Home > Arte e Cultura > Musica > Marcela Pérez Silva: l’allegria che canta nel nido delle sue conchiglie

Ho conosciuto Marcela come madre di una compagna di classe di mio figlio, e non avevo la più pallida idea del fatto che fosse un’artista di tale calibro. Tutto quello che sapevo di lei era che aveva studiato arte a Bologna, e che aveva vissuto anni in Nicaragua, con suo marito e i suoi figli. Un giorno mi ha mandato questa bella intervista, che mi ha permesso di scoprire una donna appassionata e profonda. Ho chiesto a Marcela il permesso di pubblicarla su Expatclic perchè sono rimasta affascinata dal suo modo tanto aperto e passionale di parlare dei temi della vita. Nel darmi il permesso Marcela mi ha detto che tornata a Lima, qualche anno fa, aveva trovato un sito web in italiano (in quel momento non esisteva ancora la sezione ispanica di Expatclic) che la aveva aiutata tantissimo a riorientarsi nella sua città natale, che aveva lasciato per vari anni per vivere in Nicaragua. E ora che le menzionavo il sito, si rendeva conto che si trattava di Expatlic.com. E’ quindi con doppio piacere che vi presento Marcela, attraverso questa intervista già apparsa sulla rivista digitale nicaraguense 7 días online !! 

Claudiaexpat
Aprile 2008

Una bella artista, con un sorriso aperto e una vita discreta, lontana dalla stampa; moglie di uno dei personaggi più controversi della politica nazionale; madre di tre figli, di cui uno autistico. Ha vissuto in Nicaragua per quasi 20 anni, ma continua ad essere un grande mistero.

Quello che più mi ricordo di questa bella donna, o bambina, o cicala, è la sua allegria; mi fa davvero credere che esista la risata e l’amore. Il suo abito bianco e leggero mi basta per ricordarla come un alone di inesistenza, non perchè non esista, piuttosto perchè mi dà l’impressione di essere già nata, di essere già stata felice, di aver conosciuto tutto e che l’unica cosa che le manca è di trasmettere tutto quello che ha imparato. Sto parlando di Marcela Pérez Silva, l’artista che durante il festival di Filologia all’Università Autonoma del Nicaragua (UNAN-Managua) ha cantato una bellissima canzone di Violeta Parra: “Gracias a la vida/que me ha dado tanto,/me dio dos luceros/que cuando los abro/perfecto distingo lo negro del blanco…”. O che cantava in quella cassetta che continuavo ad ascoltare nei miei anni d’oro.

Da dove vieni?

Sono originaria del Perù : come la lucuma e la chirimoya, come il fiore della cantuta e del amancay; ma mi sento soprattutto latinoamericana: di samba e suono, di vallenato e della marinera del mio paese.

Il nome dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli? 

Mio papà si chiamava Jorge, era dottore. Partì come volontario per assistere le vittime del terremoto di Huaraz, e morì di un’infezione contratta con acqua contaminata. Aveva 39 anni, come Sandino, come il Che. 

Mia madre si chiamava Marcela, la sua intelligenza, la sua sensibilità e la sua allegria fluivano come acqua chiara e a questa fonte attingevamo noi che abbiamo avuto la fortuna di stare al suo fianco. Adorava dipingere, cantava bene e cucinava come gli dei (gli dei golosi: quelli che preparano le noccioline in cielo e il miele).

Mio fratello si chiama Jorge Iván, è linguista e professore all’università. Ai suoi studenti insegna che tutte le lingue sono uguali, come uguali sono gli esseri umani che le usano. Dice che non c’è un modo corretto di parlare, ma solo varietà distinte della lingua che, grazie ai suoi creativi utenti, è viva e muovendosi si trasforma. Questo, in un paese multilinguistico, discriminatore e razzista come il nostro, è allo stesso tempo un concetto trasgressivo e liberatorio, profondamente democratico e rivoluzionario. 

Marcelaperez2Com’era il luogo da cui provieni?

