di Gerusalemme, rivolgermi al commesso/a in inglese, e poi buttar lì “per caso”  una parolina in spagnolo o francese per vedere se conoscono queste lingue…funziona quasi sempre! Recentemente ho fatto una radiografia alla bocca con un argentino che si è trasferito qui tredici anni fa, e col quale ho chiacchierato tutto il tempo in spagnolo; la mia dentista è una francese che ha fatto la sua alyiah ventitré anni fa, e con la quale discuto di denti, corone e radici in francese. Una volta mi è capitato di chiamare la compagnia di Internet disperata perché la mia connessione non funzionava, e dopo essere stata palleggiata tra diciotto tecnici, dei quali solo due parlavano un inglese stentato, ho trovato una gentile signorina felice come una pasqua di praticare il suo spagnolo con me. E mi ha rimesso in sesto la linea, tra l’altro!

Negli uffici postali la coda è di rigore, e durante l’attesa i cellulari non smettono di suonare. Non si può mai sapere quale sarà lingua di risposta alle varie chiamate, e trovo che questa situazione sia talmente divertente che a volte mi fa chiudere il libro che porto sempre con me per concentrarmi sulle varie lingue parlate e sugli accenti. Dato che ho la fortuna di comprendere più lingue, mi piace anche molto ascoltare chi pensa di non essere capito, quando è ad esempio il caso di persone che parlano al cellulare in italiano o in spagnolo. Questa situazione non l’ho mai vissuta prima – può naturalmente capitare ovunque di sentire una persona che si esprime in una lingua diversa da quella locale, ma un tale mix linguistico, costante e ripetuto è una cosa per me assolutamente inedita e affascinante, come tutto, del resto, in questa stupenda città!

 

Claudiaexpat
Gerusalemme
Gennaio 2011