Home > Famiglia e Bambini > Bambini > Le ombre (oltre alle luci) dell’adozione

Quello che segue è un articolo che Mercedes, una carissima amica di Expatclic, ha scritto nel 2006. Pubblicato sulla vecchia versione di Expatclic, ha ricevuto tantissime visite e molte sono state le persone che ci hanno contattate per scrivere a Merche. Nel corso degli anni non abbiamo mai perso i contatti con Merche, che recentemente ci ha mandato il link a una trasmissione sull’adozione che vede lei e la sua famiglia come protagonisti. Ed è anche il modo migliore per raccontarvi cos’è successo dopo questo articolo. Vi consigliamo di leggere prima la testimonianza e di guardare poi il documentario. Come sempre, grazie di cuore Merche.

Gennaio 2015

Mercedes è una donna spagnola che si è trasferita a vivere in Italia, dove ha sposato un nostro connazionale, con il quale ha avuto una figlia, e ne ha successivamente adottata un’altra in India. In questa sofferta testimonianza, ci racconta a fondo i suoi sentimenti più intimi di fronte all’adozione. Grazie, Mercedes, per aver condiviso con noi dei momenti tanto importanti e delicati!!!

Nella comunità di genitori adottivi si riceve spesso l’invito a scrivere delle nostre esperienze legate all’adozione. In genere leggiamo testimonianze molto belle e incoraggianti. Mi sono sempre chiesta se eravamo soltanto noi a vivere l’adozione con difficoltà oppure se c’era nelle coppie un certo pudore a condividere le ombre della nostra esperienza di adozione. Ci siamo fatti coraggio e abbiamo pensato di condividere la nostra esperienza, meno “rosea” di altre, nella speranza che altri forse possano rispecchiarsi e confrontarsi con noi. E anche se il nostro percorso non è ancora concluso in nessun senso (siamo ancora nella proroga dell’anno preadottivo) credo che alcune cose che abbiamo imparato possano essere utili a tutti.

Presto saranno due anni dal nostro viaggio in India (Bangalore) a prendere Rosy, che allora aveva 6 anni e mezzo. Noi abbiamo già una figlia biologica di 11 anni. Rosy, nonostante una storia tremenda di maltrattamenti e abbandoni, è una bambina affettuosissima, sveglia, allegra, con voglia di imparare… e allora? vi chiederete, qual è il problema? Il problema è che in me, mamma (più che nel resto del sistema familiare) è nato un forte rifiuto, apparentemente in parte inspiegabile, verso nostra figlia.

Una parte di me voleva questa seconda maternità con tanta forza da aver superato gli anni di attesa e trafile che tutti noi conosciamo bene. E un’altra parte di me rifiutava questa bambina (con tutti i sensi di colpa collegati): il suo essere autocentrata, prepotente, furba, manipolatrice… (come tanti bambini, poi) mi mandava in bestia. Mi sono detta che probabilmente lei doveva ricostruire dentro di sé l’immagine distrutta della “mamma”, dopo i maltrattamenti, e mi provocava per quello; mi sono anche scoperta molto simile a lei nel carattere, e forse in competizione; mi sono anche detta che con il tempo ci saremmo avvicinate, che mi sarei affezionata piano piano….

Mi sono fatta tante domande e il tempo passava senza che ci fossero miglioramenti, anzi, Rosy mi irritava sempre di più e io prendevo le difese della prima figlia. Sono arrivata ad odiarmi per la mia incapacità di amare questa cucciola stupenda che abbiamo avuto la fortuna di ricevere in dono. Ho cominciato a pensare che il problema era veramente mio e non suo. Per qualche motivo mi sentivo minacciata da questa personcina e mi chiudevo in un angolino piena di tristezza. Sono arrivata a ignorarla, quando non a trattarla male, per difendermi da non so cosa. Ho pianto tanto, ma tanto, in questi due anni. E dopo una delle mie “discese agli inferi” (come io chiamo le mie crisi di angoscia) mi sono decisa a chiedere aiuto. Mi è sembrato che ormai non fosse soltanto questione di tempo ed era ora di agire diversamente (in aggiunta alle visite dell’equipe dell’Asl, che con grande comprensione, ci ha prorogato l’anno preadottivo).