Sono nata vicino al mare, in una città dove non piove mai ma dove in cambio, per compensare, il sismografo rileva un movimento della terra al minuto, un terremoto che valga la pena ogni sei mesi e un terremoto di grandi proporzioni ogni quattro anni. Mentre mia madre mi cresceva nel suo ventre, mio padre sceglieva il mio nome: se fossi stato maschio mi avrebbe chiamato Proletario Pérez. Mia madre vomitava l’anima e sua zia le faceva mangiare arance perchè il bambino nascesse forte e ben ricoperto di peli. Sono nata pelosa, vellutata, e contro tutte le profezie, donna.

Da dove ti viene l’allegria?

L’allegria è un atteggiamento di fronte alla vita, una maniera di esorcizzare i dolori, un amuleto che spaventa il male. 

Che cos’è per te la vita?

Una festa quotidiana. Un’avventura magnifica e collettiva, nella quale ti trovi a partecipare senza chiederlo, le cui regole devi capire o rompere durante il cammino, e che ti mette continuamente di fronte a sfide impreviste, a situazioni limite, a gioie e dolori condivisi che ti gonfiano il cuore, o te lo fanno a pezzettini.

Chi ammiri?

Uuuuy, un sacco di gente! Sono un’ammiratrice devota e inveterata. Sono felice di non aver perso questa capacità che hanno i bambini: mi incanta la bellezza, l’intelligenza, il talento della gente. La loro coerenza. Tomás (suo marito, n.d.t.) mi prende in giro: dice che i miei applausi si sentono sempre sopra l’ovazione generale. E’ vero. Non applaudo sempre, ma quando lo faccio, lo faccio con l’anima. 

Cosa significa per te il Nicaragua?

Nicaragua continua ad essere il rosso e il nero che mi hanno macchiato la camicia mentre dipingevamo il murales dell’Alfabetizzazione nel Comitato di Solidarietà. E’ il cappello sulle gambe di Blanquita Aruz, da una foto color seppia vicino al mio letto. Sono le parole di Tomás scritte su un tappo a Bologna: “Perchè non si può essere rivoluzionari senza lacrime agli occhi e senza dolcezza tra le mani?”. Nicaragua è l’ombra di Sandino che scintilla dalla collina del Tiscapa. E’ una giara di San Juan de Oriente, un uccellino di legno di Solentiname, una canzone di Carlos Mejía Godoy. E’ un 19 di luglio con pioggia e bandiere. Nicaragua è stato il sogno collettivo della mia generazione, il santo con il quale abbiamo fraternizzato “noi” del mondo. E naturalmente è il luogo dove ho trovato l’amore della mia vita, la patria dei tre figli che sono nati là. Nicaragua, per quasi diciotto anni, è stata la mia casa.

Cosa ti piace meno del Nicaragua?

Cortázar l’ha definita “violentemente dolce”: una parte mi fa innamorare, l’altra mi ferisce.

Che cosa hai studiato?

A 16 anni, a Lima, ho cominciato la Scuola di Teatro del TUC. Quelli sono stati gli anni essenziali della mia formazione come persona. Questi simpatici matti mi insegnarono a sentire l’erba che cresce, mi aprirono le finestre dell’anima da una parte all’altra, mi portarono per mano fino alla soglia stessa della poesia. A 18 anni, con i miei occhi nuovi, mi sono lanciata per il mondo: sono arrivata in Italia, esattamente all’Università di Bologna, e lì ho studiato al DAMS (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo).

Hai completato la tesi che eri venuta a fare in Nicaragua sul Grupo Gradas?

Ho finito la prima fase: ho raccolto un sacco di informazioni. Ho intervistato i protagonisti di questa avventura politico rivoluzionaria. Ma a metà del cammino caddero il muro di Berlino e le mie certezze; si persero le elezioni in Nicaragua; e conobbi Tomás.

Quando ti sei resa conto del tuo amore per il canto?

Mia mamma cantava la zarzuela mentre faceva i letti. Mio padre, con l’asciugamano legato alla vita, smetteva di radersi per risponderle. Abbiamo imparato a cantare da loro, io e mio fratello, nello stesso modo in cui abbiamo imparato il resto. 

Cantare è la forma più bella di darsi agli altri, di farsi amica la gente. Ed è bellissimo. Come il cioccolato, come la risata, come l’amore: cantare genera endorfina. E non ingrassa!

Hai scritto canzoni o le interpreti soltanto?

