Home > Oceania > Australia > Quando in Australia si andava in nave. Storie di donne migranti italiane
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Godetevi questo splendido articolo/intervista in cui Barbaraexpat fa parlare le sue vecchine (leggere per scoprire chi sono), che raccontano dei tempi in cui in Australia si andava in nave! Queste intense storie di donne migranti italiane sono un vero tuffo in un espatrio che ormai non esiste più.

 

Quando sono arrivata a Melbourne, nel lontano 1990, non c’era internet, telefonare in Italia costava un piccolo patrimonio e i voli erano interminabili e senza intrattenimento. Mi sentivo davvero dall’altra parte del mondo.

Negli ultimi anni, a causa della crisi economica in Italia e l’istituzione del “working holiday visa” facilmente ottenibile, le strade di Melbourne pullulano di giovani italiani che arrivano preparatissimi, grazie a internet e dopo un volo di meno di 24 ore…con film on demand. Inoltre possono parlare con famiglia e amici quando vogliono, anzi, possono vederli o messaggiarli, gratis!

Percepite un briciolo d’invidia? Ebbene si, devo ammettere che mi sarebbe piaciuto avere Expatclic e WhatsApp quando sono approdata quaggiù!

Dolores, Angelina, Isabella, Franca, Edelveis e Maria sono arrivate a Melbourne nei primi anni del dopoguerra. Per molte di loro era il primo viaggio fuori dal loro paese natale. Le uniche informazioni che avevano sull’Australia venivano dalle rare cartoline spedite da amici e parenti. Lasciavano famiglia e amici e partivano per un viaggio, in nave, di un mese.

Da ormai più di un anno ho il privilegio di conoscere queste splendide donne, ospiti di una casa di riposo e partecipanti del mio gruppo di lettura. Ho avuto occasione di ascoltare piccoli frammenti delle loro storie ma questa mattina di inizio marzo voglio raccogliere alcuni di questi frammenti e cercare di metterli insieme per dividerli con il mondo.

Le signore accettano con piacere la mia proposta e incominciano subito a raccontare.

 

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Da sinistra: Isabella, Edelveis e Franca

Un mese in mare

La prima arrivata, nel 1949, è Isabella, partita da Palermo con il marito e una bambina di due anni. Il marito era mugnaio nella nativa Sicilia, ma a lei l’idea di passare la vita al mulino non piaceva e, dopo i racconti di una cugina emigrata in Australia l’anno prima, convince il marito a partire per Melbourne.
Isabella e la sua famiglia si imbarcano sulla nave Sorrento, una nave nuovissima, al suo secondo viaggio in Australia.
La nave era “piena zeppa” racconta Isabella. Uomini e donne non possono viaggiare insieme, anche se fanno parte della stessa famiglia. Lei e la sua bambina vengono messe in una cabina con altre due donne ed i loro figli, mentre il marito alloggia  nella cabina vicina che deve dividere con altri uomini.
Per Isabella non è un viaggio facile. Soffre di mal di mare e una delle bambine che divide con lei la cabina “è un diavoletto”. Fortunatamente la sua piccola è tranquilla e passa le giornate scorrazzando fra la loro cabina e quella del papà, per i 27 giorni di mare.

Dolores parte da sola, nel 1953, anche lei sulla nave Sorrento. A Melbourne l’aspetta il futuro marito che, ci tiene a precisare, aveva incontrato in Italia alcuni anni prima e con il quale era fidanzata.

Ho sentito spesso parlare dei “matrimoni per procura”, resi famosi dal film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale “Bello onesto emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata” e colgo l’occasione per chiedere cosa ne pensano.

Per l’amor di Dio!” mi risponde Dolores e sono tutte d’accordo nella loro  disapprovazione di questa pratica, dichiarando che spesso donne giovani venivano ingannate e si trovavano sposate con uomini molto più vecchi.

Dolores viaggia con un gruppo di donne italiane, immigrate in Australia anni prima e di ritorno da una visita ai parenti in Italia. E’ tramite i loro racconti che Dolores comincia a conoscere l’Australia e ad imparare anche un po’ d’inglese, soprattutto le “bestemmie”!

Il viaggio di Franca, nel 1961, con la nave Flaminia, da Genova, 32 giorni di viaggio, ha un sapore diverso. Franca è una delle fortunate e con una raccomandazione riesce a viaggiare con il marito e i tre figli in una cabina familiare. “Abbiamo ballato, abbiamo cantato, un viaggio come una crociera” ricorda entusiasta.

