Home > Vita d'Expat > Lavoro > Riprendere una carriera, che fatica!

Claudiaexpat condivide la sua esperienza di moglie a seguito che ha ripreso a lavorare all’estero dopo essersi dedicata esclusivamente alla crescita dei figli. 

 

Scrivo questo articolo perché voglio raccontarvi la mia esperienza, con la speranza che possa essere di ispirazione a qualcuno, e perché penso di avere un paio di riflessioni sulla professionalità della donna in espatrio che val la pena condividere.

Come molte di voi sanno, ho frequentato una scuola per interpreti e traduttori a Milano, e ho esercitato questa professione per breve tempo, prima di incontrare mio marito e cambiare completamente direzione alla mia vita seguendolo nelle sue missioni umanitarie. In Africa le mie doti d’interprete non servivano a granché, e mi sono riciclata nell’umanitario, e con l’arrivo del primo figlio ho smesso di lavorare. Da allora la mia vita è diventata un mosaico di momenti incredibilmente svariati, tra i quali si inserivano di tanto in tanto sporadici lavori negli ambiti più diversi, sempre perlopiù legati alle lingue (traduzioni, aiuto linguistico in progetti, insegnamento delle lingue, etc.). Naturalmente c’è un abisso tra il mettere la propria carriera in primo piano e dedicarvi tutto il  tempo e le energie necessarie a costruirla, plasmando un cammino professionale senza interruzioni, e l’accumulare caoticamente momenti lavorativi slegati, incastrati tra una nascita e un trasloco, molto spesso sottopagati ed esercitati nei posti più disparati.

In espatrio gli anni passano ancora più velocemente. Si vive a un’intensità e a una velocità accelerate, spesso coscienti di dover porre tutte le energie nel tentativo di “fissare” dei pezzi di vita nei ricordi che si susseguono rapidissimi su un mappamondo pieno di eventi personali strettamente intrecciati ai vari spostamenti, alle politiche dei paesi in cui viviamo, alla temporaneità dei nostri quotidiani. Ci si ritrova con i figli cresciuti, il cane invecchiato, l’ennesimo trasloco, un po’ di saggezza in più, ma il portafoglio sempre vuoto. Quello delle donne, intendo. Ovviamente ogni coppia decide in maniera intima e personale come gestire le economie famigliari e ci sono donne a cui la dipendenza economica dal proprio partner pesa in maniera insopportabile, mentre per altre è un fatto naturale così com’è naturale che chi ha prospettive migliori di lavoro all’estero guidi il canale del mantenimento famigliare, e chi “segue” si incarichi di occuparsi di tutto il resto.

Ora, questo “tutto il resto” è un concetto estremamente vasto sul quale vale forse la pena soffermarsi per inquadrare meglio il discorso della professionalità in espatrio. Penso che sarebbe davvero opportuno smettere una volta per tutte di considerare la donna che segue il proprio partner e decide di non lavorare per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia come una fannullona, una privilegiata, o una professionista mancata. E’ sempre questa mentalità, e sono sicura che moltissime donne che leggono questo articolo sanno perfettamente di cosa parlo, che genera poi una situazione che analizzerò più avanti e che, con mio grande rammarico sembra sempre più comune nel mondo degli espatriati.

 

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Spezzo quindi ancora una volta una lancia a favore delle donne, mamme, professioniste, esseri umani expat: organizzare una casa, una routine – pratica e affettiva -, una vita sociale, un ritmo conveniente a tutti, e accompagnare l’ambientamento di tutti i membri della famiglia nel nuovo paese non è una cosa che si fa dall’oggi al domani, e nemmeno che si fa come bere un bicchier d’acqua. Sorvolerò sul fatto che le capacità professionali che si acquisiscono durante questo processo non vengono quasi mai riconosciute come tali, per spiegare che tutto quello che una donna fa per rendere la vita in espatrio il più appetibile e piacevole possibile implica ore e ore di tempo speso in una miriade di sfaccettature che spesso sono difficilmente tangibili ma che impegnano – fisicamente e mentalmente – tanto e quanto un lavoro professionalmente retribuito.