Ho scritto molte canzoni, ma per i poveri è difficile farsi conoscere. Prima devono passare per il setaccio dell’autocritica (sono implacabile con il mio lavoro) e poi vincere i nodi del pudore. Interpreto Silvio o Violeta Parra con molta più sicurezza che me stessa, in scena. In ogni caso le mie canzoni si arrangiano per infilarsi, zitte zitte, nei miei dischi e nei miei concerti. 

Che cos’è per te la musica?

E’ la capacità di vibrare in sintonia con l”universo. E’ la rivelazione del fatto che siamo di questo mondo: polvere di stelle, rugiada sull’erba, tempo. Il sole suona la sua sinfonia cosmica, e anche se è talmente grave che il nostro orecchio non la percepisce, il suo calore ci circonda. Il vento soffia tutto intorno e fa fiorire la vita. A loro modo cantano la balena azzurra e l’ape, il rospo stonato, il passero dalle quattrocento voci e le sirene; canta la cicala alla luna, e la formica sotto terra. E cantano i cronopios per applaudire il sole, per abbracciare il vento, per diventare fratelli dei nostri compagni di sventura. 

Parlami dei dischi che hai registrato

Ho registrato i primi due con Leonardo Croatto: oltre che arrangiatore, direttore, produttore e compositore della maggior parte dei pezzi, Leo ha suonato quasi tutti gli strumenti ed è stato il tecnico del suono dei due dischi: questa immagine di uomo d’orchestra, di artista preciso e vicino a mille cose, rende perfettamente quello che è. “Donde se canta” (Dove si canta) lo abbiamo fatto a Porto Rico nel 1984, ed è un’antologia cantata di come la poesia lotta e poetizza, in America Latina, dagli indios Makiritare a Roque Dalton, come indica il suo breve sottotitolo. Il secondo l’abbiamo registrato l’anno dopo a Bologna, nello studio sotto alla casa dove vivevo. I vicini ci lasciavano la chiave sotto allo zerbino, e quindi “De ríos y flores” (Di fiumi e fiori) che è un omaggio al poeta Javier Heraud, è stato registrato all’alba: da lì la sua atmosfera notturna….

A Lima nel 1994 ho registrato, sotto la direzione di Lucho González, “Cosas de mujeres” (Cose di donne). Era da tanto che musicavo e ricompilavo le opere delle artiste d’America. Ad un certo punto avevo un vero archivio di poetesse e compositrici! La cosa più difficile fu scegliere: cosa lasciar fuori, mi faceva star male. Cosas de mujeres fu completato con le splendide foto di Lourdes Almeida: è stato fantastico lavorare con lei !

Tra il 2001 e il 2004 ho registrato a Managua “Viva Sandino!”, con arrangiamenti di Andrés Sánchez, Eduardo Araica e Richard Loza. Questo disco è un po’ la sintesi del lavoro che ho avuto la fortuna di condividere con Richard, per le strade e nelle piazze, nei quartieri e nei piccoli villaggi, su camion disarticolati e all’ombra dei manghi del mio amato Nicaragua. Con orgoglio dico che è il frutto del talento di alcuni dei maggiori e più bravi musicisti del paese, come Raúl Martínez. E ha il privilegio di tenere la voce, la fisarmonica e il cuore di Carlos Mejía Godoy, che oltretutto è autore della metà delle canzoni. La mia ultima registrazione l’ho fatta in Messico, con Félix Casaverde, pietra miliare della musica peruviana. Un maestro. Si tratta di un disco con canzoni di Chabuca Granda. Credo che si chiamerà “De canela en flor” (Di cannella in fiore.

Momenti difficili nella tua vita?

Quando hanno diagnosticato l’autismo al mio bimbo Sebastián, pensai che non mi sarebbe potuto succedere niente di peggio. Il mio spirito lottatore mi ha salvata dal naufragio: mi sono immersa nei libri, in Internet e in tutto quello che trovavo che mi insegnava come aiutarlo. La morte di mia madre, invece, mi ha lasciata senza fiato. Orfani, i miei guanti da box, che davano pugni al vento. 

Marcela con suo marito e i suoi tre figli

Marcela con suo marito e i suoi tre figli

Qual è la esperienza che più ti ha colpita?

Conversare con Fidel.

Come descriveresti la tua relazione con Tomás?