Anche Angelina lascia l’Italia nel ’61, sulla nave Conte Grande, una vecchia nave, ma “grandiosa”, al suo ultimo viaggio. Angelina viene a raggiungere il marito che vive già a Melbourne da cinque anni e affronta il viaggio da sola. Purtroppo si ammala e soffre molto durante tutto il tragitto, non riesce a mangiare nulla e arriva a Melbourne stanca e affranta. I disturbi continuano ad affliggerla per i primi tre anni della sua nuova vita, deve trovare un dottore che “era polacco e parlava qualche parola di italiano”. Chiedo come si sentiva, se era spaventata, malata e in un paese sconosciuto, lontano da casa, ma Angelina risponde tranquilla: “No, no. Era una cosa che doveva passare. Ho superato pure quello!”. 

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Maria

Maria parte da Genova con tre figli e un ragazzino in affido, di 14 anni, che veniva a raggiungere il padre. Il marito di Maria era partito 16 mesi prima, quando Maria era incinta di 8 mesi.
Maria viaggia in una cabina con i suoi figli e un’amica con la sua bambina, mentre il ragazzino deve viaggiare separatamente.
Prima della partenza il dottore fa una triste diagnosi. Dice a Maria che il bambino più piccolo, di 11 mesi, soffre di mutismo e non avrebbe mai parlato. Questo pensiero la affligge per l’intero viaggio, poiché non ha ancora dato al marito questa notizia.
Rimane a bordo per tutto il viaggio, non se la sente di sbarcare con i tre bambini. Quando la nave attraversa il Mar Rosso sente gridare “Bambino in mare!” e allo stesso tempo si rende conto di aver perso suo figlio di 5 anni. Cominciano ore di panico, tutti si danno da fare a cercare il piccolo Mario fino a quando il capitano non manda a dire che un bambino è lì con lui. L’incubo di Maria è finito. La mente curiosa di Mario lo aveva spinto a cercare informazioni su come guidare la nave e con l’egocentrismo tipico dell’età, non aveva pensato ad informare la mamma sui suoi movimenti.
Ma le belle notizie per Maria non sono finite. All’arrivo nel porto di Melbourne i bambini corrono sul ponte e cercano il papà che li attende “Babbo, babbo!” gridano felici. Maria piange al pensiero del piccolo tra le sue braccia ma all’improvviso “lui fa’: bah! La prima parola che ha detto in 11 mesi!”
Maria racconterà al marito delle sue preoccupazioni e le sue paure ma da quel giorno il bambino comincia a parlare.

Le signore mi raccontano dell’arrivo a Port Said. Edelveis ricorda i venditori arabi arrivati “sulle loro barchette con oggetti esotici ed interessanti” e di come, sporgendosi dal ponte, ha comprato due elefanti di ebano con le zanne d’avorio. Anche le atre si lasciano tentare da questo shopping inaspettato e comprano gioielli e radio transistor. Isabella compra addirittura cinque radio da portare come regalo ai parenti, ma quando gliele consegnano si accorge che ce ne sono solo quattro. Gli inconvenienti di comprare a scatola chiusa!

L’arrivo nel nuovo mondo

Dopo il viaggio crociera, Franca ricorda con entusiasmo l’arrivo a Melbourne “un trasferimento come una villeggiatura, era estate, avevamo una bella casa…”.
La prima settimana viene passata a sistemare la casa, dopo di che il marito di Franca trova sul giornale un’offerta di lavoro da imbianchino, per 25 sterline alla settimana, e intraprende questa nuova carriera, ri-inventandosi. Franca ha la fortuna di non dover lavorare e può dedicarsi interamente alla famiglia e a crescere i loro quattro figli.

