Home > Vita d'Expat > Salute > Il diritto di voto è più importante del diritto alla salute?
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Cristinaexpat condivide alcune considerazioni sull’assistenza alla salute per gli italiani all’estero.

Esiste in Italia un ministero per gli italiani nel mondo ed è al ministro Tremaglia che vorrei rivolgere i miei sentiti ringraziamenti per la grande opportunità offertami quest’anno: votare per il referendum del mio paese nel salotto della mia casa in terra straniera. Sono residente per motivi di lavoro in un paese africano, ma ho potuto esercitare, con stupore e riconoscenza, il mio diritto di voto a distanza, sentendomi partecipe della vita politica e sociale del mio paese.

Grazie!

E’ una grande opportunità e un grande segno di civiltà della nostra Repubblica di cui vado orgogliosa.

Ma c’è una domanda che vorrei rivolgere al Ministro Tremaglia: non sono un’esperta in materia giuridica, ma se non ricordo male nella nostra Costituzione l’articolo che sancisce il diritto di voto dell’individuo porta un numero successivo a quello che riconosce allo stesso individuo il diritto alla salute. La posizione cronologica dovrebbe avere anche un valore gerarchico in termini di importanza.

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La domanda sorge in seguito alla mia personale esperienza, che peraltro è l’esperienza di molti italiani che oggi lavorano all’estero. Risiedo da due anni in terra africana, in un paese dove le strutture sanitarie non mi offrono elementi di fiducia sufficienti, perciò da alcune settimane sono rientrata in patria per trascorrere gli ultimi tre mesi di gravidanza in un paese dove l’assistenza sanitaria è tra le migliori ed offrire a me e a mio figlio la maggiore tranquillità possible.

Tuttavia al primo controllo ecografico, ho avuto un’amara sorpresa: in quanto residente estera, iscritta all’AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero), sono stata cancellata dalle liste dei residenti nel comune italiano di provenienza e pertanto ho perso automaticamente il diritto all’assistenza sanitaria in Italia.

Ho scoperto di avere diritto per soli 90 giorni alle pure prestazioni d’urgenza, ossia richieste tramite accesso ai servizi di pronto soccorso e nient’altro. Quindi niente medico di base, niente pediatra per mia figlia di 5 anni, niente follow-up della gravidanza, niente ….assistenza al parto!

Ho anche chiesto all’ASL di competenza se almeno il bambino alla nascita avrà il diritto all’assistenza, in quanto nato su terra italiana, ma non mi hanno saputo rispondere.

Tutte le prestazioni andranno quindi pagate, a meno che io non faccia come un qualsiasi straniero che si presenti in Italia: dovrei richiedere il trasferimento della residenza, attivando un complesso meccanismo amministrativo di richiesta all’ambasciata che richiede circa tre o quattro mesi per concludersi, il tempo necessario per partorire e poi ripartire per l’estero laddove a quel punto non avrei più la residenza, con la necessità di un’ulteriore pratica consolare da richiedere per ri-iscrivermi all’AIRE e altri tre o quattro mesi di attesa per il suo perfezionamento.

Ora caro Ministro, lo so che forse dovrei rivolgere questo mio appello al più pertinente ministero della Sanità, ma forse lei che è più sensibile alle problematiche degli italiani all’estero, troverà il modo di scambiare due parole in corridoio con il suo collega e sensibilizzarlo su questo problema.

Sono sempre stata dell’idea che sia giusto tutelare i diritti degli italiani che hanno deciso di vivere per trenta o quarant’anni all’estero, ma in fondo dopo tanti anni mi viene da pensare che partire e soprattutto restare per tanto tempo all’estero sia stata una loro scelta di vita.

Mi sembrerebbe un pochino più giusto tutelare gli italiani che all’estero ci lavorano per periodi più brevi, spesso inviati da aziende italiane per cui lavorano e che si muovono da un paese all’altro per periodi relativamente corti, due o tre anni, portando all’estero tecnologia e famiglia, ma restando fondamentalmente ancorati alla loro cultura e al loro paese in cui rientrano regolarmente.

La cosa più grave è che molti di questi italiani sono obbligati ad iscriversi all’AIRE e allo stesso tempo, essendo dipendenti di consociate estere di società per azioni italiane, in applicazione di non ricordo più quale normativa fiscale, versano in Italia fino all’ultimo euro di IRPEF e di contributi calcolati sul loro stipendio prodotto all’estero.

Considerato che a qualsiasi straniero che varchi le nostre frontiere regolarmente viene riconosciuto il diritto all’assistenza sanitaria, con grande dimostrazione di civiltà e rispetto per la persona e la collettività, le chiedo perchè a questi italiani e alle loro famiglie, che espletano regolarmente i loro doveri nei confronti del fisco italiano, questo stesso diritto viene negato, costringendoli al pagamento di profumati premi per assicurazioni sanitarie private?

Egregio Ministro, se possibile, oggi le chiedo se posso scambiare il mio diritto di voto con il diritto all’assistenza pubblica, rinunciando a votare dall’estero, pur di vedere riconosciuta ai miei figli la tutela della loro salute, diritto che nella mia scala dei valori umani (scala che mi sembra coincida con quella sancita dalla Costituzione) occupa un gradino superiore rispetto alla soggettività politica.

Cristinaexpat
Agosto 2005