Una storia d’amore. Intensa, turbolenta, appassionata. Necessaria. Una volta lui mi ha detto: “Non mi avvicino nemmeno al tuo ideale d’uomo. Non assomiglio nè a Antonio Banderas nè a Roque Dalton!!!!”. Non so cosa gli abbia fatto pensare che il mio uomo ideale doveva somigliare a loro!! In ogni caso si sbagliava: per niente al mondo cambierei i diciotto anni di amore e lotta che ho avuto il privilegio e la gioia di vivere al suo fianco.

Cosa pensi della deroga dell’aborto terapeutico?

Mi sembra di retrocedere ai tempi nei quali si bruciavano le streghe con legna verde. Una violazione dei diritti umani. Una vergogna. Io sono per la sovranità: quella dei paesi e delle persone. Noi donne siamo sovrane, padrone dei nostri corpi: della nostra sessualità e delle sue opzioni, della nostra propria riproduzione. Siamo libere di decidere se vogliamo o non vogliamo avere figli: di scegliere quanti averne, quando e con chi. Lo stato deve essere il garante di questa libertà, e ovviamente della vita e della salute delle sue cittadine. Credo che l’accesso all’informazione, agli anticoncezionali e all’aborto legale, sicuro e gratuito debbano essere un diritto di tutte le donne. Non sono a favore dell’aborto: nessuna donna al mondo lo è, però normalmente l’aborto è l’ultima disperata soluzione di fronte a un male maggiore. Troppe ragazze muoiono in Nicaragua per aborti mal praticati e continueranno a morire, dopo l’applicazione di una legge che proibisce di salvar loro la vita. La penalizzazione dell’aborto terapeutico condanna le donne povere del Nicaragua al carcere o alla morte. 

Cosa pensi della politica e dei politici di qui?

L’elemento viscerale del Nicaragua fu la sua rivoluzione di poeti che destituettero il tiranno. La novità, la sua direzione concordata: una specie di tavola rotonda di Re Artù e i suoi cavalieri (le donne brillavano per la loro assenza). La rivoluzione è stata un uragano di luci che al suo passaggio riduceva l’analfabetismo e i microbi comuni, mentre l’aria si riempiva di chitarre e poesie, del profumo del vapore nelle cucine a legna. Allora il vecchio orco ha ordinato la guerra: caddero 50.000 giovani, mentre le armi bruciavano la terra e minavano il mare. In mezzo al lutto di una patria distrutta e dissanguata, apparve la signora in bianco: il governo del suo genero mise fine all’istruzione gratuita e al treno, con gli ospedali di tutti e tutti i beni dello stato. I due governi successivi, tanto voraci come inefficienti, aumentarono unicamente le diseguaglianze: nel paese riapparvero la fame, l’analfabetismo, la disoccupazione. Dopo diciassette anni in Nicaragua la speranza è rinata: credo che anche i più delusi guardino di sottecchi e incrocino le dita. Speriamo che il nuovo governo sia all’altezza di tanti sogni. 

Che cos’è per te la povertà?

La povertà è lo smacco di pochi verso il resto dell’umanità. Un furto a mano armata, avallato dall’ingiusto sistema di distribuzione della ricchezza che regge il mondo e che permette che il 10% della popolazione mondiale consumi il 70% delle ricchezze della terra. Secondo la FAO questo pianeta azzurro e rotondo potrebbe sfamare una popolazione due volte più grande di quella che popola la terra ai nostri giorni. E tuttavia, perchè il nord possa essere sempre più opulento, milioni di esseri umani muoiono ogni anno di fame e denutrizione, non hanno accesso all’acqua potabile, non hanno una vita degna, a causa della povertà. Il 70% dei poveri tra i poveri sono donne. Le figlie della Grande Dea Madre sono padrone solo dell’1% della proprietà della terra dal cui ventre nacquero, e guadagnano meno della metà di quello che spetta agli uomini che loro stesse han messo al mondo. Ogni anno, al sud, cinquecentomila donne muoiono per aborto o parto. Vale poco, quasi niente, la vita di chi riempie di vita questa terra. 

Cosa pensi di chi dice di combattere la povertà e continua a vivere ad alti livelli?

L’umanità intera dovrà sentire come proprio dovere l’opporsi a questo sistema ingiusto, che ci desumanizza e oltraggia. L’apporto degno e solidale di tutti deve essere benvenuto. Il grano di sabbia di tutti, perchè un mondo migliore sia possibile. 