Maria arriva durante i festeggiamenti per l’incoronazione della regina Elisabetta e trova una città in festa. Ricorda la sua sorpresa nel vedere la città tutta illuminata e piena di gente, “venivo dalla fattoria…ti puoi immaginare”, il marito le dice che la città è in festa per darle il benvenuto!
Il marito di Maria aveva trovato una casetta nel centro della città, “quando ho aperto la porta c’era il linoleum con tutti i fiori! Io quando ho visto ‘sti fiori e ho detto: che bello! Sono andata dentro e c’era una pentola sulla stufa cosi grande!
Con le braccia mi mostra le dimensioni del pentolone nel quale, quella mattina, il marito aveva messo a bollire una gallina.
Il marito di Maria aveva preparato non solo una casa piena di fiori, ma aveva organizzato una deliziosa cenetta per la sua famiglia.
Maria ha una valigia piena di ricordi e storie da raccontare e prende al volo questa occasione per dividere con me quei momenti lontani ma, ovviamente, ancora molto vivi nella sua mente e nel suo cuore. Ed è cosi che scopro che le avventure di Mario non sono ancora finite!
Questa volta il piccolo si perde in città, dove erano andati per partecipare ai festeggiamenti. Quando il figlio più grande arriva dicendo “Mamma ho perso Mario!” i pensieri più tragici le attraversano la mente: “E’ morto, me lo hanno portato via, lo hanno buttato in mare”.
Un nuovo mondo sconosciuto, senza parlare la lingua. Il marito di Maria la tranquillizza e prende in mano la situazione. Prima di tutto trovano qualcuno che parli inglese, dopo di che con questo signore come interprete, vanno dalla polizia.
Mi piace l’immagine della comunità italiana che si stringe attorno a questa famiglia nel bisogno, offrendo sostegno e aiuto pratico e in breve il bambino viene ritrovato e riportato a casa.
Maria lo sgrida e lui spiega innocentemente che aveva provato a dire ai poliziotti che “la mamma era là”, in italiano naturalmente! “Era un discolo” ammette Maria, “ma non era cattivo!”.

Dopo due settimane dal suo arrivo a Melbourne, Dolores si sposa. Ricorda: “Non avevo nessuno, solo i compari, paesani nostri, uno dello stesso paese e uno poco lontano. C’era una vecchia in fondo alla chiesa che piangeva, le facevo compassione che ero la sola. Non la conoscevo ma ancora adesso me la vedo davanti.”

La casa, un sogno che diventa realtà 

Tra il 1947 e il 1961 la popolazione italiana nel Victoria aumenta da 8.305 a 91.075.  L’arrivo in massa di questo nuovo gruppo di immigrati crea inizialmente un problema nel trovare alloggi e per molti l’unica soluzione è quella di affittare una camera presso famiglie di compaesani, già residenti a Melbourne. Il fenomeno delle “boarding houses”, ovvero case in cui è possibile affittare una camera, con i pasti inclusi, è tipico di quegli anni.

Non sempre è una scelta facile e Edelveis racconta il suo sconforto durante quel primo periodo passato presso una famiglia italiana, dove affittano una stanza con uso comune della cucina. Ma anche questo ostacolo viene sormontato con coraggio e intraprendenza e il marito spende i risparmi portati dall’Italia per comprare un pezzo di terreno e costruire una casetta. Dopo un anno Edelveis è finalmente indipendente, “mi sembrava di essere in paradiso” e può cominciare la sua nuova vita in Australia.

Anche per Isabella e la sua famiglia trovare una casa non è facile e sono obbligati a passare il primo periodo a Melbourne in una stanza al piano superiore di un negozio di abbigliamento. “Quando dovevamo scendere, dovevamo stare attenti che non ci fosse la cliente che indossava gli indumenti. Se la luce era accesa, non potevamo uscire”. 

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Angelina e Maria

Maria e suo marito, grazie ad un prestito, diventano proprietari di una casa già adibita a “boarding house”, “era tutto pronto, tutti i lettini nelle stanze…”, e cominciano ad ospitare i “bordanti”.
Maria, con i suoi tre bambini e un lavoro a tempo pieno, ha il suo bel da fare per prendersi cura di sei uomini, oltre al marito. Cucinare tre pasti al giorno, lavare, stirare. Nonostante tutto parla di quel periodo e dei ragazzi di cui si è presa cura con affetto e senza lamentarsi.
I primi quattro ospiti sono appena arrivati dal Queensland, dove avevano passato un periodo a lavorare nelle piantagioni di carta da zucchero. Sono tutti giovani italiani, tra i 18 e i 23 anni, tre di loro fratelli.
Questi ragazzi rimangono con Maria per sette anni, diventando quasi come figli.
Dei tre fratelli due sono morti, ma uno “mi viene ancora a trovare qua!” mi dice orgogliosa.
Tra i bordanti c’è anche un ragazzo inglese, arrivato a Melbourne dopo aver combattuto nella guerra del Vietnam e anche lui viene ancora a trovare Maria, “si è sposato con una maestra, ha cinque figli…” ma non ha mai imparato l’italiano!

