Home > Arte e Cultura > Fotografia > Intervista a Luca Bonacini, fotografo nomade

Riproponiamo questa bella intervista a Luca Bonacini, che nel frattempo ha vissuto vari anni a Sarajevo, e attualmente vive a Buenos Aires. 

LucaLuca Bonacini è un fotografo di grande talento e sensibilità, ed è anche un caro amico, con il quale sto dividendo un pezzettino di vita in comune, dato che entrambi siamo di stanza a Lima, Perù, entrambi per accompagnare i nostri consorti nel loro lavoro. Una delle qualità che più mi piace di Luca è la sua delicatezza. Una delicatezza d’animo che si riflette in tutte le sfere della sua vita, dal suo modo di essere discretamente amico, al suo essere il dolce papà di due splendidi bambini e, naturalmente, anche nella sua fotografia. Da quando ci siamo conosciuti in realtà non ci siamo mai fermati a parlare approfonditamente nè del suo percorso personale nè del suo modo di fare e sentire la fotografia. Durante questo periodo in comune ho però potuto apprezzare i lavori che svolgeva di volta in volta in Perù. Ecco dunque che attraverso le sue partecipate fotografie Luca ci ha mostrato uno spaccato della Lima devota, che nel mese di ottobre celebra con passione il suo Senor de los Milagros; ci ha portato in viaggio tra le ferite ancora aperte delle famiglie della zona di Ayacucho, dove terrorismo e violenza di stato hanno decimato famiglie e spezzato per sempre speranze di vita; ci ha fatto entrare tra le macerie di Pisco dopo il forte terremoto del 15 agosto 2007; e poi tra le comunità della selva e nel Perù meno conosciuto della serra. Luca, generoso e disinteressato, accompagna anche il team di Expatclic in alcune delle sue più interessanti interviste in Perù, fissando con il suo obiettivo quei ricchi momenti di scambio…..
Luca è anche uno dei fotografi che formano la giuria del concorso promosso da Expatclic Italia, “Cittadine del mondo – come le donne vedono l’espatrio”. L’abbiamo scelto non solo per il suo affettuoso interesse verso il lavoro del nostro sito, ma anche e soprattutto per la sua forte sensibilità in generale e in particolare per il tema trattato. Per farvelo conoscere e per presentarvi finalmente un italiano espatriato, che coraggiosamente ha voltato pagina per dedicarsi a quanto davvero gli sta cuore, che accompagna nel mondo i suoi figli e la sua compagna con la stessa delicatezza con la quale scatta le sue immagini, mi sono intrattenuta con lui per una bella chiacchierata tutta sulla sua fotografia.

Claudiaexpat
Lima, giugno 2008

La prima cosa che mi viene spontaneo notare è che tu, come molti altri fotografi/e che conosco, non sei nato come fotografo, ma hai cominciato a dedicarti professionalmente a quella che prima era unicamente una tua passione quando lavorativamente eri incamminato su altre vie…. com’è avvenuto e come si spiega ciò?

Naturalmente avevo qualcosa dentro fin dall’inizio, rispetto alla fotografia. Ho avuto la mia prima macchina fotografica a 13 anni, ho sempre fatto corsi di foto, sfogliavo riviste di foto, a livello di hobby. Sono arrivato alla fotografia professionale abbastanza tardi, alla tenera età di 36 anni. In generale mi è sempre piaciuta l’informazione, alla quale mi dedicavo prima in forma scritta, e che adesso è diventata informazione visuale. L’idea di testimoniare, di informare, di trasmettere ha sempre fatto parte di me. E’proprio per testimoniare e per capire le cose dal di dentro che ho scelto di laurearmi in sociologia (in Belgio). A Bruxelles, ho iniziato a lavorare come giornalista all’Ansa nel settore ambiente, poi ho fatto un tirocinio con la Commissione Europea nel settore informazione sociale e sindacale e alla fine ho consolidato la mia collaborazione con la Commissione, creando un centro d’informazione e di documentazione sulle politiche comunitarie, chiamato Cides, di cui sono stato direttore per circa otto anni, prima di approdare in Brasile.
Diciamo quindi che la spinta verso la fotografia è nata da questa voglia di testimoniare, di parlare di cose che mi interessano, come stavo facendo con l’ambiente prima e con le politiche comunitarie poi. Il visuale era un hobby, una cosa che facevo parallelamente, e l’occasione che ho colto è stata di poter iniziare pur senza avere una formazione teorica e pratica consistente, approfittando del fatto che Florence, la mia compagna, mi poteva garantire il minimo di sussistenza.

