| Un concentrato di simpatia nella scrittura di Alessandra Libutti |
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Alla ricerca di materiale per il mio articolo sui blog delle italiane all’estero, mi sono imbattutta in Alessandra Libutti, italiana che vive in Inghilterra, scrittrice, mamma, profondamente donna in tutte le sfaccettature di una vita che si è ancorata a un’altra cultura. Ve la presento. Claudiaexpat, Novembre 2008
Alessandra ha studiato Lettere alla Sapienza di Roma, laureandosi in Storia e Critica del Cinema con una tesi su François Truffaut. Un periodo intenso, quello dell’università, durante il quale partecipa a interminabili rassegne cinematografiche, si sposta di festival in festival, guarda vari film al giorno. A università conclusa inizia però un periodo di incertezze. Alessandra comincia a scrivere per un giornale locale, lavorando in una pizzeria per arrotondare le entrate. I soldi sono pochi e le prospettive future non troppo incoraggianti. Nella migliore delle ipotesi la aspettano dieci anni di precariato e praticantato vivendo a casa dei suoi genitori e dipendendo almeno in parte da loro. Una situazione ed una prospettiva inaccettabili per Alessandra, che decide dunque di trasferirsi in Inghilterra. “I primi anni a Londra li ho vissuti da classica emigrante, vivendo in un bedsit in un palazzo abitato da italiani”, racconta Alessandra. “Ci riunivamo la sera nelle camere più grandi e univamo le risorse: chi metteva la pasta, chi i pomodori, chi comprava da bere. Eravamo una vera comunità; tutti disillusi dall’Italia e alla ricerca di un futuro migliore. Molti poi sono rientrati. Alcuni, come me, invece sono rimasti. Ho fatto ogni tipo di lavoro: alla reception di un hotel, segretaria, commessa. Avevo mantenuto i contatti con una rivista musicale italiana, "Music & Arts" che faceva parte dello stesso gruppo editoriale che pubblicava anche "Ciao 2001". Scrivevo di musica, cinema e arte. Poi collaborai con Stampa Alternativa. Scrissi un libro-intervista sulla rock band Wire per la loro collana Sconcerto. Fare la giornalista però non era facile allora. Non possedevo una macchina da scrivere. Scrivevo i pezzi a mano e li faxavo. Non avevo neanche il telefono. Per comunicare dovevo andare alla cabina telefonica. Era imbarazzante con gli uffici stampa, non mi prendevano sul serio. Ricordo che con i soldi per il libro sui Wire riuscii a farmi installare un telefono e acquistai il mio primo Mac. Era il 1994. Purtroppo però quell’anno la casa editrice di "Music & Arts" chiuse i battenti non pagando nessuno. All’epoca internet non era ancora diffuso e restai tagliata fuori dal modo editoriale. Per un po’ di tempo lavorai come assistente di produzione in una compagnia di video promozionali e per svago suonavo in un gruppo rock. Poi ottenni un posto come assistente manager in un negozio di dischi e lí conobbi mio marito. Ho lavorato per diversi anni all’ufficio centrale dei Virgin Megastores occupandomi del design del materiale di punto vendita, poi come Project Manager alla Technicolor. Alla fine ho deciso che non ero in grado di conciliare l’attività professionale col mio ruolo di madre e ho deciso di stare a casa con i bambini.”. Una scelta coraggiosa, quella di dedicarsi a tempo pieno ai propri figli. Ma fare la mamma full-time non è un lavoro facile, e il senso di isolamento che questa scelta comporta è qualcosa di tangibile, di forte, che Alessandra non vuole ignorare. Sa che a tutte le latitudini le mamme passano attraverso le stesse fasi e le stesse difficoltà, e non a caso ha intitolato il suo blog “Mamme sull’orlo di una crisi di nervi”. “Le mamme al giorno d’oggi vivono situazioni difficili. Dopo il parto, tra notti insonni e il fare fronte alle mille esigenze di un neonato, si ritrovano improvvisamente costrette a riconsiderare il loro rapporto con la vita e con gli altri; tagliate (per scelta o necessità) per lunghi periodi fuori dal mondo del lavoro, per mesi isolate da tutto e da tutti, abbandonate a loro stesse, alle proprie difficoltà di adattamento e al timore di non essere all’altezza del ruolo. Quella che era una relazione di coppia paritaria spesso regredisce nei vecchi stereotipi. Le donne si occupano dell’educazione dei figli, della scuola, delle attività sportive; gestiscono la casa, organizzano vacanze, compleanni, tengono in piedi matrimoni, lavorano. Inevitabilmente sono nevrotiche, depresse, ansiose, sempre in equilibrio sul filo sottile della salute fisica e mentale. Le mamme si adattano alle infinite esigenze della vita, e lo fanno con grande dignità e coraggio. Bisogna parlarne.".