Un lavoro per tutti 

Quello che traspare dai racconti di queste meravigliose signore è lo spirito di adattamento e la capacità di trasformare le avversità in opportunità. Questi uomini e donne arrivati alla ricerca di un futuro migliore, diventano gli artefici delle loro nuove vite, prendono in mano la situazione ed in breve tempo cominciano a lavorare.

Dopo aver costruito la loro casa, il marito di Edelveis comincia un’attività da imprenditore edile. La sua esperienza in Svizzera lo porta a costruire il primo chalet a Mount Hotham, una stazione sciistica agli albori, a qualche ora da Melbourne. Edelveis lo sostiene e lo aiuta tenendo la contabilità. Passa anche due settimane nelle montagne del Victoria, dove può constatare la differenza del paesaggio e il senso di isolamento della campagna australiana.
Questo progetto edile porta molto altro lavoro e la famiglia comincia una vita agiata.

Il marito di Isabella comincia a lavorare appena arrivato, in un forno del cugino, a fare panini per gli hamburgers. Lavora di notte, in questo modo può occuparsi della bambina e “mi faceva trovare il mangiare pronto” dice Isabella, ricordando il marito con affetto.
Isabella era sarta e, tramite un’amica, trova lavoro in una fabbrica di cappotti, a cottimo. Con la sua corporatura minuta, Isabella fatica un po’ a manovrare le enormi macchine da cucire elettriche, ma non tarda ad imparare e ben presto riesce a guadagnare 24 sterline alla settimana, completando 7 cappotti al giorno. Le parti del cappotto venivano cucite insieme senza imbastiture, “dovevo capire qual era la manica, qual era la tasca…” mi racconta.
Dopo 10 anni di lavoro in fabbrica, con un’amica del suo paese, decide di aprire il suo negozio per bambini e regali da sposa. Isabella aveva notato la mancanza di negozi di abbigliamento e coglie al volo l’occasione per unirsi all’amica in questa nuova impresa.
Dopo appena 10 mesi sono pronti a comprare casa, “piccola ma comoda”, vicino al Victoria Market, nel centro di Melbourne.
Dopo appena una settimana dal suo arrivo a Melbourne, un signore ferma Maria per strada e chiede “Do you want to work?”, lei fatica a capire ma una sua paesana giunge ad aiutarla e a spiegarle che il signore le sta offrendo un lavoro. Maria è sorpresa e in principio pensa di non accettare, ha i suoi tre figli, solo due dei quali frequentano la scuola. Ma l’amica la incoraggia e suggerisce di lasciare i bambini con sua madre.
Ancora una volta Maria si ritrova al centro della rete di sostegno italiana e quando le chiedo quanto doveva pagare per il servizio di bambinaia, mi guarda sorpresa e dice “Non ha voluto neanche un centesimo. Era una mia paesana!”. E questo è abbastanza.
Maria accetta dunque il suo primo lavoro in Australia e dall’indomani comincia a lavorare in una fabbrica di vestiti. Maria aveva sempre lavorato in campagna e non aveva mai usato una macchina da cucire, comincia il lavoro in fabbrica tagliando i pezzi di stoffa. Alla fine della settimana porta a casa la sua prima busta paga: 9 sterline, lo stesso stipendio di suo marito!

Oltre a dimostrare iniziativa nell’intraprendere lavori e attività mai svolte prima, c’è anche chi si impegna con progetti comunitari, creando gruppi e circoli che diventeranno i piloni portanti della comunità italiana a Melbourne.