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Riprendendo il filo del tuo percorso, sei stato direttore del Cides prima di “approdare in Brasile”. So che ami molto profondamente il Brasile, paese a te intrinsicamente legato, e di cui ci avevi già parlato nell’intervista per la nostra rubrica Figli d’Expat. Vuoi dirci adesso come si intreccia il Brasile con la tua scelta di diventare fotografo professionale?

Ho sempre accarezzato il progetto di vivere in Brasile, insieme a quello della fotografia. Conservo ancora un quaderno delle elementari in cui sul tema “qual è il paese che vorresti conoscere” esordisco con “il paese che vorrei conoscere è Rio de Janeiro”…
Ho, fortunatamente, perfezionato le mie conoscenze geografiche attraverso vari viaggi in Brasile. Oltre all’idea di viverci, ero mosso dal desiderio di informare, di divulgare quello che è il Brasile, di far conoscere come funziona, come funzionano le comunità di base, i sindacati, etc….
Nel ’93 ho passato due mesi in un villaggio sperduto del Sertão, regione povera e colpita dalla siccità, vivendo (molto) e lavorando (poco) con la gente. Al ritorno è nata una mostra fotografica a Bruxelles. Questo è stato forse il “déclic” che mi ha portato alla consapevolezza di volere intensamente fare il fotografo di professione. Quattro anni più tardi, io e la mia compagna siamo partiti insieme in Brasile, lei con un contratto da ong in tasca, io alla ricerca di un lavoro. In quel momento non potevo ancora concretizzare il progetto di dedicarmi completamente alla fotografia perchè il contratto di Florence non permetteva di vivere in due. Comunque anche se avevo questa idea in un angolino della testa, in Brasile ci sono andato perchè ci volevo vivere indipendentemente da tutto. Dopo qualche mese ho lavorato per l’assessorato al lavoro di Rio di Janeiro, sempre nell’ambito dell’informazione, con orientamento a ricerca fondi per progetti di sviluppo locale nelle favelas, e dopo qualche anno si è presentata la grande opportunità per Florence di avere un contratto più stabile, e per me la possibilità di lasciare il lavoro formale e lanciarmi in questa avventura.

Bambini di Ipanema

Bambini di Ipanema

Quindi da quel momento è il lavoro di Florence che detta i vostri spostamenti…. ma per un professionista free lance, come è il tuo caso, cambiar paese deve avere un’influenza piuttosto nefasta sul lavoro….

Non necessariamente. Cambiare paese è positivo perchè fai cose nuove, e oltretutto è stimolante anche a livello visuale, perchè vedi nuovi posti, nuove dinamiche. E’ vero che ci si crea il proprio giro, il proprio mercato e doversi ricostruire da zero una rete di contatti in un nuovo paese può essere faticoso. Adesso qui in Perù le cose stanno andando abbastanza bene, e so che dover lasciare tutto e ricrearmi da un’altra parte non sarà facile, ma allo stesso tempo avrò accumulato un’esperienza supplementare, avrò più cose da mostrare, più lavoro al mio attivo.

Mi affascina l’idea di te che arrivi in un nuovo paese armato della tua macchina fotografica e ti lanci sul mercato. Soprattutto perchè da quello che vedo l’ambito della fotografia non è facilissimo per arrivare a mantenersi. Qual è stata finora la tua esperienza in questo senso? Come ti sei organizzato?

Per essere autonomo finanziariamente con la fotografia ci vuole una grossa dose di talento e anche di fortuna. Bisogna trovarsi al momento giusto con le persone giuste, prendere al volo l’occasione. C’è poi un’inflazione di offerta, ci sono troppi fotografi, soprattutto in ambito sociale, dove l’immagine non è una priorità ed è pagata male, quando è pagata. Inizialmente io inviavo fotografie a un’agenzia francese, ma il rapporto era piuttosto confuso e anche sporadico, quindi ho deciso di restare sul mercato locale, ma pur sempre sociale, perchè è questo che mi piace fare. Non è stato facile all’inizio, pian piano mi sono ritagliato il mio spazio. Ho investito nelle ong e a distanza di due anni dal mio arrivo in Perù tra altre cose ho consolidato il mio rapporto con alcune ong italiane e peruviane come Aspem, GVC e Mujer y sociedad e ho fatto lavori con agenzie Onu quali Onusida e Unicef. E attraverso quest’ultima tra l’altro ho scoperto nuovi usi della fotografia, a me inediti.