Dietro a un figlio ben inserito nel suo contesto scolastico e sociale c’è sicuramente una madre che ha tessuto rapporti con le madri dei compagni, con i professori, con il personale scolastico, che ha partecipato a riunioni delle associazioni più svariate per scoprire quante più cose possibili del paese d’accoglienza, che ha battuto luoghi dove poter portare il proprio figlio a fare attività extrascolastiche, che lo accompagna, in prima persona e con la sua auto, attraverso città con regole di guida spesso drasticamente diverse dalle proprie, e che lo riprende alla fine dell’attività, spezzando così un intero pomeriggio; c’è una madre che organizza feste, incontri, che si sforza di capire come fare per invitare più gente possibile, cosa offrire da mangiare, e che poi batte tutti i negozi che intravede o di cui viene a conoscenza per trovare quegli oggettini particolari che inseriti in un gioco (che magari si è inventata lei) faranno il successo sicuro della festa; c’è una madre che comunica in lingue straniere con il più grande numero di persone locali ed espatriate per stimolare  sufficiente fiducia in modo che i genitori lascino che i loro figli si rechino nella sua casa, condividano momenti belli con i suoi figli, magari restino a dormire, routine che in Italia si forma dalla prima elementare e si dà per scontata col passare del tempo, ma che in espatrio va riaffrontata ogni volta su una base tutta da ricostruire.

 

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Dietro a un uomo felicemente realizzato nella sua professione c’è sicuramente una moglie/compagna che non dice mai no all’organizzazione di cene ed altri eventi a casa sua, che corre anche all’ultimo a comprare in dieci diversi supermercati quanto ha bisogno per gli invitati dell’ultima ora, e che si ricorda sempre i nomi dei colleghi del marito, dei loro consorti, dei loro figli, e ne segue gli eventi; c’è una moglie/compagna che non può mai allontanarsi dal quotidiano perché il partner ha sempre la valigia in mano, e si ritrova con incredibile frequenza a gestire da sola i figli, la casa, la routine – magari complicata e sicuramente sconosciuta all’inizio –, le emergenze che capitano SEMPRE quando il marito è in viaggio.

Dietro a una vita in espatrio in cui tutti i membri della famiglia sono felici e realizzati c’è una donna che sa come valorizzare anche i momenti più difficili e irti, che sa cosa fare per mantenere i contatti anche a distanza, per sé, per i figli, e per gli amici di famiglia, che è sempre pronta a trovare le soluzioni più elaborate per i problemi di amici oltreoceano, che sa come ricreare un ambiente caldo e sicuro nelle situazioni più rocambolesche, che affronta il nuovo e lo sconosciuto con piglio positivo e riesce sempre a renderlo attraente. Senza contare che questa donna diventa esperta in un sacco di aree che vanno dalla logistica, ai trasporti, alla burocrazia di visti, passaporti, certificati, acquisisce nozioni mediche, veterinarie, culinarie e amministrative delle più svariate e impara incredibili trucchi per affrontare i bagagli, il jet lag, gli ospiti indesiderati, gli incidenti di percorso e l’etichetta e i costumi di una miriade di paesi.
claudia carriera7Tutto questo è quanto sta sotto la superficie. Qual è la punta dell’iceberg, quella parte visibile e tangibile sulla base della quale veniamo giudicate ed etichettate con incredibile nonchalance? La punta dell’iceberg mostra una donna che al mattino se ne resta in casa sua in pace e può bere il caffè leggendo il giornale, che trova il tempo per far ginnastica (sanissima abitudine sempre elogiata, tranne quando a coltivarla è una “donna che non lavora e ha il tempo per andare in palestra”), e per trovarsi con le amiche a far quattro chiacchiere fuori dalle restrizioni di un orario di ufficio. E non vi sembra che, visto che nella migliore delle ipotesi a queste donne non viene in tasca un soldo per tutti i loro anni d’espatrio, quantomeno abbiano diritto a queste piccole soddisfazioni???

Mi sono soffermata con dovizia di particolari sul cliché della donna espatriata perché ho notato con raccapriccio che è proprio questo alla base dell’errata convinzione che la donna espatriata non voglia lavorare, e che questo supposto rifiuto permanga anche quando i figli sono cresciuti e lei ha più tempo libero tra le mani. La cosa più stupefacente è che spesso sono gli stessi mariti, che dovrebbero conoscere molto bene gli sforzi delle loro compagne nell’assicurare un espatrio sereno a tutta la famiglia, a spingere la compagna ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, pur di rimettersi in pista professionalmente.

