Home > Africa > Angola > Intervista a Lia, volontaria in Africa

Lia è la degna nipote di Claudiaexpat. Da tempo collabora con vari progetti in Angola e Sierra Leone. E’ in quest’ultimo paese che Lia vive ormai da svariati mesi, dando una solida mano a progetti di grande importanza per le comunità con cui lavora, e senza trascurare tutte le opportunità che questa esperienza di volontaria le sta dando, incluso quella di fare da interprete davanti al tavolo operatorio! Claudiaexpat l’ha intervistata per voi. Grazie Lia!

Come sei approdata in Africa, e in particolare in Sierra Leone?

lia2In Sierra Leone ci sono letteralmente capitata nel 2005 quando ho seguito mio padre in un viaggio di lavoro. Durante la mia permanenza qui ho avuto la fortuna di incontrare quello che è diventato poi un carissimo amico, che durante quel periodo mi ha accompagnata alla scoperta della sua città (Makeni) e dei villaggi circostanti. In una di queste escursioni siamo capitati nel villaggio di Kagbere dove hanno chiesto un aiuto per proporre un progetto per la costruzione di una scuola secondaria, e da allora abbiamo lavorato insieme per scrivere, presentare e realizzare questo progetto, ora in fase di completamento.
Nel 2007 sono tornata qualche mese per effettuare le ricerche per la mia tesi di laurea in antropologia e per raccogliere le ultime informazioni necessarie alla stesura del progetto, che finalmente è stato approvato dandomi la possibilità di tornare per seguire i lavori in prima persona.

La Sierra Leone è immediatamente associata alla sanguinosa guerra che l’ha devastata. Com’è la situazione ora? Come vive la gente, come fa i conti con le ferite inflitte, e com’è l’umore?

Purtroppo la Sierra Leone viene associata agli eventi peggiori che vi hanno avuto luogo, come la guerra e il commercio illegale di diamanti. Sicuramente questi eventi hanno condizionato pesantemente la realtà quotidiana della popolazione, ma come sempre accade quando si entra in contatto con una situazione ci si rende conto che è molto meno lineare e omogenea di quello che si pensava.
Di guerra si parla molto spesso, è stata sanguinosa, violenta, gli scontri sono avvenuti in ogni parte del paese, in modo capillare, non c’è zona che sia stata risparmiata. Le fazioni in lotta armata durante il conflitto sono aumentate esponenzialmente, e definire “esercito” e “ribelli” i due attori principali è un’esagerata semplificazione: oltre alle fazioni iniziali, sono giunti nel paese per combattere mercenari provenienti dalla Nigeria, dal Sudafrica, truppe liberiane, forze di pace, Ecomog. Alcuni gruppi armati sono stati formati dai cittadini per la propria difesa, e i gruppi di ribelli alla fine risultavano essere diversi, e in alcuni casi in lotta fra loro.
La vita all’interno del paese è stata travolta dagli scontri, la popolazione civile è stata costretta a difendersi da tutti gli attori del conflitto, senza distinzione, ed è stata la vittima principale: in Sierra Leone si è registrato un numero di atti violenti e di lesioni gravi incredibilmente alto, che ha lasciato un’alta percentuale di amputati e sfregiati.
Il numero di atti in violazione dei diritti umani è stato definito tra i più alti, specialmente negli ultimi anni di conflitto, con un’impennata durante l’assedio di Freetown da parte dei “ribelli”.
La riconciliazione, la ricostruzione, la rielaborazione sono processi in corso dalla fine ufficiale del conflitto, nel 2002. È stata istituita una commissione per la verità e la riconciliazione sul modello si quella proposta in Sudafrica alla fine dell’apartheid, per favorire un percorso su delle basi di condivisione, ma credo che in definitiva da un punto di vista informale la ripresa sia decisamente più complessa e multiforme di quella proposta dagli organismi ufficiali.
La qualità della vita è ancora bassa, mancano strutture di base, la media della popolazione vive in condizioni precarie e difficili, il livello di istruzione è bassissimo, e i costi di accesso alle risorse sono elevati.
Ma la percezione che danno le persone è decisamente diversa: è un paese allegro, vivo. Anche nel mezzo di difficoltà enormi, si sente un’atmosfera vivace, una forte dignità, una capacità impressionante di superare il dolore e le difficoltà.
Makeni, la città in cui vivo, è sempre brulicante di attività, rimbomba di suoni e di odori, di lingue diverse. I gruppi etnici presenti in Sierra Leone sono molteplici, si parla di 17 etnie su un totale di 5 milioni di abitanti, e convivono pacificamente da sempre. La guerra non ha assunto alcun connotato razziale per tutta la sua durata, e posso dire che l’integrazione e la condivisione tra persone di credo religioso diverso e provenienti da etnie differenti è assolutamente meravigliosa.
È difficile dare una definizione unica di com’è la vita oggi, si può semplificare a grandi linee: l’anno scorso ha visto le prime elezioni libere e democratiche del paese, ed è stato eletto un nuovo presidente giovane che al momento riscuote un buon successo e fa ben sperare per il futuro politico. I problemi, principalmente di corruzione e attività illegali, sono ancora preoccupanti, ma si spera in un graduale miglioramento. È iniziato un processo di riqualificazione delle zone urbane, e un tentativo di innalzamento della qualità dell’istruzione e della sanità, ma ci vorrà tempo per vederne gli effetti reali.
Nelle città si sviluppa il commercio, principale attività. Il problema è che non esiste produzione locale di beni richiesti sul mercato, diamanti a parte, e il mercato stenta. Le persone tuttavia vivono con grande felicità la possibilità di tornare in città e ricostruirsi una casa dopo un decennio in cui vivere in un centro abitato rendeva altissimo il rischio di essere attaccati.
Nei villaggi, infine, sembra che il tempo si sia fermato. Si vive di agricoltura, quasi a livello di sussistenza, anche se pian piano si iniziano a vedere strutture nuove comparire in giro. Tuttavia il programma governativo sembra indirizzarsi principalmente alle aree urbane, lasciando i villaggi e le campagne in secondo piano.
Fortunatamente la terra da buoni frutti, e si riesce a vivere dignitosamente all’interno di un sistema di relazioni famigliari e comunitarie.