Per fortuna ho trovato una bravissima psicoterapeuta, con la quale sto facendo un lavoro impegnativo su di me, che spero incida in positivo su tutto il nostro sistema familiare. Nel frattempo, anche Rosy riceve un sostegno psicologico da parte dello psicologo infantile dell’ASL (anche lei avrà bisogno di anni per elaborare le sue ferite che nasconde così bene). E così durante quest’anno ho imparato alcune cose che voglio raccontarvi. Non tanto per quanto riguarda me (le mie paure, le ragioni per cui mi sento minacciata e altro di ambito personale) ma soprattutto per quanto riguarda Rosy, bambina abbandonata, adottata e immigrata. Spero che possiate trovare anche voi, come me, ragioni per comprendere quello cha accade a nostri figli.

ABBANDONO E SOPRRAVVIVENZA
Se molti dei nostri figli adottivi sono arrivati a noi, dopo essere stati abbandonati e maltrattati, è grazie alla loro capacità di difendersi, di districarsi nelle difficoltà, di sopravvivere nelle avversità. Per fare ciò, hanno dovuto sviluppare abilità “da grandi” per manipolare, fuggire, adattarsi a contesti difficili. Ci vuole molto tempo prima che i nostri figli abbassino la guardia, si fidino completamente, e accettino di non tirare fuori la loro parte “adulta” che è servita per sopravvivere. I nostri figli, anche se non sembra, hanno una grande paura di perdere tutto nuovamente. Di vedere svanire la fiaba. Promuovere la fiducia non è facile, ma sembra la strada giusta. Le ferite dei bambini abbandonati sono come delle crepe in una brocca: li rendono insaziabili rispetto all’affetto che ricevono. Sembra che niente sia sufficiente a calmare quella sete. A questo possiamo riferire il frequente protagonismo esasperato che vediamo in molti dei nostri figli (almeno credo): essere sempre al centro dell’attenzione come richiesta di amore. Rosy vuole più di ogni altra cosa al mondo una mamma, e non si fermerà finché non riuscirà a trovarla. Probabilmente si “calmerà” in parte quando avrà la sicurezza di “avere me”. Ancora non si rende conto che la sua pressione mi spaventa, che l’esigenza/pretesa non è la strada “più efficace” per avere qualcosa.

E ancora: nel nostro caso l’immagine della mamma è tutta da rifare, dopo tanti colpi, e sento che Rosy mi mette costantemente alla prova. Io a volte ho paura di non riuscire a passare la prova. E’ come se mi dicesse: e se anche ti faccio questo, mi vorrai bene? E a me viene da rispondere: no, non mi puoi fare qualsiasi cosa. Ancora no. Non ti amo abbastanza(e mi sento malissimo per questo).

PUNIZIONI/LIMITI
Molti dei nostri figli adottivi, quando arrivano da noi, sono abituati a riconoscere i limiti attraverso le punizioni e i castighi corporali. A noi occidentali queste pratiche sembrano assurde e facciamo molta fatica a marcare i limiti con le punizioni, e ancora più fatica con i castighi corporali. Eppure per i bambini è tutto uno stravolgimento cambiare di colpo i codici imparati durante anni e passare a codici molto più ragionati, razionali, difficilmente riconoscibili da parte loro. Ad un tratto il NO che veniva espresso con una botta adesso viene soltanto spiegato a parole. A loro risulta tanto difficile riconoscerlo, e noi ci innervosiamo di dover ripetere mille volte la stessa cosa.