Voglio tra l’altro mettere per inciso che mentre molte donne espatriate scelgono con baldanza di non lavorare, senza che questo comprometta la loro autostima e realizzazione personale, altre soffrono per la mancanza di una collocazione professionale, e in molti casi cercano di trovare delle occupazioni remunerate nei vari paesi in cui si recano, senza riuscirci. Ci sono dunque tante ragioni alla base delle diverse situazioni che portano o non portano le donne espatriate a lavorare, e tante soluzioni da adottare, molte delle quali abbiamo analizzato nei vari articoli che accompagnano questo aggiornamento sulla carriera in espatrio.

Quello che mi preme far presente è che accompagnare una famiglia in espatrio non è una passeggiata, e richiede la presenza di una persona in prima linea, se si vuole assicurare l’equilibrio famigliare e personale dei vari componenti della famiglia. Ci sono donne che piuttosto che incastrare lavori brevi, mal pagati e distanti dalla loro formazione originaria, preferiscono rinunciare del tutto (naturalmente sto parlando di una situazione nella quale uno stipendio in famiglia è sufficiente) al lavoro e dedicarsi ad altre attività comunque appaganti.

claudia carriera9Prendiamo comunque il caso di quelle donne che, come me, hanno parcheggiato l’idea di una carriera o una realizzazione professionale, e che si ritrovano, vari anni più tardi, a volersi reinserire nel mercato del lavoro. Naturalmente mi riferisco a donne che comunque continuano a girare per il mondo e cambiare paese a scadenze regolari, ma magari con figli grandi, che hanno lasciato il nido famigliare, oppure che non richiedono più una quantità di tempo tale da non permettere l’organizzazione di un’attività lavorativa.

Vi racconto la mia esperienza per trarre poi insieme a voi delle conclusioni generali e capire che tipo di consigli è sensato dare in questo caso.

Quando sono arrivata in Perù, i miei figli avevano rispettivamente 12 e 7 anni – ancora piccoli e bisognosi di essere accompagnati da vicino nelle fasi di ambientamento e nel quotidiano, ma sufficientemente grandi per non dover richiedere la mia attenzione e presenza costante. Il Perù inoltre è un paese molto facile per le mamme: aiuto abbondante e di qualità, attività, propensione alla socialità (di piccoli e adulti) e al ritrovarsi. Io gestivo all’epoca una rete di donne che promuoveva il contatto con le culture femminili africane, un progetto che avevo concretizzato dal Congo, e che mi aveva seguita in America Centrale ma che, sotto il peso della lontananza geografica dal continente per il quale era nata, cominciava a perdere di verve. Inoltre ero nella fase in cui si comincia a tirar le somme, e mi rendevo conto di aver accumulato una preziosissima varietà di esperienze anche spendibili a livello professionale, ma di essere “fuori dal giro” da ormai troppo tempo sia per reinserirmi in maniera fluida, che per comprendere da dove cominciare a far breccia. Expatclic era nell’aria anche se non l’avevo ancora concretizzato (all’epoca di questa “revisione” non avevo ancora incontrato Marie), e sapevo che quello che mi piaceva fare era aiutare le persone nel campo a me più famigliare – l’espatrio -, favorire il benessere e un senso di positività nell’incontro culturale, usare le nuove tecnologie, e comunicare con tutti i mezzi e in tutte le lingue possibili con il più svariato panorama umano. Da lì la decisione di accoppiare la mia esperienza pratica a uno studio teorico.

 