Parlaci dei progetti che stai seguendo

I progetti che sto seguendo sono rivolti alle strutture dei villaggi, come scuole e i centri medici. L’idea è quella di intervenire dove non esistono altri tipi di risorse per il miglioramento strutturale, finchè il governo non sarà in grado si provvedere anche ai villaggi.
Il costo di questi interventi è mediamente ridotto e i risultati immediati e soddisfacenti. Inoltre il tempo che si impiega per i lavori consente una permanenza di qualche mese nel paese, per poi rientrare in Italia.
Il progetto più grande che mi è stato chiesto di seguire è la costruzione di una scuola secondaria nel villaggio di Kagbere, tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione, nel nord del paese, ad un paio d’ore da Makeni. È il villaggio del Paramount Chief della zona, un capo tradizionale davvero illuminato che sta investendo tutte le risorse possibili per far sì che i giovani della sua zona non siano costretti a trasferirsi in città per proseguire gli studi al termine delle primarie. Questo infatti impone alle famiglie costi che difficilmente possono permettersi, e favorisce una discriminazione delle figlie femmine, destinate a rimanere nel villaggio.
Un altro intervento indirizzato ha previsto la riparazione di una scuola primaria nel villaggio di Maforay, nelle vicinanze di Makeni. La scuola era in funzione, ma la struttura era incompleta ed in stato di abbandono. Con un budget limitato e con il contributo della comunità in termini di manodopera abbiamo completato la ristrutturazione attraverso due interventi, uno nel novembre del 2007 ed uno nel novembre del 2008.
Tra i progetti che ho in mente per un futuro c’è la riqualificazione di un piccolo centro medico cruciale per la sanità di decine di villaggi, la cui struttura è decisamente inadeguata e fatiscente. Al momento stiamo stilando un preventivo dei lavori di manutenzione più urgenti e cercando fondi per poterli realizzare al più presto.
Nel frattempo abbiamo avviato un progetto minuscolo di microcredito con una ragazza del posto, Mathilda, alla quale ho anticipato una piccola cifra per iniziare un’attività di produzione di collane in stile locale, il ricavato della cui vendita verrà suddiviso tra un suo guadagno ed una parte da destinare alla costruzione della scuola di Kagbere.
Lavorare all’interno delle comunità di villaggio mostra tutta la forza e il potere dei legami comunitari, che in città sono molto più sfibrati e discontinui: gli adulti si impegnano in prima persona come manodopera per restaurare la scuola dei loro ragazzi, e non è stato raro che lo abbiano fatto senza ricevere in cambio alcun salario. C’è un forte coinvolgimento, alle riunioni ed ai lavori partecipa materialmente tutto il villaggio, e il calore che si percepisce, e l’energia che si esprime danno la misura del valore sociale dell’unità del gruppo a cui si appartiene.
Tutti i progetti che ho seguito sono stati proposti direttamente dai responsabili dei villaggi, che sono venuti a conoscenza della mia presenza e della mia disponibilità a prendere in considerazione questo genere di interventi.

Tu sei volontaria. Quali sono i pro e i contro del volontariato e quali devono essere secondo te le caratteristiche di un buon volontario?