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Dolores

Uno di questi pionieri è il marito di Dolores che, con due o tre amici, decide di formare un club per i compaesani. “Sai cosa facciamo, facciamo un club Veneto!” ed è così che nasce il Veneto Club, uno tra i più celebri e frequentati circoli di italiani a Melbourne. “Andavano da una casa all’altra per far soci…Venivano alle tre del mattino a casa mia…tutte le settimane li avevo là, mi alzavo dal letto in vestaglia a fargli il caffè…” racconta Dolores. Il mio interesse è evidente, pur non avendo mai frequentato il club, l’imponente edificio con la sua enorme gondola mi è molto famigliare e sono consapevole, come tutti d’altronde, dell’importanza di questa istituzione.
Mi e difficile immaginare gli albori del Veneto Club ed è con enorme piacere che ascolto Dolores: “Hanno cominciato a far feste e picnic, hanno fatto su un po’ di denaro, tutti lavoravano orgogliosi di quello che facevano.”. Ben presto anche Dolores entra a far parte del comitato organizzativo e continua per dieci anni: “Si facevano cene e pranzi a casa, si organizzava “Miss Veneto”, “Miss Italian Community”. Un anno abbiamo fatto 13.000 dollari e mio marito mi ha guardato stupito, “dove li hai trovati?”. Venivano a mangiare, cucinavamo una volta per ciascuna, tutte noi.”
Non avendo ancora una sede, questi eventi erano organizzati nelle case private ed erano aperti a tutti. “Era una soddisfazione! E adesso mia figlia è presidente da quattro anni. Andavo a lavorare al club, a pulire e ai meeting sempre con la bambina nel cestino, lei sapeva la strada con gli occhi chiusi!”. 
Al giorno d’oggi il club ha più di mille membri,  “i veneti sono tutti vecchi” e i membri sono ormai “di tutte le qualità”. Mi piacerebbe saperne di più, mi rendo conto che Dolores avrebbe ancora molte storie da raccontare, ma devo lasciarle per la prossima volta.

Una nuova lingua

La lingua costituisce naturalmente un grosso ostacolo, ma mentre per gli adulti è faticoso imparare, i bambini imparano l’inglese molto velocemente e presto diventano gli interpreti dei genitori.
Mentre oggi i nuovi arrivati hanno la possibilità di avere 500 ore di lezione di inglese, in quegli anni i figli degli immigrati cominciano la scuola senza nessun sostegno.

Per Isabella, arrivata nel 1949, quando ancora c’erano pochissimi italiani, è molto difficile. Deve affidare l’iscrizione all’asilo della sua bambina,  alla vicina di casa, che, pur essendo italiana, ha più dimestichezza con la lingua.
Era l’unica bambina italiana e “in due mesi la bambina mi faceva da interprete, la portavo con me al negozio.” Racconta di essere andata da Meyer, un grande magazzino a Melbourne, per comprare un cappello: “Tutti guardavano questa bambina di tre anni che parlava bene inglese e mi faceva da interprete. E’ stata un gioiello!” ricorda con affetto.

Il bambino più grande di Franca ha 9 anni, comincia la scuola cattolica della zona senza saper parlare una parola, ma impara presto e in tre mesi riesce già a cavarsela.

Edelveis abita per i primi tempi in una casa con una signora australiana, la sua bambina di due anni comincia subito ad imparare la nuova lingua parlando con lei.
I bambini vanno a scuola ma è difficile per i genitori comunicare con gli insegnanti. Edelveis vede tornare la sua bambina a casa una mattina, “mamma, non c’è la scuola perché è rotta” Erano le vacanze e l’insegnante aveva detto che c’era il “break up”. La piccola aveva tradotto alla lettera!

Per andare a fare la spesa “si puntava tutto con il dito, le cose non avevano un nome”, racconta Dolores. Mi racconta dell’aiuto che ha avuto dalla vicina di casa australiana, “Insegnava ai miei figli a fare spelling e stando insieme imparavo anch’io”.
I figli di Dolores hanno avuto una grande fortuna nel poter usufruire dell’aiuto della gentile vicina, in generale i bambini dovevano sbrigarsela da soli perché i genitori non erano in grado di aiutare con i compiti. “Hanno fatto tutto da loro”, dicono queste mamme con orgoglio!

Le cose cambiano velocemente e il governo australiano capisce presto l’importanza di offrire un supporto linguistico ai nuovi arrivati. Nel ’61 Angelina racconta dell’esistenza di una scuola serale di inglese per gli adulti alla quale parecchi, incluso suo marito, partecipavano dopo il lavoro.
Con i suoi problemi di salute, Angelina deve avere spesso a che fare con dottori e specialisti all’ospedale. In questo caso aveva a disposizione un’interprete iugoslavo che parla molto bene italiano, “Il dottore di famiglia era polacco, parlava qualche parola e così siamo andati avanti.”

E per finire…

Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata e ci sono ancora un paio di cose che mi piacerebbe sapere. Quando chiedo quali differenze e cose strane hanno trovato appena arrivate, le signore cominciano un’animata discussione e faccio fatica a stare dietro al loro chiacchiericcio.

