Home > Famiglia e Bambini > Bambini > Josephine in Peru: un’adozione veramente particolare

Di Josephine abbiamo già parlato in un articolo sulla sua pittura. Torniamo a darle spazio per ascoltare la sua duplice esperienza di adozione in Perù. Grazie Josephine per questa interessantissima testimonianza!!!!

 

Avevo cominciato ad avvicinarmi al discorso della gravidanza e del parto durante il mio soggiorno in India, con mio marito. Lavoravo con le comunità, e soprattutto con le donne durante il parto e nel periodo post-parto. Rientrata a Cambridge ho avuto la fortuna di frequentare dei corsi di psicologia all’università, con un team di professori e studenti molto interessati alla vita intrauterina. In quel momento mi era già stato detto che sarebbe stato molto difficile per me restare incinta. Quando mi sono trasferita in Perù, a Huancayo, dove lavorava mio marito, si era dunque già cominciato a parlare di adozione, e io volevo continuare a lavorare con le donne sul tema del parto. Appena arrivata in Perù ho preso quindi immediatamente contatti con uno degli ospedali, che ho cominciato a frequentare regolarmente nel reparto pediatria. Stavo coi bambini, li assistevo, li facevo giocare, facevo insomma quello che nessuno voleva fare. La situazione in questo reparto era terribile. C’erano perlopiù bambini abbandonati, di cui nessuno si voleva occupare. Erano gli anni caldi, in Perù, e molti dei bambini all’ospedale erano orfani del terrorismo. Generalmente venivano tenuti i primi due anni nell’ospedale e poi mandati al carcere minorile di Huancayo, dove restavano fino ai 12 anni in un reparto creato per loro. Ai 12 anni passavano direttamente al carcere, insieme agli altri giovani delinquenti. A me questa situazione faceva molto male. Vedere i bambini soffrire era molto doloroso.

Andrè – mamma in 24 ore

La mia vicina di casa a Huancayo era giudice minorile. Andava spesso a trovare questi bambini abbandonati, ma in un altro ospedale, il Carrion, che io non frequentavo. Lì c’era Andrè, mio figlio. L’ho visto un giorno quando ho accompagnato Katie in una delle sue visite. JosephineAndrè aveva 7 mesi, ed era stato abbandonato alla nascita perchè ai genitori era stato erroneamente detto che era morto dopo il parto. Quando si è chiarito l’equivoco ed è stato portato alla coppia, questi non l’hanno voluto, pensando che non fosse figlio loro. Quando l’ho visto per la prima volta sono rimasta scioccata : era tutto sporco, denutrito, in un lettino logoro…… io mi sono avvicinata a guardarlo e lui ha teso la mano verso di me. Ci siamo dunque scelti reciprocamente. Ma mancava il papà. Mi dissi che se io sentivo in modo così forte che quello era il mio bambino, lo stesso doveva essere per mio marito. Dunque lo mandai a vederlo, e lui provò lo stesso. Quella notte restammo svegli a parlare fino alle quattro del mattino. I dubbi e le incertezze erano tanti. Si trattava di un bambino che aveva vissuto i suoi primi sette mesi di vita in stato di quasi totale abbandono, non si poteva certo sapere che tipo di danni ciò gli aveva provocato. Ma tutti e due sentivamo molto forte questa cosa. Alle sei ero in piedi, telefonando a Katie, che mi aveva detto che se volevo poteva darmelo in affido immediatamente. Alle sette eravamo, Katie e io, fuori da un negozio di accessori per bambini, aspettando che aprisse, per comprare tutto il necessario. Arrivate all’ospedale io non ho voluto salire. Ho lasciate andare Katie a prenderlo. Ho aspettato in macchina, e l’attesa è stata sfibrante. Più di un’ora e mezza in uno stato di totale agitazione, paura, ansia, e aspettativa. Katie tardava perchè stava dando da mangiare ad André, che prendeva il latte dal biberon con una lentezza pazzesca. Quando è arrivata con il fagottino, rientrando a casa quasi facevamo un incidente in macchina, da tanta era l’agitazione che avevo addosso. Mio marito ci aspettava a casa. Si è messo a piangere quando gli ho dato André. E così sono diventata mamma in 24 ore. Ma l’adozione è stata molto più lenta…… sì, perchè una volta ottenuto l’ok dalle autorità peruviane, si trattava di adottarlo in Italia (io non avevo ancora la cittadinanza inglese, ai tempi), ma dato che i giudici italiani non riconoscevano la paternità che ci aveva conferito il Perù, mi hanno avvisata attraverso il mio avvocato che se fossi arrivata su suolo italiano col bambino, me l’avrebbero immediatamente sequestrato. L’allora console italiano, non aiutò certo la situazione. Andammo a vederlo per cercare di risolvere questa intricata faccenda burocratica, e tutto ciò che seppe dirci fu “se aveste avuto figli vostri tutto questo non sarebbe successo”. Io e mio marito ci alzammo all’istante e andammo all’ambasciata inglese, che per fortuna ci riservò tutt’altro trattamento. Ci diedero un permesso temporaneo per entrare in Inghilterra con André e avviare la pratica per l’adozione lì.