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Purtroppo non sempre nei vari paesi nei quali si soggiorna esistono dei corsi come li vorremmo noi, e per il mio primo corso di comunicazione cross-culturale ho dovuto spendere un sacco di soldi perché sono andata a farlo ad Amsterdam. Successivamente ho trovato un corso a distanza (con l’Università di Firenze)  sui temi che interessavano a me (interculturalità), ed è stato proprio questo corso a dotarmi degli strumenti per proseguire gli studi in maniera autonoma. Tutto si è accavallato e intrecciato in maniera incredibilmente creativa, che mi dava un’energia vibrante e mi faceva capire che avevo trovato la strada sulla quale ricostruirmi una figura professionale: Expatclic, lanciato come una scommessa ma che si è rivelato ben presto una carta vincente; il corso con l’Università di Firenze, alla fine del quale mi è stato offerto il posto di tutor per l’anno successivo; e il mio incontro sempre più concreto con gli espatriati a Lima, per i quali mi adoperavo con abnegazione e con un ritorno di riconoscenza che mi convinceva sempre di più delle mie capacità di comprendere in maniera abbastanza chiara quali sono le esigenze delle persone che via via ho davanti. Tutto questo mi ha dato il coraggio di lanciarmi nell’organizzazione dei miei propri seminari, mentre in contemporanea venivo contattata da un’agenzia di relocation negli Stati Uniti che aveva bisogno di una collaboratrice per sessioni individuali di formazione agli espatriati in arrivo in Perù. Mentre quindi mi affacciavo nuovamente (dopo anni!!!) e timidamente nel mondo “vero” del lavoro, con una richiesta concreta e una retribuzione, dentro di me nascevano come funghi nuove idee, nuovi sentimenti e propositi tutti incentrati sul mondo dell’espatrio – alcuni messi in pratica attraverso Expatclic, altri tutt’ora in fase di elaborazione.

Però ecco che, come accaduto fino ad allora, l’orologio professionale di mio marito ha detto stop, e abbiamo dovuto impacchettare di nuovo la nostra vita, questa volta per destinazione ignota. Ed è inutile che vi spieghi i miei sentimenti quando dagli Stati Uniti continuavano a chiamarmi per lavorare….a Lima!

I mesi a Milano sono stati realmente difficoltosi e mi hanno impedito di concentrarmi serenamente su un modo per mettere a frutto l’esperienza professionale acquisita negli ultimi anni in Perù, e a questi è seguito il trasferimento a Gerusalemme. Nuovo paese (molto complesso!), nuova installazione, tutto da capo, insomma.

bcr claudia presenta mostraNaturalmente i tempi sono duri per tutti, e adesso abbiamo anche un figlio che frequenta i suoi studi all’estero e va dunque mantenuto al di fuori della famiglia. Tutto questo pesa sul bilancio famigliare e io, come moltissime di voi, ne sono certa, mi sono chiesta più volte se non mi converrebbe mettere una croce sopra a tutto quanto costruito finora e uscire con la bandiera bianca a trovare un lavoro fisso (quantomeno per il periodo che trascorrerò qui) che mi dia un’entrata sicura sulla quale contare e con la quale contribuire all’economia famigliare. Ma dentro di me sento che si tratterebbe forse del più grande spreco della mia vita, e che equivarrebbe anche a rinunciare ai miei sogni. E cos’è la vita senza sogni? Preferisco continuare a costruire come una formichina sulle basi che ho gettato anni fa, con la speranza di poter arrivare a crearmi una figura professionale (che del resto ho già) riconosciuta e spendibile con velocità in qualsiasi contesto mi troverò a vivere. Mi rendo conto di cominciare a capire in maniera abbastanza chiara come girano le cose nell’ambito dell’espatrio a livello professionale, e questo mi aiuta a sentirmi più sicura di me.

Rimettersi in circolo dal punto di vista lavorativo dopo anni di assenza è comunque un’impresa non indifferente. Si ha bisogno di molto tempo, molta pazienza, tantissima fiducia in se stesse, coraggio per lanciarsi, perseveranza, e un margine ragionevole di tempo in un paese per poter passare attraverso le tappe obbligate dell’arrivo, ambientamento, presa di contatto e creazione di una rete sociale.  Ci sono alcune cose che, da quanto ho imparato personalmente e ho visto in donne con esperienze analoghe, non vanno sottovalutate. Una di queste, secondo me, è che bisogna investire una buona fetta di tempo, e magari anche di risorse economiche (ad esempio per pagarsi un buon corso di studi) per prepararsi adeguatamente a quanto si vuole fare. Nel mio caso ho fatto entrambe le cose: mi sono pagata dei corsi che sapevo mi avrebbero preparata esattamente in quello che volevo io. Così è stato, e aver messo le basi teoriche alla figura professionale che volevo assumere è stato il primo passo per cominciare a guardarmi seriamente intorno. La preparazione, inoltre, si compone di vari momenti, che non sono necessariamente spesi sui libri: include anche la riflessione, la navigazione in Internet, il confronto e l’ascolto con persone che agiscono nella nostra stessa sfera professionale, l’organizzazione razionale di materiali utili alla nostra carriera, e la partecipazione a tutte quelle iniziative (convegni, seminari, conferenze, etc.) che possono arricchire la nostra figura professionale.  Può sembrare a volte che il tempo investito in queste attività sia troppo rispetto al risultato che vediamo, ma non è così: viviamo in un mondo in cui tutto si crea, consuma e dimentica in maniera rapidissima, dove nuove tendenze e metodologie vengono introdotte in continuazione, ed è necessario stare al passo coi tempi, soprattutto quando si è fuori allenamento e si è trascorso molto tempo al di fuori del mondo professionale.