Angelina ricorda che gli uomini australiani non indossavano le mutande e sotto i pantaloni si vedeva il “pentolino”!

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Isabella

Isabella non può confermare questo dettaglio e dice “Io avevo mio marito e non guardavo”. Ma a parte questo particolare, Isabella trova tutto completamente diverso, e con il suo occhio professionale, parte dall’abbigliamento: “I vestiti erano terribili, i pantaloni larghi così, le scarpe erano più grandi ancora”.
Si sono civilizzati grazie a noi” dice piena d’orgoglio Angelina.
Il discorso sulla presenza o meno delle mutande continua, ma io cerco di dirigere la conversazione su qualcosa di meno compromettente, il mangiare!

Isabella, arrivata qui nel 1949, racconta che c’era solo un negozio italiano, con prodotti a lunga conservazione, “andavamo sempre la”. La proprietaria era napoletana e il negozio era sempre affollato. Per il resto si comprava al mercato “Compravamo al mercato, la carne era sempre uguale.”

Il latte veniva portato a domicilio, la bottiglia era lasciata sulla porta di casa e i soldi sotto la bottiglia, “Una cosa stranissima, in Italia mai vista. Venendo qua abbiamo trovato di tutto”, spiega Angelina.

Anche il modo di fare la spesa è diverso. Infatti in Italia l’usanza era di andare in piazza, al negozio o mercato, tutti i giorni e comprare poca roba alla volta, mentre a Melbourne la spesa si fa una volta alla settimana e si riempiono i frigoriferi con le provviste.

Dai loro racconti è apparente l’enorme sostegno tra italiani, ma sono curiosa di sapere come erano i rapporti con il resto della popolazione.

Dolores mi ha già raccontato della sua esperienza con la vicina australiana e ora Maria ricorda i suoi primi vicini, questa volta cinesi.
Infatti passa la prima settimana a China Town, in pieno centro. “Mi ricordo che c’era un bambino uguale al mio, che aveva sette anni e diceva al mio “come with me”, facendo così con la manina e andava. Ma poi mi sono stancata, non c’era neanche uno che parlava italiano, tutti cinesi e australiani.”
Per questo decide di cercare una casa in un altro quartiere con presenza italiana maggiore e dopo poco si trasferiscono.

Infine chiedo cosa pensano, dopo tutti questi anni, della decisione di emigrare in Australia, confermano tutte di essere contente.
“E’ una terra che ci ha dato tanto, ho tirato su quattro figli, mio marito ha sempre lavorato” dice Franca.
“Ho lottato molto, ma comunque ero contenta. Non mi sono pentita nemmeno una volta” afferma Maria.

Solo Alfredo, che come al solito viene a farci visita di ritorno dalla sua passeggiata mattutina, parla del suo disagio. Arrivato a Melbourne nel ’55 impiega anni ad ambientarsi.
Racconta: “Trovavo tutto strano, la lingua, i modi. Ho subito trovato lavoro e mio fratello e sorella erano già qui. Ma quando sono arrivato qua ho visto queste case tutte attaccate e ho pensato: sono come le cappelle del cimitero.”
Gli avevano detto che l’Australia era come l’America e pensava di trovare palazzi e grattacieli, invece trova solo “casette tutte attaccate”!

Negli anni passati a Melbourne ho sempre trovato le caratteristiche casette a schiera, tipiche dell’epoca vittoriana, molto carine e caratteristiche. Ma ora che Alfredo fa notare questa similitudine devo ammettere che ha ragione e vedo la somiglianza con i cimiteri italiani!

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E per finire, eccomi con il gruppetto, e c’è anche Alfredo!

 

A distanza di anni i ricordi corrono veloci, tra risate e battibecchi scherzosi, mi è difficile riportarli tutti. Le storie di queste donne, di queste intrepide esploratrici, resteranno con me per sempre e voglio ringraziarle tutte pubblicamente per aver condiviso le loro vite con tanta generosità. Con questo articolo spero di avervi trasmesso un po’ della forza, del coraggio, della  positività e della determinazione di queste incredibili donne; e che le loro storie siano di ispirazione alle nuove, giovani espatriate.

 

Barbara Amalberti (Barbaraexpat)
Melbourne, Australia
Maggio 2015
Foto di Barbaraexpat