Devo dire di essere stupita dal fatto che a volte mi è parso chiarissimo che Rosy stesse chiedendomi un castigo. Mi sono sentita in colpa per l’utilizzo di punizioni e sculacciate (non necessarie con la figlia naturale) finché mi è stato fatto capire come per Rosy il fatto di ricevere punizioni poteva essere la possibilità di riconoscere la genitorialità: “qualcuno si occupa di me, del mio bene, qualcuno ci pensa, non sono sola“.

Ma altre volte non riuscivo a capire come fossimo arrivati nella nostra famiglia (per 9 anni tranquilla) ad un livello così alto di disagio: urla, punizioni, rimproveri… Ad un certo punto ho chiesto a mio marito: dobbiamo smettere di rimproverare e punire, almeno per noi, perché non possiamo vivere in questo clima. Lo psicologo di Rosy ci ha spiegato che probabilmente Rosy ha una grande rabbia dentro di sé, contro il mondo, contro tutti… Ma nella nostra famiglia “non è permesso” tirarla fuori nei modi in cui lei vorrebbe: urlare, picchiare… Per cui lei trova altri canali per “toccare” dentro di noi il tasto giusto perché siamo noi ad urlare, a tirare fuori la sua rabbia. Per questo a volte facciamo fatica a riconoscere in noi questa modalità che finora non ci è appartenuta. A volte sono tanto stanca di essere il canale della sua rabbia.

Infine, la punizione è anche la possibilità di riscattarsi, di pagare un pedaggio e rimanere dentro al nucleo famigliare. Per la prima volta, dopo aver combinato un casino, non viene cacciata via. Mi ricordo una volta in cui aveva combinato un macello dopo l’altro. Io ero sfinita e alla scoperta del 4 guaio semplicemente non ho più reagito. Mi sono seduta e guardavo al vuoto, triste, impotente, senza sapere come comportarmi, sentendo che tutto era inutile…. E allora arriva Rosy, piangendo, dice: Mammi, dammi una punizione! Tenera, direte… E’ vero. Tranne quando diventa una specie di gioco e lei mette già “in conto” il pedaggio da pagare per arrivare al suo scopo.

MENZOGNE
Molti bambini “mutilati” come Rosy, soffrono di un certo ritardo nel contatto con la realtà. Manifestano sintomi che i bambini solitamente esprimono intorno ai tre anni: un senso di onnipotenza che esprime il bisogno di credere che la fantasia è la realtà. Confondono la realtà con l’immaginazione, con i sogni e i desideri . Con pazienza verranno riportati verso la realtà. Ma per noi genitori non è facile distinguere fra questo e la “furbizia”, o la menzogna per cavarsela comunque, per raggirarci ancora una volta.

Poi ci sono le menzogne di “sopravvivenza”. Mentire, nascondere, fingere… è stata una strategia utile durante tanto tempo che adesso si fa molta fatica ad abbandonare. E poi perché dovrebbe? Chi l’ha detto che questo “paradiso” non scomparirà di nuovo, come è già accaduto altre volte? Perché dovrei fidarmi?

TERREMOTO EMIGRAZIONE
Alle molte difficoltà che trovano i nostri bimbi nel cambiare persone di riferimento quando vengono adottati da noi, dobbiamo aggiungere le difficoltà di cambiare cultura. Sinceramente credo di aver sottovalutato questo fatto nel pensare all’adozione internazionale. Il problema è più grave quanto più alta è l’età alla quale li adottiamo. Rosy ha vissuto quasi sette anni della sua vita “allenandosi” per sopravvivere in una società/cultura che ad un tratto scompare. E quelle abitudini/abilità nella nostra cultura vanno spesso ad urtare (mangiare con le mani, camminare scalzi, picchiare per punire, i diversi ruoli….) con le regole del luogo. Ad un tratto viene richiesto di imparare altre regole, e in fretta…

Possiamo immaginare cosa questo significhi per la sicurezza primaria di un bambino: niente di quello che serviva finora per sopravvivere serve più. Anzi. Rosy, da quando è arrivata, sta cercando di capire cosa significa nel nuovo contesto occidentale e italiano “essere una bambina, di 8 anni, sorella, figlia, nipote, studente…”, cosa ci si aspetta da lei adesso. Una grandissima fatica!

