Home > Asia > Japan > Marcella, ricercatrice in Giappone
tokyo

Marcella è un’italiana che ha legato la sua vita e la professionalità al Giappone.  A Venezia si è specializzata in Lingue Orientali, ed è all’università che ha incontrato suo marito, un giapponese nato a Kyoto ma cresciuto in Germania e trasferitosi poi in Italia. Avevamo già avuto il piacere di leggere Marcella in uno squisito articolo che ci aveva preparato per l’aggiornamento sull’espatrio in paesi duri, e adesso torniamo ad averla con noi con questa interessantissima intervista, nella quale Marcella ci spiega il suo percorso. Grazie Marcella!! 

Cosa ti ha portata in Giappone? 
Nel 91 frequentavo il terzo anno di università a Venezia e ho vinto una borsa di studio del governo giapponese. Ho dunque vissuto un anno in Giappone, a Kyoto, e sono poi tornata a Venezia dove ho cominciato a lavorare prima in un negozio di vetri (mi occupavo di tutte le relazioni coi giapponesi) e poi dai vari Missoni, Valentino, Fendi, sempre con la stessa figura professionale. Nel frattempo andavo avanti con gli esami e preparavo la tesi, che ho dato nel ’96. A quel punto ho vinto un’altra borsa di studio in Giappone, di un anno e mezzo in teoria, ma che poi si è allungata perché ho fatto, all’Università di Osaka, u,   n Master in Sociologia e poi ho completato il corso di Dottorato, sempre in sociologia. Sono rimasta in Giappone fino al 2000.

giapponeQuindi le borse di studio sono un ottimo messo per farsi un po’ di esperienza all’estero, giusto? 
Certamente. Per quanto riguarda il Giappone, il governo ha aumentato tantissimo il numero di studenti stranieri che accoglie. Entro il 2020 si è posto l’obiettivo di portare il numero globale di studenti che vogliono venire in Giappone a 300.000. Questo fa sì che si creino anche dei posti di lavoro in più in Giappone, ad esempio quello di professore associato a contratto. Naturalmente le borse di studio bisogna guadagnarsele, ma sono un canale interessante per chi vuole completare i propri studi con un’esperienza sul posto o cominciare una carriera all’estero. Bisogna sempre ricercare informazioni ovunque, internet aiuta, e il curriculum online di altri studiosi che ci hanno preceduto è prezioso! Seguire la scia ATTIVAMENTE, insomma.

Tornando a te, eravamo rimaste al tuo rientro in Italia nel 2000. Come ti sei organizzata dal punto di vista del lavoro? 
Ho fatto dei concorsi e ho avuto dei contratti per insegnare la lingua giapponese all’università. Ho poi fatto il concorso per entrare al Dottorato in Cultura e Civiltà Orientale, grazie al quale ho ottenuto una borsa di studio e mi sono specializzata in didattica della Lingua Giapponese. Nel frattempo, nel 2004, è nata mia figlia. Nel 2000 eravamo tornati dal Giappone sia io che mio marito, anche lui fa la carriera accademica. Qui in Giappone lui aveva fatto il master in sociologia, tornato in Italia ha fatto un dottorato in letteratura giapponese. Quando ha finito, e mentre io facevo quello che interessava a me,  lui ha cominciato a insegnare ovunque in Italia, girava tra Cosenza, Pesaro, Perugia. Un ritmo molto pesante, faticoso per il fatto che era sempre in giro, e anche poco appagante dal punto di vista economico. Io facevo un po’ di tutto, interpretariato alla Mostra del Cinema, traduzioni, sia tecniche che letterarie, ma alla lunga diventava davvero complesso mantenere questi ritmi. Ci siamo dunque messi a cercare un’alternativa e abbiamo trovato dei fondi di ricerca della Japan Society for the Promotion of Sciences, che dà fondi annuali o biennali; sia io che mio marito abbiamo applicato, a distanza di tre mesi l’una dall’altro, e abbiamo entrambi ottenuto il posto. Io sono partita tre mesi prima con mia figlia, e  lui ci ha raggiunto qui. Con questi fondi di ricerca siamo riusciti a lavorare benissimo, sotto tutti i punti di vista.

In cosa consiste concretamente il tuo lavoro di ricerca?
Il mio campo di ricerca è sempre stato sulla lingua, anche quando facevo sociologia, lingua e società per l’esattezza. Quando studiavo per il Master in sociologia ho fatto l’analisi di un cartone animato destinato a bambini di dieci mesi. Ovviamente a questa età i bambini non parlano ancora, ma parlano i personaggi nel cartone animato, e ognuno di questi usa il suo registro di linguaggio e trasmette i suoi propri valori. Dietro a quanto veniva espresso in questo cartone, c’era un messaggio per far crescere il cittadino giapponese in un determinato modo. Io ho analizzato a fondo il cartone animato e ho fatto le mie raccomandazioni. Con mia grande soddisfazione dopo la mia analisi alcune trame sono state cambiate.