Anna – un’adozione mistica

André aveva tre anni e stavamo vivendo sempre a Huancayo. Io ero molto impegnata con un gruppo di teatro locale, lavoravo tanto ed ero molto contenta. Si era sempre parlato con mio marito della possibilità di adottare, prima o poi, una bambina, ma la cosa non aveva ancora preso forma. Quando avevo adottato André avevo detto al’ospedale di avvisarmi nel caso avessero una bebé abbandonata, ma il tempo era passato ed eravamo tutti assorbiti dalle nostre vite.

Una notte sognai che incontravo una bambina. La incontravo e sapevo che era mia figlia. Mi svegliai piuttosto scossa dall’intensità di questo sogno, e quella stessa mattina l’ospedale mi chiamò per dirmi che avevano una bambina di quattro giorni che era stata abbandonata su una sedia dell’ospedale. Mi precipitai a vederla, e naturalmente era la bambina del sogno. Era Anna, mia figlia. Mio marito era partito per il Cusco, e ancora prima di parlargli depositai la domanda di adozione al giudice. Chiamai mio marito nel pomeriggio, spiegandogli che avevo visto una bambina abbandonata….. la sua reazione fu piuttosto brusca, stavamo tutti lavorando tanto in quel momento, io avevo poco tempo, a lui non sembrava il caso, etc. etc. Io mantenni la calma e gli chiesi solo di aspettare e vederla prima di decidere. Lui tornò qualche giorno dopo con una faccia scura scura, ma con una bambola tra le mani. E così ci affidarono Anna. Ci fu però un problema, perchè la domanda di adozione per Anna era stata fatta anche da un’infermiera dell’ospedale che l’aveva vista. Infatti mi avevano consigliato di essere il più veloce possibile se volevo la bambina perchè c’erano altre persone interessate. Quando il giudice ci convocò, me, mio marito e l’altra coppia che aveva fatto domanda di adozione, ci spiegò che eravamo entrambe famiglie corrette e idonee all’adozione, e quindi, non avendo elementi sui cui basarsi, non gli restava altro che dar la precedenza a chi aveva fatto domanda per primo, cioè noi. La coppia fece ricorso, e non c’era proprio nessuna garanzia che la corte che avrebbe esaminato il caso avrebbe deciso di lasciare Anna a noi. Anna peraltro era già parte della nostra famiglia, e io non potevo neanche lontanamente immaginare che me la portassero via. Andai quindi a parlare con l’infermiera che aveva fatto la domanda insieme a noi. Fu un’ora di colloquio intenso e pieno di lacrime ed emozione. Le spiegai che Anna era già parte della nostra famiglia, era già mia figlia, e che sarebbe stato terribile per tutti se ce l’avessero sottratta. La coppia ritirò il ricorso.

Marco – la sorpresa

Josephine3Quando André aveva dieci anni e Anna sette, rimasi incinta di Marco. Nato nelle Filippine, Marco è il nostro terzo figlio, e un giorno, recentemente, è scoppiato a piangere dicendo “perchè io non sono adottato?”.

E’ incredibile quanto avere un figlio biologico sia facile rispetto all’adozione. Facile la gravidanza, facile il parto, ma soprattutto facile perchè il fatto di partorirlo sveltisce le pratiche in maniera incredibile. Mentre ho dovuto rinunciare ad adottare i miei primi due figli in Italia, e ho dovuto aspettare a lungo (e con la carica di angoscia che vi potete immaginare) per ottenere l’adozione in Inghilterra, con Marco è stato tutto automatico e rapido. E’ incredibile questa cosa, e molto difficile da accettare.

L’adozione implica poi un altro aspetto che non esiste proprio quando si ha un figlio biologico : le amicizie e le conoscenze si dividono tra chi è d’accordo sull’adozione e chi no. Quando ho adottato André, molte persone hanno smesso di salutarci da un giorno all’altro. E se per alcuni poteva giocare il fatto che era un bambino di Huancayo (culla del terrorismo in Perù), persone di altre nazionalità mi hanno detto chiaramente che erano contro l’adozione internazionale e hanno rotto i ponti con noi.

Josephine
Lima, Perù
Novembre 2005