Racconta !

Quest’ultimo lavoro che ho fatto con loro prevedeva l’uso della fotografia come supporto di discussione per il miglioramento di certe pratiche, in questo caso le pratiche positive nell’ambito della salute dei bambini dai 0 ai 3 anni delle comunità indigene Awajun e Huampis. Il lavoro si svolgeva nella selva peruviana, nell’Alto Maragnon, quasi alla frontiera con l’Ecuador. Il mio incarico era quello di fotografare le buone pratiche nell’ambito della salute, come ad esempio una mamma che allatta in presenza del marito, situazioni in cui i genitori dividono i compiti domestici, la fabbricazione del masato dolce (una pappina per bambini fatta con manioca fermentata dalla masticazione)… L’esperienza è stata estremamente interessante, forse non moltissimo dal punto di vista artistico – anche se qualcosa di personale sono riuscito a fare nei ritagli – ma sicuramente da quello umano e per le cose che ho scoperto. Non tutti i giorni si può chiacchierare con un ayahusquero! Le foto, che fanno parte del ramo dell’antropologia visuale, vengono poi usate come supporto visuale per animare una discussione volta a migliorare i comportamenti della gente. E’ una dinamica che funziona molto bene, ed è strano se si considera che molte di queste persone in realtà non hanno mai visto una macchina fotografica, e magari neanche uno specchio. Però il “visuale”, dicono, funziona meglio della parola.

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Hai qualche progetto particolare per il futuro?

Lavorare nel sociale è quello che mi piace fare adesso, ma magari mi piacerebbe sviluppare un tema, un progetto più personale, più mio. Ho varie idee ma ancora senza un contenuto preciso. Ho sempre questa passione per la scrittura, anche se dopo tanti anni all’estero il mio italiano si è probabilmente un po’ imbastardito. Mi piace scrivere, ho un blog dove metto alcune foto e dove racconto le esperienze fotografiche e umane, ci ho inserito quest’ultima dell’Amazzonia, scrivevo mentre ero lì, avevo il tempo, soprattutto la sera quando non c’era niente da fare, stavo in un villaggetto e scrivevo, dopo le dieci quando staccavano il generatore continuavo con la mia pila in bocca. Io ho bisogno di scrivere per accompagnare la foto, ho bisogno di completare, forse sento che la foto non racconta abbastanza cose. Non mi riferisco al fatto di descrivere la foto, ma di completarla…. dire insomma anche cosa c’è fuori dal rettangolo…..

Finora hai svolto la tua professione di fotografo in paesi latini, dove l’immagine dell’uomo coincide in generale con lo stereotipo del capo famiglia che porta a casa i soldi per mantenere figli e spesso anche la moglie, un’immagine che non ti corrisponde per nulla. La tua condizione di “uomo a seguito” ti ha creato qualche problema? Hai mai sentito di essere preso meno seriamente perchè non hai un lavoro fisso, ufficiale….?

Mi è capitato ogni tanto di sentire che di fronte alla mia situazione le persone non capiscono, sono stupite, magari confuse, ma questa cosa non mi è mai particolarmente pesata. Sicuramente anche per il fatto che ho una compagna che mi appoggia in pieno in questa mia scelta e in tutto ciò che ne consegue. In realtà del ruolo sociale non mi importa granchè, quello che mi pesa è il fatto che questo tipo di professione si traduce in una retribuzione sporadica e a singhiozzo, e nel momento in cui non arriva, quello che viene messo in questione è il tuo lavoro. Il ritmo irregolare delle prestazioni, quando ti chiamano e poi magari per un bel po’ non ti chiamano più, è la cosa più pesante da gestire, non perchè dalla mia retribuzione dipenda la nostra sopravvivenza, ma perchè viene spontaneo associare le entrate monetarie alla qualità del lavoro…..

Ti rassicuriamo, Luca, nel caso di Expatclic non è così !!!! Non possiamo pagarti ma apprezziamo tantissimo il tuo lavoro, e le tue fotografie danno ai nostri articoli un tocco tutto speciale !