Poi ho scoperto ancora una cosa. Rosy ha portato una forte dose di “diversità” nella nostra famiglia. Una diversità culturale e una modalità “rozza” di pretendere, esigere, manipolare… per ottenere. Nella mia superficialità e presunzione preadottiva, credevo di non dover trovare grandi difficoltà nell’adozione di Rosy. Noi, “una coppia solida, colta, socialmente impegnata e politically correct” ce l’avremmo fatta sicuramente. E proprio lì ho scoperto una delle difficoltà nel rapporto. Non contavamo con la nostra rigidità dal punto di vista ideologico, etico e intellettuale. La povera Rosy è capitata nella nostra famiglia, che esercita su di lei un grande controllo e aspettative “esigenti”. Probabilmente famiglie più “flessibili” fanno meno fatica ad adottare una persona “diversa”, sono più elastiche e meno rigide di noi. Non era facile valutare questo nell’intervista preadottiva, ma considero che sia sicuramente un aspetto da tenere presente. Per noi intanto è significato un bel bagno di umiltà, e per lei una difficoltà aggiuntiva.

Lo psicologo di Rosy ci dice che lei ha una grande rabbia dentro, contro la vita, contro il mondo. Che si sente in credito. Nella nostra famiglia non è “permesso” fare a botte, urlare… esprimere la rabbia in quel modo. Per cui lei trova altri canali per tirarla fuori: provocarci affinché qualcuno di noi (spesso Irene o la mamma) saltino e urlino, si arrabbino… Ma sono così stanca di fare da canale per la sua rabbia…. A volte sento di voler arrendermi.

L’ETA’: ADOTTARE BAMBINI GRANDI
Spesso ci siamo chiesti se sarebbe stato più facile adottare un bambino piccolo. La risposta è certamente sì, ma non solo. Durante la terapia ho scoperto che io (o noi) non avrei dovuto ricevere l”idoneità” per adottare, e men che meno per adottare bambini grandi. E io sono d’accordo. Non tutti siamo capaci di adottare, e l’età è una difficoltà aggiunta. Di fatto tutti noi genitori proviamo ad adottare bambini piccoli, in seguito l’agenzia di turno ti propone di alzare l’età (“perché nessuno vuole adottare i grandi“) tu accetti perché ti senti in colpa e non osi dire di no. Ma io dico che, conoscendo le statistiche (il 15% dei bambini adottati in Italia vengono restituiti!) non si deve fare adottare bambini grandi a chiunque. La responsabilità è molto seria: sia per i danni al bambino che per la sofferenza dei genitori. I genitori andrebbero preparati e seguiti molto bene.

VEDERE LA LUCE
Dopo il secondo anno ci hanno confermato l’adozione, si vede che chi doveva giudicare ha visto comunque dei progressi. Rosy allora ha detto: “Mmm, non so, quasi quasi vorrei provare un’altra famiglia” (l’avrei strangolata!). Anche questo è stato un momento che ci hanno dovuto aiutare a gestire, perché non sapevamo come reagire: “Voi dovete dire “no”, questa è la tua famiglia. Anch’io a volte avrei voglia di cambiare figlia, nonno, marito,… ma tu sei nostra figlia per sempre!”.

Adesso, dopo quasi quattro anni di “travaglio” (e io che pensavo di risparmiarmi almeno il travaglio e il parto) stiamo un po’ meglio. Rosy ha fatto un grande sforzo, ma anche noi. Dobbiamo ringraziare tanti amici, psicologi, consulenti, famigliari, che ci hanno sostenuto (anche nella nostra Asl). Non che siamo arrivati al parto ancora. Ma possiamo paragonarci un po’ ai pellegrini di Santiago, che quando vedono la punta della cattedrale in fondo, lanciano il berretto in aria per la gioia. Anche se ancora ci sono chilometri, tempeste, giorni e notti da superare. Ma il peggio sembra passato e noi possiamo dire di aver intravvisto il nuovo volto di questa famiglia, e di cominciare a godercela, almeno a periodi (e come sono belli!) Nei momenti peggiori io vorrei avere una pillola, un rimedio, un placebo… una magia…un rituale, che mi faccia calmare, placare il rifiuto. Mi chiedo se dovrò convivere per sempre con questi momenti bui oppure se potrò godermi con pace la fortuna di avere ricevuto una figlia in dono. E’ ancora una strada da scoprire.