Parlarne e riderci sopra. Sdrammatizzare. Provocare il sorriso. Usare la satira per accarezzare la stanchezza, per mettere in contatto mamme di ogni parte del mondo, per far capire che non si è sole. Alessandra ha il dono di riuscire a far ridere. In modo elegante e leggero, pesca nelle situazioni più comuni a tutte le mamme e regala momenti di pura ilarità. La lezione di nuoto del primogenito, l’apertura dei regali a Natale, le gite alle fattorie o i pomeriggi al parco giochi vengono da lei raccontati con un taglio satirico e onesto che ce li restituisce come momenti che pur nella loro incommensurabile fatica, valgono la pena di essere vissuti, magari a volte subiti, sì, ma con coscienza e allegria.
Perchè Alessandra il dono della scrittura ce l’ha, al punto che ha anche scritto e pubblicato un romanzo che nel 2002 è stato finalista al Premio Italo Calvino. Thomas Jay è la storia di un ragazzino che entra in riformatorio a dodici anni e che resta invischiato in una serie di eventi che lo porteranno all’ergastolo. “E’ stato un progetto a lunga gettata”, racconta Alessandra. “E' la storia di una caduta; un percorso interiore; un viaggio attraverso cinema e letteratura. E' una storia sospesa tra due forze estreme: quella della ragione e quella dei sentimenti. L’idea l’ho avuta nell’adolescenza ed è maturata negli anni. Vedevo il romanzo come un progetto ambizioso, non mi sentivo necessariamente in grado di scriverlo. Avevo la storia pronta da tempo, poi negli anni ho cominciato a strutturarlo. Mi è davvero venuta voglia di scriverlo poco prima di sposarmi. Ho cominciato una prima stesura nel 1999, e ci ho lavorato a più riprese. Sono riuscita a pubblicarlo nel 2007”. Chiedo ad Alessandra com’è il suo rapporto con la scrittura, se intende continuare a scrivere romanzi, come si sente adesso a romanzo pubblicato. “Il mio rapporto con la scrittura è lo stesso che ho con l’acqua. Mi trattengo a lungo con poca voglia di entrare, il timore di quel brivido fastidioso al primo contatto. Una volta dentro però non vorrei più uscire. Mi muovo tra due mondi: tra la scrittura umoristica e breve e i romanzi, in cui la scrittura finisce per avvolgere e assorbire completamente. Mi appassiono più ai secondi, ma non sempre quel tipo di rapporto con la scrittura è conciliabile con la vita. E’ una questione di concentrazione: bisogna esserci anima e corpo, se non sulla tastiera almeno con il pensiero. Quando si è mamme non è una cosa facile da gestire, per questo mi prendo spesso periodi di pausa. Scrivere un romanzo è troppo impegnativo psicologicamente. Soprattutto la prima stesura è complicata, assorbe completamente e richiede un sacco di tempo. Per questo ho cominciato il blog: volevo continuare a scrivere ma non me la sentivo di gettarmi subito in un altro progetto di quella portata. Il blog è più conciliabile con le esigenze quotidiane. E mi piace parlare di mamme e dei loro problemi con racconti di taglio umoristico. Ho scelto la satira perché facendo ridere si riesce a far riflettere e discutere”. Prima di chiudere l’intervista mi interessa sbirciare dentro alla vita di Alessandra l’espatriata, la donna sposata a un cittadino inglese, mamma di due figli bilingui, che crescono in un paese che non è quello di origine della loro mamma.... “Negli ultimi anni mi trovo benissimo in Inghilterra. Ho vissuto a Londra fino a quattro anni fa, adesso mi sono spostata a nord, a mezz’ora di treno da Londra. Vivo in una cittadina molto tradizionale, a misura d’uomo, pulita, ordinata. Ho un’ottima scuola a pochi metri da casa, l’ambiente è molto sereno, i bambini godono di più libertà... Londra è andata benissimo finchè sono stata single o anche sposata ma senza figli. Una volta che si hanno bambini diventa difficile godere di tutto quello che offre la città. L’Inghilterra è un paese con i suoi pregi e i suoi difetti, ma la società inglese è altamente organizzata , più giusta. Qui si può davvero avere un buon livello di vita. Io non ho mai sentito grandi necessità di tornare in Italia, e in ogni caso i miei figli li voglio crescere qui”. |