Cosa temi più di tutto?

La bugia, la slealtà.

La tua più grande stravaganza?

Non mi lavo di domenica: come Shakira! Passo il giorno a letto con i miei figli, giocando a cuscinate o a chi riesce a tenere aperti gli occhi guardandosi, godendo del piacere politico nerudiano di perdere il tempo.

Qual è la tua opera maggiore?

Camila, Juan e Sebastián. Aiutare queste tre personcine a crescere è stata la sfida più grande della mia vita, la più grande responsabilità e la più grande fonte di gioia. Senza dubbio la’impresa più riuscita, l’opera maestra. 

Cosa consideri come la più grande disgrazia?

La morte.

I tuoi eroi del mondo reale?

Chi è capace di darsi agli altri. Le persone ragionevoli. Gli insuperabili. Un nome: il maestro Orlando Pineda.

Qual è il tuo motto?

Motto? Non ne ho, però c’è una frase che mi piace dire quando la vita mi lascia senza parole: Meraviglia del mondo!

Se incontrassi te stessa, cosa ti diresti?

Ciao bella!

Cosa vorresti fare da grande? 

Vorrei fare l’astronauta, la ballerina del Bolshoi, l’esploratrice delle profondità del mare; vorrei essere biologa e scoprire la cura delle malattie endemiche ed epidemiche; sradicare la fame nel mondo; sconfiggere l’autismo… Ma credo che mi accontenterei di arrivare ad essere saggia come mia nonna Maria e giovane come mia nonna Rosita, che va per i centodue anni e non si stanca di girare il mondo. 

Cosa ti manca?

Mia mamma.

Si nasconde qualcosa dietro alla Marcela allegra?

Sono trasparente nelle mie allegrie e nelle mie ire, nei miei amori e nelle delusioni. Le tempeste e gli uragani si vedono sempre sul mio viso: non si nascondono. A volte, come tutti, il vento mi scuote e mi sfaldo. Altre volte piango e sorrido allo stesso tempo per scongiurare il dolore: come quando piove con il sole e si dice che si sposa la figlia del diavolo.

Fino a che punto sei disposta a sacrificarti per i tuoi figli?

Questa immagine di madre disposta al sacrificio, di Mater Dolorosa con il cuore trafitto da pugnali, come nella più truculenta iconografia religiosa, non fa per me. Preferisco pensarmi madre felice, dispensatrice, protettrice dei suoi cuccioli, che dà vita e calore. La mia fortuna è stata di avere i figli che volevo. Il loro padre e io li sognavamo e gli avevamo dato i nomi molto prima di dedicarci alla gioia di farli. Sono stati amati e festeggiati dal primo momento in cui hanno cominciato ad essere, nel mio ventre (Camila a Managua; Juan e Sebastián c Città del Messico). All’inizio era solo la nostra voglia che esistessero, poi un battito, una scintilla, un piccola esplosione intermittente della grandezza di una nocciolina; con il tempo sono diventati cavallucci di mare, pupazzetti di briciole di pane. Tomás si avvicinava alla mia pancia e parlava con loro, gli leggeva le poesie che scriveva per loro. Io li portavo a passeggiare, orgogliosissima, e gli cantavo canzoni; gli parlavo tutto il giorno per farli sentire attesi e benvenuti. Per questo mi sento più fortunata di Maria: a lei è arrivata la notizia della sua maternità quando tutto si era già consumato – e la poveretta era ancora vergine !

C’è qualcosa che vorresti cambiare della tua vita? Cosa non rifaresti?

Spesso come a Alice, quella del paese delle meraviglie, la vita ci porta a degli incroci sul nostro cammino. Quello che scegliamo di volta in volta ha molto più peso che il cammino stesso: ogni scelta forma la nostra identità. La direzione che scegliamo ci allontana dalle molte “altre” che avremmo potuto essere. Curvilineo o ben tracciato, titubante o deciso, a tratti asfaltato e in altri polveroso, siamo il sentiero che i nostri passi han disegnato: il cammino errante che conduce ai nostri sogni. 

Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie, poeta.

Traduzione dallo spagnolo a cura di Claudiaexpat