Adesso mi occupo di didattica della grammatica giapponese. Sto sviluppando un sito, che sarà online prossimamente, e che sfrutta il giapponese che si vede in giro, non quello sui libri di testo: i cartelli, la risposta della segreteria del telefonino, il giornale, la pubblicità. Uso questi testi, li inserisco nel sito, e di fianco a ognuno di loro si può cliccare sulla relativa parte grammaticale, che viene relazionata a quello che era il contenuto della mia tesi di dottorato, ovvero era un dizionario grammaticale.

Quindi hai anche una certa dimestichezza nel mondo dell’informatica?
Sì, io sono una grande appassionata di computer e tecnologia, perlopiù Mac. E’ una passione personale. Quando facevo l’università un mio professore mi ha consigliato di comprarmi un Mac (che all’epoca costava un capitale). La mia fortuna è poi stata l’avere un amico bravissimo in informatica, io mi sedevo accanto a lui e osservavo tutto quello che faceva, pian piano ho imparato.  Ho fatto un corso online per imparare a costruire siti web. Il mio sito è fatto tutto in linguaggio html, e io potuto accompagnare da vicino il programmatore che l’ha costruito.

marcellaParlaci del tuo lavoro di traduttrice…
A me piace molto la letteratura per l’infanzia, avevo cominciato a leggere e tradurre in italiano diversi autori giapponesi, sperando che prima o poi venissero pubblicati. Nel 2000, quando sono tornata in Italia, avevo dei contratti all’università, con i quali però era impossibile mantenersi. Ho quindi iniziato a far sapere in giro che mi sarebbe piaciuto pubblicare. A quei tempi però nessuno delle persone che mi circondavano si occupava di letteratura dell’infanzia, nessuno conosceva nessuno, ma io  ho comunque sistemato questa raccolta nell’ottica di una pubblicazione. Ho preparato il mio progetto e intanto spargevo la voce. Per un colpo di fortuna incredibile sono riuscita a entrare in contatto con un grande editore, che si è interessato al progetto. Gliel’ho spedito e sono passati molti mesi prima che mi contattassero per finalizzare il tutto.

Dopo questo ho proposto altri libri, e altre proposte di traduzioni mi sono arrivate tramite la casa editrice Salani.  Ad un convegno ho invece trovato un contatto per l’altra casa editrice con la quale lavoro, Casa dei Libri.  Mentre raccontavo ad un’amica quello che facevo, di fianco a me era seduta un’amica di Lorenzo Casadei, che aveva appena aperto questa piccola casa editrice, interessato alla letteratura per l’infanzia e al Giappone. In questa occasione ho proposto la traduzione di un libro molto bello che avevo in casa, e da lì sono nati questi tre librini particolari, sui mostri giapponesi, con traduzione, postfazione, etc.. Sono molto belli e hanno avuto un discreto successo. Come ti dicevo lo considero più che altro un hobby. La richiesta di traduzioni in Italia non è tale da permetterti di viverci, e le traduzioni letterarie sono pagate un quarto di quelle tecniche, che per me hanno un fascino particolare: mi rilassano. Adoro tradurre manuali tecnici, mi rilassa e mi diverte.  Sempre grazie alle proposte di Salani ho tradotto tre romanzi per adulti, Quando cadrà la pioggia tornerò, di Ichikawa TakujiGridare amore dal centro del mondo, di Katayama  Kyoichi, e Un bel giorno per rimanere sola, di Aoyama Nanae.

 

Sta per concludersi il vostro periodo come ricercatori in Giappone. Cosa vi aspettate dal futuro? Come pensate di organizzarvi? 
In questo momento in effetti organizzarsi è il problema più ‘aperto’: l’unica cosa che si può fare è compilare domande di assunzione o per fondi di ricerca presso le università che più ci interessano… La situazione italiana ovviamente ci spinge all’estero purtroppo, dove le opportunità sono più numerose (Giappone) o comunque molto meglio retribuite ed apprezzate come investimento culturale. Il mio sogno personale è quello di rientrare a Venezia e poter vivere del mio lavoro, ottenendo fondi di ricerca adeguati… un po’ un’utopia per come è l’Italia del 2010!

Per il resto… si vive un giorno alla volta, godendo delle poche e preziose certezze: gli affetti della famiglia e degli amici.