Ecco, queste erano alcune riflessioni dei nostri due anni”preadottivi”. Vorremmo tanto che potessero servire a qualcuno. Un abbraccio.

Mercedes e Guido
Milano, Italia
Gennaio 2006

Chi volesse contattare Mercedes e Guido può mettersi in contatto con Claudiaexpat

Lettera a Rosy del gennaio del 2006, dopo che lei aveva espresso ad una famiglia amica il desiderio di essere adottata da loro, visto il rapporto faticoso in famiglia: bugie, sottrazioni, punizioni, bronci…

Ieri alla fine mi sono decisa a scrivere una lettera a Rosy, vista la mia difficoltà di esprimere a voce queste cose, e la mia capacità di rovinare i messaggi più belli con frecciatine crudeli. Gliel’ho lasciata quando sono andata in consiglio comunale e l’ha letta con Guido. Ha pianto tanto, era contentissima, diceva cose sconnesse, positive, negative,… mi ha scritto una lettera altrettanto sconnessa dicendo che non vuole un’altra famiglia e che vuole mettersi i jeans come Irene (era in punizione per averli tagliati due volte). Stamattina li aveva già indossati e tutta felice mi ha abbracciata dicendo che la mia lettera è il mio regalo preferito, e che l’ha messa nella scatola dei tesori.

Questa è la lettera che sono riuscita a scrivere dopo 4 anni. Solo un anno fa non credo sarei stata capace.

Cara piccola Rosy:

Tu sei la mia piccola, il mio fiore, il mio cioccolatino preferito. Dove potrei andare io senza di te? Cosa sarebbe la mia vita senza il tuo sorriso? Come potremmo vivere se tu te ne andassi via? Morirei di tristezza, io.
Lo so che non sono la mamma che tu avevi sognato. Forse tu sognavi una mamma affettuosa e dolce, che ti coccolasse e abbracciasse spesso. E invece ti sono capitata io, che sono un po’ un orso e che faccio tanta fatica ad essere affettuosa (neanche mia mamma mi ha coccolato molto per cui non ho imparato a farlo). Lo so che forse sognavi una mamma che non si arrabbiasse quando ti viene voglia di fare la biricchina, e invece io mi arrabbio per tante cose piccole e grandi, e sono spesso rigida e antipatica.

Cara Rosy: tu dici che ti dispiace di non assomigliare a nessuno dei tuoi genitori, ma io ti dico che io e te siamo molto più simili di quanto lo siamo Irene ed io. Anch’io sognavo una figlia che mi volesse bene, che non mi facesse arrabbiare, di cui potermi fidare ed essere fiera. Tutte e due siamo testarde e orgogliose, e vogliamo sempre vincere.
Vedi? Il buon Dio ci ha messo sulla stessa strada, insieme, anche se non ci risulta facile vivere insieme. E tutte e due abbiamo il compito di aiutare l’altra ad essere felice. Tu devi aiutarmi ad imparare ad amarti. Io devo aiutarti a non avere paura e a sentirti amata.

Perché anche se a volte fai fatica a crederci noi ti amiamo molto, e non permetteremo mai a nessuno di farti del male. Piccolo pulcino di cioccolato, che sei arrivata nella nostra vita a potarci il sole (e anche qualche tempesta). Grazie di esistere e di essere nostra figlia. Prego e spero tanto che un giorno tu sarai felice insieme a noi. Io ce la metterò tutta. E tu?

Tua mami mer

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