La dimensione del volontariato si adatta bene alle esigenze di questo genere di lavoro, soprattutto all’inizio, quando serve un po’ di esperienza per imparare, per mettersi a confronto con una realtà nuova.
Sicuramente attraverso forme di volontariato è possibile fare esperienze lavorative, umane e culturali importanti ed interessanti.
L’aspetto negativo è la scarsa professionalità con cui volontari a volte affrontano il lavoro. C’è un sentimento diffuso per cui “lì serve tutto, qualsiasi cosa faccio, comunque aiuto” che in realtà crea molta confusione, e rischia di compromettere il buon funzionamento dei progetti.
Molti personaggi che decidono di partire per un periodo, specialmente per l’Africa, più che interessati al lavoro, materialmente simile a quello che si potrebbe fare anche a casa, o all’esperienza di arricchimento e di confronto culturale, alla quale spesso non sono pronti, cercano invece un’esperienza per sé stessi.
Sicuramente un’esperienza del genere ci rivela molto di noi stessi, ma credo che la maggior parte dei progetti e degli incarichi avrebbero un netto miglioramento se si ricercassero figure professionali qualificate per svolgerli, come del resto accade in ogni altro settore.
Quindi, secondo me, come sul turismo o sul commercio, il volontariato responsabile, “equo e solidale” è sensato e positivo. Il volontariato selvaggio, introspettivo e fine a sé stesso rischia di complicare le attività ed i rapporti di lavoro.
Le caratteristiche di un buon volontario dipendono, credo, dal tipo di lavoro che si propone di fare. In generale spirito di adattamento altamente sviluppato, disponibilità a mettere in discussione i propri preconcetti e ad accettare una versione completamente diversa della realtà sono elementi necessari per poter affrontare in modo positivo, cosciente e utile l’esperienza del volontariato.
Non bisogna dimenticare che la figura del volontario ha l’obiettivo di essere utile e di aiuto nel lavoro che si ripropone di fare.

Come ti ha cambiato l’Africa?

L’Africa è considerata alla stregua di un mito, un continente con un’atmosfera mistica, una natura selvaggia, una cultura ancestrale. Ma questa visione è riduttiva e poco realistica, l’impatto con diversi paesi rivela realtà africane diversificate dalle storie individuali, con caratteristiche proprie, con un carattere forte.
Non posso onestamente dire che l’Africa di per sè mi abbia cambiata, ma sicuramente attraverso la scoperta di uno stile di vita nuovo in questo posto ho scoperto aspetti nuovi di me e ho maturato una visione diversa del mondo in cui vivo.
È mutata la prospettiva, si sono ridimensionate le esigenze personali, si è approfondita la conoscenza di ciò che il genere umano affronta in luoghi che molte persone in Europa difficilmente rintraccerebbero sul mappamondo.
Sicuramente l’impatto è stato forte, la percezione più realistica della quotidianità di questo paese mi ha fatto rendere conto di quante cose davo per scontate, di quanto lusso e quanto benessere rientrano in quella che potevo definire una vita “normale”.
Tenendo sempre a mente che provengo da una situazione diversa difficilmente paragonabile a questa e che non è necessario sentirsi in colpa per i privilegi che ho a disposizione, ho la possibilità eccezionale di fare un’esperienza di come può essere la vita in un altro contesto.
È innegabile tuttavia il fascino potente di questo posto, l’energia presente negli elementi naturali, così come nelle espressioni culturali delle popolazioni. La sensazione di una libertà profonda che danno gli spazi aperti, i cieli sconfinati, le strade di terra rossa senza fine… gli elementi che hanno creato il mito riportano indietro ad un’idea dell’essere umano come parte di una natura meravigliosa.

Mathilda

Mathilda

Come vivono le donne nel tuo villaggio? Come sono i rapporti tra te e loro? Hai incontrato difficoltà a rapportarti (per qualsiasi motivo), sei riuscita a instaurare un rapporto fluido? Come ti vedono loro?

