Home > Famiglia e Bambini > Gravidanza > Partorire a Boston, in una serata di play-off

Elena (elenainaustralia sui forum) è arrivata di recente su Expatclic, e ha portato una ventata di entusiasmo e allegria. Oltre a una vivace partecipazione ai forum, ha deciso di regalarci il racconto del suo meraviglioso parto a Boston, dove Elena ha vissuto prima di trasferirsi in Australia. La ringraziamo di cuore per questa testimonianza e per la sua preziosa partecipazione !

10 pm:  i Celtics ce l’hanno quasi fatta e stasera si giocano ai play off la possibilità di accedere alla finalissima e chissà, magari vincere l’NBA, dopo parecchi anni dall’ultima volta. Noi abitiamo proprio vicino al Garden, il bellissimo palazzetto dello sport di Boston e quella è a strada più breve per andare all’ospedale, il Massachusetts General Hospital, dove la nostra piccola nascerà.

 

Il Garden la sera della vittoria

Il Garden la sera della vittoria

10:15 pm – E’ tutto il giorno che non sono proprio in forma. La mattina ho fatto l’ultima visita con la mia adorata midwife Amy che mi ha messo in guardia: “Guarda che io stasera sono di turno…mi sa che ci vediamo”. Ma i dolori sono ancora irregolari e, dopo una passeggiata attorno al palazzo, decido di mettermi a letto e aspettare. Non faccio in tempo a sdraiarmi e partono delle contrazioni forti e decisamente regolari. In poco tempo sento che è ora di andare verso l’ospedale.
Mio marito scende a prendere l’auto che una nostra cara amica ci ha prestato per l’occasione (per tutta la nostra permanenza a Boston, non abbiamo avuto un’auto e gli amici ci avevano avvertito che a volte i tassisti si rifiutano di prendere a bordo donne incinte…). L’ospedale dista pochi minuti in auto, peccato che la partita è finita proprio ora e ci troviamo imbottigliati in un improbabile traffico notturno (tenendo conto che a Boston non si può parlare di vero traffico neppure nelle ore di punta…) e ci viene da ridere!

“Pensa…chi l’avrebbe mai detto…siamo su un’auto prestata, in mezzo a una città che è nostra solo in prestito, in mezzo a un traffico improbabile per dare alla luce il nostro terzo figlio, una bimba”. E nonostante le contrazioni aumentino di intensità, ridiamo aspettando che l’auto davanti riparta.

Conosco già bene l’ospedale. Un aspetto che ho trovato molto positivo della mia gravidanza americana è stato il fatto che tutto quello che occorre viene programmato all’interno dell’ospedale stesso. Il processo va più o meno così: quando scopri di essere incinta, prendi un appuntamento nel reparto di ostetricia e per prima cosa incontri un’infermiera che ti fa una specie di intervista (alla quale chiedono che sia presente anche il futuro papà) riguardo la tua salute e la tua gravidanza. Quindi ti spiegano le varie tappe della tua gravidanza e i vari controlli a cui sarai sottoposta: alcuni sono di routine (esami dal sangue, delle urine, ecografia), altri dipendono  dalle tue scelte (amniocentesi o altri esami specifici per conoscere al più presto malattie genetiche del futuro neonato).  Ad ogni visita sarai sottoposta agli esami richiesti e solo in caso ci sia un’anomalia verrai contattata dall’ospedale stesso, altrimenti, don’t worry, tutto procede bene. Comodo, rispetto alle mie gravidanze italiane in cui continuavo a fare avanti e indietro tra ospedale, ginecologo, medico, ambulatorio degli esami, ritiro degli esiti e da capo.

