Home > Arte e Cultura > Fotografia > Intervista a Stéfano Pérez Tonella

Parlando di informazione in espatrio, abbiamo pensato di dare spazio anche alla fotografia come mezzo di comunicazione e informazione. E abbiamo dunque puntato la nostra attenzione su una serie di fotografi che ci hanno particolarmente colpito per il loro lavoro o per la loro storia, e che hanno tutti in comune il fatto di aver intrecciato la loro vita con storie e culture oltre Italia.

Il primo della serie è Stéfano Pérez Tonella, un fotografo che attualmente si divide tra la sua Varese natia, e Madrid e Barcellona, ultima città che l’ha adottato. Quarantenne, bilingue, Stéfano si autodefinisce un “piccione viaggiatore”. Dal ’96 al 2006 ha vissuto in America Latina, dove ha spaziato in una miriade di ambiti: è  stato volontario in Guatemala, Perù, Bolivia; ha collaborato con una cattedra UNESCO (in Gestione dell’Informazione, appunto), e si è poi stabilito a Cuba, dove ha collaborato con fotografi e drammaturghi. Quindi in Perù, dove è stato più volte, e dove ha collaborato con associazioni di volontariato con bambini vittime di violenze familiari e con Ong che si occupano del genere femminile a tutto tondo. 

Ringrazio Stéfano per il tempo che ci ha dedicato e per le splendide foto che accompagnano quest’intervista, da gustare goccia a goccia… 

Claudiaexpat 
Ottobre 2011

pereztonellaUn’identità, la tua, divisa tra due paesi in particolare, Italia e Spagna, ma tra molti più vissuti, soprattutto in paesi latinoamericani… come ti consideri oggi, e dov’è il tuo “centerpiece”?

Ho certamente perso un centro di gravità; mi sposto, spesso, tra Barcellona e Varese, due città in cui lavoro, scatto foto, e da cui cerco comunque di fuggire. La terra che sento mia, il mio “heimat” abbandonato, è invece un luogo situato in America Centrale, dove si parla il “náhuatl”.

Ci hai già raccontato un po’ della tua formazione. Vuoi approfondire il periodo latinoamericano? Come ti ha arricchito? Cosa ti ha dato? Cosa conservi di quel periodo?

L’America, soprattutto quella Centrale, mi ha dato la consapevolezza di popoli frustati e piegati, ma anche l’emozione di una dignità indelebile e di un’affascinante fervore culturale. Certo, a volte è difficile distinguerlo, travolti come si è dalle macerie di tante ingiustizie sociali. C’è però, in quella fortunata geografia, una sorta di spirito magico chiamato a proteggere le braci culturali: quelle che ancora ardono sotto la cenere di sfruttamento e umiliazione.

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Vorrei partire da un tuo interrogativo: si fotografa ciò che si è visto o ciò che si incontra? Vuoi dire che una parte del fotografo è sempre alla ricerca, nel nuovo, di cose già viste, di emozioni già vissute? E pensi che ciò che si incontra sia totalmente casuale, o che ci sia una pulsione da parte del fotografo ad incontrare esattamente quella situazione, quella cosa, quell’emozione?

Credo che un primo distinguo, importante, vada fatto tra fotografia di studio e reportage: quando l’ambiente di lavoro è “controllato”, le forme che si fotografano sono estremamente malleabili; credo che Jan Saudek sia un maestro assoluto in questo ambito.

In ambienti meno controllati, la fotografia, almeno in parte, è sempre “vittima” della realtà. Anche in questo caso, però, basta osservare le immagini di Sebastião Salgado o James Nachtwey per comprendere che questo legame con il reale non è così forte come… avrebbe ad esempio voluto Dziga Vertov: non esiste uno sguardo obiettivo, imparziale, asettico.

L’abilità di un fotografo non si limita alla capacità di ottenere belle fotografie: le immagini devono poter raccontare l’unicità di una visione. Il messaggio, invece, è altra cosa: può esserci o non esserci: non tutte le foto devono per forza di cose veicolare un messaggio razionale.

pereztonella2In uno dei messaggi che ci siamo scambiati, mi hai parlato di Evgen Bavkar, fotografo non vedente, e ti ringrazio di avermelo fatto conoscere. Come tutte le sfide, anche quella di fotografare da non vedenti mi intriga e incuriosisce. Tu hai fatto un corso di fotografia per non vedenti, cosa ci puoi raccontare? Pensi che ci sia una differenza, parlando di scatti fotografici, tra chi, come nel caso di Bavkar, ha perso la vista a dodici anni, e chi invece è non vedente dalla nascita? Come organizzavi i tuoi corsi per non vedenti?

Parto dall’ultimo punto; ho organizzato il primo corso quasi per caso, raccontando l’arte fotografica a degli amici non vedenti, cercando di renderli partecipi della mia ricerca artistica.

Abbiamo iniziato a ragionare sull’idea di “silenzio”, armonia, dissonanza. Ho poi condotto delle ricerche personali. Per analogia alle intuizioni che avevamo avuto, sono passato dai silenzi fotografici a quelli musicali, agli spazi vuoti della scena teatrale. Determinanti sono stati alcuni scritti di P. Brook e V. Kandinskij.

