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Questo è uno dei primissimi articoli che abbiamo pubblicato su Expatclic. Lo manteniamo, oltre che per motivi sentimentali, perché pensiamo che la situazione descritta da Cristina sia ancora di grande attualità. 

Cristinaex, come tante donne che vivono in paesi dove non ci sono asili o scuole italiane, ha scelto di mandare Giulia, la sua bimba di 4 anni, a un asilo inglese. Ci racconta in modo divertente (e istruttivo!) una delle sue prime esperienze a scuola. 

 

Una delle più difficili esperienze della mia vita d’espatriata è accaduta alla prima avventura all’estero come mamma.
Dove non è presente una scuola italiana (cioè nella maggior parte dei paesi esteri), si mandano i figli alle scuole o agli asili internazionali, molti dei quali usano la lingua inglese.
Ecco che accade quello che tu, italiana sui trent’anni, che parlotti l’inglese ma a fatica capisci le chiacchiere delle signore madrelingue inglesi, ti ritrovi un pomeriggio con tua figlia (2-3 anni) che ti chiede di cantare con lei una canzoncina che hanno imparato a scuola.
E’ ovvio che tu, mamma, la canzoncina la sai già: non sei forse la mamma più bella, grande e brava del mondo?
Non ti perdi certo d’animo e, con maestria di genitrice, chiedi alla tua bambina, in qualità della cucciola più bella e brava della sua mamma, di insegnarti lei stessa la canzoncina in questione.
E’ in quel preciso momento che ti rendi conto con sgomento che conosci la melodia, ma non capisci nulla di quello che dice la tua piccola, la quale invece dimostra abilità eccezionali (ma non sono solo poche settimane che frequenta l’asilo?) e snocciola senza difficoltà parole inglesi storpiate. E’ il primo impatto con le nursery rhymes. Non c’è nulla da preoccuparsi: capita a tutte una volta nella vita. Quello che è davvero difficile è districarsi dalle difficili situazioni in cui ti può portare questa tua lacuna sulla cultura anglosassone infantile: feste di compleanno, girotondi allargati ai genitori (si canta tutti insieme) e feste scolastiche. A meno di tentare di insegnare il girotondo in italiano, cosa che funziona una volta e poi nessuno ti guarda più in faccia, l’unica possibilità è tentare di procurarsi il testo delle canzoncine: le melodie in fondo sono sempre le stesse e si possono ripescare nei meandri della memoria infantile. Talora le insegnanti sono disponibili a collaborare, soprattutto se nella loro classe hanno bambini provenienti da diversi paesi ed etnie, ma io non ho avuto questa fortuna. La soluzione è arrivata dal web: in internet si può cercare e trovare quasi tutto. Solo che …. quello che ho trovato io mi ha stupito e divertito e mi ha concesso una piccola soddisfazione nei confronti del mondo anglosassone.

Ecco il testo della canzone che mia figlia adorava, forse la più comune tra le nursery rhymes:

“Ring a ring o’ roses,
A pocket full of posies,
A-tishoo! A-tishoo!
We all fall down”

“un anello, un cerchio di rose,
un sacchetto pieno di mazzetti di fiori,
A-tishoo! A-tishoo! (il suono di uno starnuto)
Cadiamo tutti giù per terra”.

Secondo diversi siti web, si ritiene che questa canzone abbia avuto origine ai tempi della grande peste del 1665, la “Morte Nera” o anche “Peste bubbonica”, che ha decimato la popolazione europea. Quando si sospettava che una persona fosse ammalata, veniva rinchiusa nella propria casa, insieme a tutti i familiari e alla servitù per 40 giorni dopo che l’ultima vittima era deceduta. Una specie di “infermieri” giravano per queste case sigillate, portando cibo a coloro che potevano pagarlo.
I corpi dei deceduti venivano raccolti in giro con dei carri da monatti, che provvedevano a bruciarli fuori città: i cimiteri si erano riempiti in tempi brevissimi. Migliaia di londinesi hanno vissuto su barche in mezzo al Tamigi quando l’epidemia era al culmine e in tal modo alcuni si salvarono. La disperata situazione che si era creata ai tempi dell’epidemia, aveva inciso fortemente sulla vita dei bambini, che esorcizzavano il dolore e la morte inserendo questa canzone nei loro giochi: “Ring a ring o’ rose…”. L’anello di rose o il cerchio di rose si riferiva all’eruzione cutanea circolare rossa che si manifestava sulla pelle degli appestati; fiori e talora erbe aromatiche venivano portati appesi al collo in un sacchetto, nella convinzione che allontanassero la peste e nel tentativo di mascherare l’odore dei morti; “a-tishoo” era il suono degli starnuti che accompagnavano gli ultimi momenti dell’appestato (altre versioni della canzone riportano invece: “Ashes! Ashes!” cioè “Ceneri! Ceneri!”, le ceneri dei corpi bruciati); “Cadiamo tutti giù per terra”, cioè morti.

Confesso che la prima volta che ho letto questa interpretazione, ho sentito i brividi lungo la schiena: i bambini d’oggi giocano e ridono con una canzone inventata dai bambini di ieri, che è sopravvissuta alla terribile pestilenza ed è arrivata fino a noi. Una volta ottenuto il testo della canzone, ho potuto finalmente impararla a memoria e cantarla con mia figlia, da sola o nei contesti collegiali, ma ogni volta che ne pronunciavo le parole, nella mia mente si associavano immagini legate al contesto antico. Ho provato a parlare con diverse altre mamme di lingua inglese dell’origine macabra della nursery rhyme, ma nessuna ne era a conoscenza e ho generato stupore, se non addirittura incredulità.
Morale della favola: guarda un po’ cosa si può scoprire quando vai a cercare di capire cosa cantano a scuola i nostri figli.
Buon espatrio a tutte le mamme.
Cristinaex
Port Harcourt (Nigeria), settembre 2004