Per tutta la gravidanza viene programmata una sola ecografia, quella che noi chiameremmo morfologica e che dura un’eternità. In realtà io ne ho fatta una seconda molto più breve (credo non più di cinque minuti) per verificare la posizione della bimba, che si è messa a testa in giù solo all’ultimo… Dopo ogni visita ti viene indicata la settimana del successivo appuntamento e tu scegli chi ti seguirà. MGH offre due tipi di figure che seguono la gravidanza: il ginecologo o la midwife.  All’inizio io non avevo ben colto che la scelta fosse mia e ho incontrato per alcune volte in  modo casuale una dolcissima midwife che però doveva cambiare turno e non poteva più vedermi il mercoledì (l’unico giorno in cui gli altri due miei figli avevano gli stessi orari a scuola ed io avevo qualche ora libera). Così sempre per caso ho fissato un appuntamento con una ginecologa che è stata molto chiara. Mi ha detto: visto che sei alla terza gravidanza e hai chiesto esplicitamente di non avere epidurale e di preferire un parto il più naturale possibile, ti suggerisco di sceglierti una midwife. Loro sono più pazienti e disponibili, noi se tiri troppo in lungo magari decidiamo per un cesareo e poi abbiamo i nostri tirocinanti (MGH è legato all’università) e molte persone si aggirano nella sala parto. Se vuoi un po’ di calma, non siamo fatti per te.

Detto fatto, incontro la mia nuova midwife, Amy, ancora per caso una donna meravigliosa, madre di ben 4 bimbi, di una dolcezza, delicatezza e pazienza infinite…
ore 11: Andiamo dritti al reparto che ho visitato durante il mio “corso preparto abbreviato per chi ha già avuto figli”, giusto per conoscere le procedure dell’ospedale e l’ambiente che ti aspetta. Partorirò al tredicesimo piano.

 

Charles River, dalla finestra della mia camera

Charles River, dalla finestra della mia camera

 

Il reparto è molto bello, ordinato e pulito. Proprio di fronte c’è il reparto di patologia neonatale, per ogni evenienza.
La sala parto è un po’ asettica, fa molto sala operatoria. Ma dopo il parto mi ricredo. La mia paura che il mio parto potesse essere troppo medicalizzato svanisce appena vedo la mia midwife che mi sta aspettando con un sorriso. Con lei nella sala parto è presente un’infermiera che per tutta la durata del travaglio annota tutto quello che avviene ogni pochi minuti.
“Sapevo che saresti arrivata, forza ci siamo quasi”.
Infatti sono già dilatata di sei centimetri…
In realtà, poi ci vorrà il suo tempo e la sua fatica. Ma sia la midwife che l’infermiera che mi assistono sono davvero pazienti e gentili (anche quando si fanno la doccia perchè mi si rompono le acque con una spinta). Ormai ci siamo, un ultimo sforzo e la nostra piccola appare. Ma in un secondo vedo il terrore sulla faccia di mio marito…fermati, non spingere più ..il cordone ombelicale è attorno al collo della bimba. Per fortuna Amy è velocissima a tagliarlo e un attimo dopo nasce Viola: di nome e di fatto (almeno per i primi secondi della sua nuova vita!!!).

E’ la 1:38 am del 24 aprile 2008.

 

Ed ecco Viola poche ore dopo la nascita

Ed ecco Viola poche ore dopo la nascita

Dopo il parto, ci lasciano tranquilli a lungo. Ci godiamo gli occhioni della nostra piccolina. La cosa
meravigliosa del parto naturale è che un attimo dopo il dolore è solo un lontano ricordo e tu sei già rapita dalla nuova creatura che stringi fra le braccia. Solo dopo un lungo periodo di tranquillità ci accompagnano nella nostra camera. Non grande, ma confortevole, con un divano-letto per papà che però decide di tornare dal resto della truppa per dare la bella notizia di persona.
Io e Violetta restiamo da sole. Lei è un tesoro, ma ha tanta fame. Così, la seconda notte, le infermiere la portano via per qualche ora e io posso riposare un po’.
Il trattamento è perfetto: mi sento un po’ in vacanza.  Anche il cibo non è male e posso scegliere i miei pasti da un menù giornaliero. Dopo tre giorni è ora di tornare a casa (questo è quanto paga l’assicurazione sanitaria, tre notti). Nel frattempo Viola è stata visitata dal pediatra dell’ospedale che viene a farmi un dettagliato resoconto il giorno delle dimissioni e vengo invitata a prendere un appuntamento con il mio pediatra entro una settimana dalla dimissione.
Una curiosità: prima di lasciare l’ospedale, l’infermiera ci sottopone ad un test. Dobbiamo dimostrare di saper mettere il bambino nel seggiolino dell’auto e legarlo in modocorretto…altrimenti non ci lasciano andare!!!

 

Elena
Melbourne, Australia
Aprile 2008

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