Dopo una prima fase di ricerca personale ho iniziato a progettare degli esercizi sul riconoscimento tattile. La fotografia narra il mondo interiore attraverso forme con cui un non vedente è in comunicazione. Esiste quindi la possibilità di creare immagini che corrispondano alle proprie corde espressive, e non solo: è possibile raccontare modalità di percezione uniche.

Bavkar è un grande artista. Nelle sue immagini, così come nelle interviste, traspare la personalità di un uomo consapevole, passionale e determinato. Se ti va, dai anche un occhio ai lavori di Pete Eckert: sono emozionanti; non molto tempo fa, fu premiato ad un concorso importante (il premio poteva essere, a scelta del vincitore, una rendita mensile per un tempo determinato o un’esposizione). Lui scelse la seconda opportunità, e New York si popolò dei suoi splendidi fantasmi.

pereztonella3Guardando le tue fotografie, quello che mi ha colpito molto è la tua capacità di spaziare da soggetti femminili presentati nella forma più essenziale (foto stupende!) che su paesaggi urbani, alcuni peraltro molto dolorosi (per come li ho percepiti io). Su cosa ti piace lavorare di più al momento? Puoi permetterti di dedicarti a quello che preferisci, o devi pur sempre rispettare certe regole di mercato che ti spingono a produrre certe cose piuttosto che altre?

Beh, intanto… grazie! Diciamo che posso scegliere gli ambiti a cui non desidero dedicarmi… e sono di per sé tanti. Mi permetto, inoltre, anche se con maggiore “pudore”, di rifiutare lavori che mi obbligherebbero a realizzare foto in modo raffazzonato o a promuovere valori in cui non credo.

Considero un lusso poter fare questo tipo di scelte. L’anno scorso passai diversi mesi in Argentina, lavorando al catalogo di un tour operator. Le foto realizzate per il catalogo hanno accompagnato quelle realizzate, nel medesimo periodo, e che appartengono alla mia personale ricerca.

I miei paesaggi nostalgici, tristi e “senza luogo” sarebbero  improponibili per un catalogo turistico. Eppure, raccontano la mia sincera percezione di quei luoghi e di quel momento. Ben inteso, in nessuno dei due casi ho falsificato l’immagine: il turista troverà certo, visitando la Patagonia, i paesaggi e le situazioni che ho fotografato per il catalogo. Ma se ho fatto anche un buon lavoro creativo, ritroverà i paesaggi della mia ricerca artistica non solo in Patagonia, ma dentro di sé, oltre la porta di casa, e come parte del proprio vissuto.

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Tutto sommato, penso che sia un compromesso accettabile tra espressione artistica ed “esigenze di mercato”.

I miei ritratti, quando non sono di carattere pubblicitario, derivano quasi sempre da ricerche personali: sono come frammenti di una storia; esiste, in molte mie foto, un sostrato narrativo che si afferma come riflesso della mia formazione scenica.

I paesaggi della serie NowhereLands, invece, rappresentano situazioni di confine: luoghi in cui la percezione dell’osservatore si incontra con l’effimero dello spazio-tempo che lo circonda.

A cosa ti stai dedicando attualmente, e hai dei progetti futuri?

pereztonella4Il progetto artistico a cui tengo di più in questo periodo è Salomè. È quasi un’ossessione. Iniziato nel 2010 con una prima serie fotografica e un testo teatrale, esposto a Varese e a Mendoza (Argentina) sembra che stia accompagnando i miei spostamenti, i miei cambi d’umore, perfino le mie stesse letture… Non è un caso, del resto: come ogni grande personaggio, la vicenda che avvolge Salomè è intrisa di mistero, passione, dolore, nostalgia, seduzione. Ad un certo punto, la ricerca tende autonomamente i fili delle connessioni che rappresenta.

Certi progetti sono poi come sabbie mobili: trascinano sotto con la medesima forza usata per farvi resistenza. E, per quanto l’idea di abbandonarsi ed osservare sia contraria allo spirito di un autore (spirito del tutto occidentale, ovviamente), a volte risulta essere l’unica via di fuga.

Quello che uccide non è il mare, ma il timone e la paura di naufragare; questo, almeno, scriveva Machado (in modo un po’ più aggraziato di quanto io non abbia saputo riportare). Bisogna abbandonarsi; ho tanti appunti, qualche centinaio di pagine, e vari candidati per i ruoli che desidero ritrarre: Salomè (che ho già scelto; ed è Salome II, ad ogni buon conto, visto che segue la prima Salomè, Roberta, che posò per l’esposizione del 2010), Erodiade, Erode, Iokanaan. Sto pensando anche di realizzare degli still-life lavorando su certe geometrie che ho identificato… Beh, come ho detto, le connessioni si creano da sole, e wonderland si trova pur sempre al termine della caduta.

Ah, e poi sto preparando alcuni viaggi: il primo, tra pochi giorni, verso Santiago de Compostela (ovviamente a piedi, con partenza a Oviedo). Nessuna macchina digitale: porterò con me una Canon a pellicola, una penna e un blocco per gli appunti.

 

Buon viaggio Stéfano, e ancora grazie per questa interessantissima chiacchierata!