Tracciare una panoramica della qualità della vita femminile in Sierra Leone è molto difficile a causa delle molteplici realtà che si incontrano nel paese. I gruppi etnici sono molti, e ciascuno ha modalità individuali di concepire e regolare la figura della donna nella comunità. Il paese è inoltre a maggioranza musulmana, ma con una presenza forte di cattolici, protestanti ed evangelici, e ciascuno a sua volta influenza la conduzione della vita femminile.
Esistono società segrete femminili, come la Sande Society, che regolano l’ingresso nella comunità delle donne attraverso rituali iniziatici e di demarcazione dei ruoli e delle fasi della vita.
Osservando tuttavia come le donne vivono quotidianamente posso dire che condividono la situazione di difficoltà della popolazione in generale, pur dovendo spesso fronteggiare problematiche più numerose rispetto agli uomini. Molte donne hanno figli al di fuori di un matrimonio, con la conseguenza di dover provvedere al sostentamento dei figli in solitudine. Molte donne vengono abbandonate dai compagni e specialmente in città questo comporta un elevato costo della vita non facilmente affrontabile da sole: trovare un impiego è infatti più difficile per una donna, specialmente se con figli a carico.
La maggior parte dei cittadini in grave stato di indigenza e difficoltà economiche sono donne, anche se la povertà è diffusa tra tutte le componenti della società, e si riscontra una buona solidarietà nel sostenere gli elementi più bisognosi.
Da un punto di vista sanitario, inoltre, le donne hanno esigenze spesso maggiori rispetto agli uomini, specialmente durante le gravidanze e l’allattamento, e in relazione alle malattie sessualmente trasmissibili.
Instaurare dei rapporti con le donne locali ha richiesto del tempo, la creazione di una fiducia e il superamento della visione di me come di un portafogli con le gambe che possa magicamente risolvere ogni richiesta.
La condivisione quotidiana e l’esperienza che loro hanno fatto di me ha chiarito meglio quale può essere il mio ruolo, quali sono i limiti, e ha creato un varco per una conoscenza più personale, per lo sviluppo di un’amicizia, anche se con un senso diverso rispetto alla concezione “all’europea” di un amico.
Sicuramente il fatto di aver passato del tempo a fare una ricerca sullo stile di vita delle donne qui a Makeni mettendomi nella posizione di conoscere la realtà locale dal loro punto di vista mi ha aiutato a dare un’immagine realistica della mia situazione: in questo contesto il “sapere culturale” mi è estraneo, sono loro ad avere le conoscenze e il know how, anche se da molti punti di vista, come l’istruzione formale, l’esperienza di luoghi diversi tra loro, l’orizzonte delle possibilità, siamo su due piani decisamente diversi.
È stato arricchente e divertente entrare anche solo un po’ nel loro mondo, cominciare a capire il senso dell’umorismo così come le modalità di affrontare il dolore, la fatica, le speranze.
Ora credo che mi vedano come una buffa italiana che ha deciso di passare del tempo qui provando ad aiutare i villaggi, decisione che viene ammirata ma considerata stravagante; mi vedono come una vecchia zitella, visto che alla veneranda età di 26 anni ancora non ho accalappiato un facoltoso marito italiano e non sono state rare le occasioni in cui mi hanno proposto un cugino, un fratello, un amico, preoccupate per la mia condizione di nubile. Hanno trovato estremamente divertente e folkloristico il fatto che io non abbia figli, ma che avessi un cane in una casa in Italia. Trovano spesso ridicolo il mio abbigliamento (che sicuramente non è un grande esempio di moda contemporanea, ma che definirei banale ed essenziale), e mi hanno sottoposto alla tortura delle treccine nei capelli con extension di nylon, sostenendo che i miei capelli corti fossero decisamente fuori luogo per la ricerca di un marito.
Posso dire che ormai, dopo diverse visite a Makeni, con alcune di loro siamo diventate amiche.

liaSo che state organizzando una vendita di collane fatte dalle donne del posto per procurare un po’ di appoggio anche alla scuola che state costruendo. Vuoi parlarcene?

Una delle mie più care amiche qui, Mathilda, ha iniziato un piccolo business con la produzione di collane realizzate con scampoli di tessuti locali e perline. Ha avuto bisogno di un piccolo incentivo iniziale, che le ho dato con piacere conoscendo le sue brillanti capacità, sotto forma di microcredito. Ogni collana che viene comprata da me viene poi rivenduta in Italia al prezzo di 5 euro, 2 dei quali saranno destinati al progetto della scuola secondaria, per cui stiamo ancora raccogliendo fondi.
Mensilmente inviamo in Italia un centinaio di collane e alcuni amici e volontari organizzano vendite tra rispettivi amici e conoscenti.  L’obiettivo è quello di raccogliere alcune centinaia di euro per poter finanziare la pittura della scuola con vernici resistenti all’acqua e poter così garantire maggiore durata all’edificio anche se sottoposto alle piogge stagionali.
Mathilda ha coinvolto alcune ragazze del suo quartiere nella produzione, insegnando loro la tecnica e dividendo con loro il guadagno, che corrisponde ai 3/5 del prezzo di vendita. Mathilda è una ragazza ventisettenne disabile, con un carattere allegro e uno spirito eccezionale, colpita dalla poliomielite ad entrambe le gambe. Ha un bellissimo bambino di 8 anni, è al momento senza un lavoro stabile e si sta dedicando interamente a questo progetto con enorme entusiasmo. È un esempio di come le donne di qui abbiano capacità di reazione e di invenzione di sé stesse in un contesto duro e ostile.
Chiunque fosse interessato a ricevere maggiori informazioni sui progetti in corso e sulle vendite in programma nei prossimi mesi può prendere contatto con Claudiaexpat.

Intervista a cura di Claudiaexpat
Maggio 2009