claudia carriera10Organizzarsi una carriera dopo una lunga pausa vuol dire anche trovare i contatti giusti. Qualsiasi sia la cosa che vogliate intraprendere, avrete molto probabilmente bisogno di passare attraverso qualcuno – per vendere il vostro prodotto o servizio, per entrare in un’organizzazione, per fondare e mettere in marcia un’attività. Quello che succede molto spesso è che alla resa dei conti affiora in noi il risultato di anni di lavoro e attività che non hanno avuto riconoscimenti pecuniari. Io sono sicura di essere una bravissima mammaexpat e di saper organizzare un trasloco alla velocità di un fulmine, ma nessuno mi ha mai pagata per questo, e dopo anni faccio fatica a mettermi nell’ottica di farmi pagare per qualcosa che offro. Bisogna assolutamente spezzare questo circolo e convincersi del fatto che non è solo la presenza attiva nel mondo del lavoro a rendere brava una professionista, ma anche, come si diceva più sopra, tante cose che si imparano in maniera informale nel corso dell’espatrio e che si possono mettere a frutto nei modi più svariati.

In questo senso può essere di grande aiuto lanciarsi nel mondo del lavoro in compagnia. Ad esempio montando un’attività con un’amica, o trovando una persona che fa o vuole fare le nostre stesse cose, magari anche in un altro paese, e confrontandosi, parlando con lei/lui su tutti gli aspetti del nuovo lavoro. Alcune fanno un bilancio di competenze o si rivolgono a un coach, cosa che io non ho mai fatto né mai farò, ma che in molti casi può tornare utile.

Soprattutto non perdete la fiducia e non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà nell’ingranare: ci sono persone che non hanno mai smesso di lavorare e che, se per disgrazia perdono il lavoro, fanno una fatica tremenda a ritrovarlo, quindi non c’è da stupirsi se le cose hanno un inizio un po’ lento e faticoso. Non dovete perdere la fiducia anche perché è la vostra determinazione in quello che fate che convincerà gli altri del  fatto che siete delle brave professioniste.

Naturalmente sto parlando a livello molto generale e con un taglio più rivolto alle figure professionali che si avvicinano alla mia – consulenti, quindi. Nel caso di attività commerciali o progetti di vario tipo, bisognerà seguire l’iter del business plan, e in questo caso sì potrà tornar utile rivolgersi a degli esperti di mercato.

E’ poi sempre avvilente quando nel momento in cui ci si è inserite nel proprio ambito e si comincia a farsi un nome nel proprio d’accoglienza, bisogna rimpacchettare tutto e cominciare da un’altra parte. Sono convinta però del fatto che più cambiamenti si affrontano, e più facile diventa riprendere una routine professionale anche in un contesto nuovo. Se riuscite a rompere il ghiaccio e a cominciare a lavorare un pochino, arriverete alla vostra nuova destinazione con un carico di chiarezza su quelle che sono esattamente le vostre capacità e i vostri obiettivi.

 

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Se riuscite a tener presente questo, potete dedicarvi all’esplorazione dell’ambiente, incluso tentare di capire se la vostra figura professionale o la vostra attività si può esportare tale e quale era nel paese precedente, o se ha bisogno invece di essere rivista in qualche suo aspetto per adattarsi al nuovo contesto.

Termino esortandovi a non dimenticare la rete di donne di Expatclic: non siamo coach, ma abbiamo – tra le donne dell’equipe e le più fedeli partecipanti – accumulato tantissima esperienza “sul campo”, e siamo felici di condividerla per aiutarvi a progredire nei vostri progetti. I nostri articoli sono importanti fonti di consigli pratici e di ispirazione, che è proprio quello che a volte si ha bisogno quando si intraprende un’impresa che ci sembra essere molto più grande di noi.

Claudiaexpat
Gerusalemme
Giugno 2010