Home > Uomini Expat > Il destino dell’uomo expat prigioniero in Perù

C’è stato, in passato, un periodo fortunato durante il quale Expatclic godeva di singole equipe linguistiche. In particolare, durante il suo soggiorno a Lima, Perù, Claudiaexpat ha incontrato un uomo inglese che accompagnava la moglie nel suo lavoro, aveva un po’ di tempo a disposizione, e che ha accettato volentieri di occuparsi della sezione anglofona del sito. Julian, ex Julianexpat, attualmente vive e lavora a Londra, dove è tornato alla fine del contratto di sua moglie in Peru. Per questo speciale aggiornamento sugli uomini accompagnanti, vi riproponiamo un articolo che aveva scritto all’epoca a Lima, e che contiene dei punti molto interessanti che ci aprono le porte su quest’universo poco conosciuto. Grazie ancora, Julian!

Settembre 2013

Prometto che in futuro non scriverò più di me, ma ho pensato che il mio punto di vista, quello di un uomo che collabora con un team impegnato a parlare di espatrio al femminile, potrebbe essere molto interessante; tantopiù che mi trovo nella posizione di aver preso una pausa nella mia carriera, e aver “seguito” mia moglie nel suo lavoro dall’altra parte del mondo.

Quando, un paio di anni fa, Greta mi propose di passare i primi anni di vita dei bambini lontani dalla carissima Londra, tentai di evadere la questione. Avevo appena terminato un periodo in cassa integrazione e mi ero messo nuovamente alla prova in un altro lavoro. La sua insistenza però ebbe la meglio, e mentre mi abituavo all’idea di uscire dalla mia “zona di conforto”, cominciavano anche i progetti futuri. Con mia moglie al lavoro avrei potuto dedicarmi a scrivere quel famoso primo romanzo, comprare quel relitto di barca e sistemarlo, dipingere un capolavoro, cantare come primo tenore con il Coro Nacional, e fare opere buone. Probabilmente la mia “preoccupazione” principale dopo quindici anni nel mondo del lavoro era l’imbarazzante quantità di tempo libero che avrei avuto tra le mani. Mentre si lavora a tempo pieno, si pensa continuamente “se solo avessi più tempo, pensa a tutto quello che potrei fare”. Quando però le circostanze forniscono il tempo libero, la pressione di produrre, di fare cose utili, di creare qualcosa, diventa molto reale.

Julian_FamilyNaturalmente insieme alla possibilità di prendersi due o tre anni sabbatici, c’è il rovescio della medaglia di dover riempire quel buco nel CV, per non parlare dell’orgoglio e dell’identità lavorativa, che diventano meno tangibili. Prima di arrivare in Perù gestivo un team di sistemi informatici, e mi sono sentito quasi in dovere di trovare un lavoro volontario che mi permettesse di mantenere o di migliorare le mie capacità in quell’area, cosa che ho fatto. Ma oltre a questo, e, sono sicuro, come molti altri che si trasferiscono in paesi con problemi tangibili, volevo essere coinvolto in modo più diretto.
E qual è la realtà qui in Perù? Beh, tra altre cose sono l’autista dei miei bambini (dato che insisto nel prendermi la responsabilità della mobilità dei miei figli sulle brutte strade di Lima), il che con gli orari scolastici complicati, gli appuntamenti per giocare e le continue feste di compleanno, prende non poco tempo. Diventare un membro utile per la società non sarebbe comunque successo dall’oggi al domani, dato che dovevo portare il mio spagnolo a un livello decente, e naturalmente c’erano tutta una serie di altre questioni pratiche di cui occuparsi, cosa comune a tutti i “coniugi accompagnanti”. Portare a scuola i bambini, trovare una casa, intervistare e scegliere una baby-sitter, e più in generale aiutare il nostro adattamento in un nuovo ambiente sociale e culturale. Gestire una casa è stata un’esperienza formativa interessante. Rispetto a questo, le previsioni non erano ottimiste. Greta fa sempre delle liste, è  un’organizzatrice nata e ha sempre tutto sotto controllo; io, al contrario, sono piuttosto passivo, un po’ troppo “all’ultimo minuto”. Alcune delle nostre discussioni più accese all’inizio ruotavano intorno a questa sfortunata contraddizione. Penso di essere migliorato in questo senso (anche se dovreste chiedere conferma a mia moglie!), e sicuramente ho cominciato ad esplorare il mondo mai frequentato prima (da me!) delle pagine dei nostri libri di ricette.

Il calendario dei viaggi di Greta si potrebbe descrivere al meglio con un “se è martedì, dev’essere Paraguay”, e questo ovviamente crea diversi livelli di stress per entrambi. Ad esempio recentemente ho dovuto portare mia figlia al pronto soccorso per quella che si è rivelata una frattura del cranio. Greta era a Washington. Io vedo mia figlia sotto flebo, svegliarsi e addormentarsi in maniera preoccupante, mentre mia moglie può solo immaginarsela a 3,200 chilometri di distanza. Cos’è peggio? Fortunamente per lei, ha controllato il suo Blackberry solo alla fine di una cena di lavoro, e a quel punto il rischio era passato.
Per quanto riguarda il livello di accettazione da parte del mio paese d’accoglienza, direi che vengo guardato come una specie di rarità, o forse come uno un po’ strambo. A parte gli inevitabili messaggi dalla scuola di mio figlio indirizzati unicamente alle Mamme (cosa su cui non mi sono astenuto dal commentare), almeno adesso vengo riconosciuto dalle altre madri, anche se non interamente accettato. Il commento della madre di un amichetto inglese diceva che la tendenza è di non invitarmi ai vari caffè per paura che, essendo uomo, metterei in imbarazzo il gruppo di donne. Ma questo posso capirlo.

Presumo che in gran parte le mie esperienze, preoccupazioni e bisogni riflettano quelli delle donne nella stessa situazione. Trovo che se sono impegnato con il mio lavoro volontario, con LimaKids o INRENA, mi è più facile trovare equilibrio come “uomo prigioniero”. Non avrò ancora scritto il famoso primo romanzo, non comprerò mai la barca, ma, pur non avendo ancora creato un capolavoro, ho cominciato a dipingere scene del Perù e della sua colorata popolazione, e sto cominciando a scrivere occasionalmente per Expatclic. Come dicono in Perù, “poco a poco”.
Julianexpat
Lima, Peru
Ottobre 2007

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