Home > Famiglia e Bambini > Adolescenti > Sono quello che sono: la riflessione di un ragazzo expat sull’identità
tck identity

Bram ha solo 16 anni, ed è per questo che quando ho letto quello che ha scritto sulla sua identità, sono rimasta molto colpita dalla sua chiarezza mentale e dal suo stile semplice e immediato nella complessa questione dell’identità per un TCK (Bambino di Terza Cultura). Il modo in cui s’immerge nell’intricato tessuto di lingue, culture, luoghi e relazioni è sorprendente, e consiglio caldamente questo articolo a tutti, indipendentemente dall’età.

 

Cristinaexpat

 

Sono un uomo francese senza accento,

Sono un ragazzo olandese vecchio stampo e inespressivo

Sono un uomo inglese che parla in australiano e americano,

Sono una persona che non ha una lingua intera a disposizione,

Ma molte parti separate e sempre in crescita, sono quello che sono

 

Se il sangue dei miei antenati olandesi è puro nelle mie vene, vuol dire che sono olandese? O il fatto di essere cresciuto come bambino di terza cultura ha creato delle rotture insanabili nella lingua e nella comprensione del mio idioma materno? Il desiderio di vedere finalmente la squadra di calcio olandese vincere la Coppa del Mondo, copre queste rotture? O lo fa la conoscenza forzata della lingua olandese? Come posso essere un ragazzo olandese, quando ho passato tre quarti della mia vita lontano dall’Olanda, tornando a questo paese solo in vacanza?

Quando il linguaggio degli adolescenti sembra una lingua straniera in confronto al mio modo antiquato di parlare olandese, come può l’olandese essere la mia lingua madre?

Le espressioni e la grammatica erano la rovina della mia esistenza durante quelle lezioni di olandese dopo la scuola, settimana dopo settimana, quando i maestri tentavano di insegnarmi la mia lingua madre. E per quanto provassero, non potevano insegnare le infinite espressioni e i colloquialismi a un ragazzo olandese che era partito quando aveva quattro anni. Questa parte essenziale della lingua mi è straniera. Quando il linguaggio degli adolescenti sembra una lingua straniera in confronto al mio modo antiquato di parlare olandese, come può l’olandese essere la mia lingua madre?

Questa lingua scritta senza accenti grammaticali sulle parole è come una scrittura senz’anima. Come scrivere sbagliato.

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Photo ©Cristina Baldan

Il francese, la lingua dell’amore, o, nel mio caso, la lingua della mia gioventù. Crescendo a Parigi da quando avevo quattro anni, è diventata una parte essenziale di quello che sono. Mentre il sangue olandese scorre orgoglioso nelle mie vene, a volte mi chiedo se viene arricchito o svilito dal mio amore per la lingua francese. Se il mondo non avesse confini e passaporti, verso cosa si dirigerebbe il nostro nazionalismo? Verso il posto che chiamiamo casa?

Ma anche se mi fa male, non posso dire di essere francese. Mi mancano alcune parti cruciali della lingua…

Questa è in effetti la domanda più difficile per un bambino di terza cultura: “dov’è casa?”. Per me la casa dovrebbe essere dove c’è la famiglia. Ma in tutta onestà, devo forzarmi a dirlo. Casa per me è all’interno della città più fiera sulla terra. In un mondo senza confini, dovrei confermare il mio amore eterno per la città dell’amore. Sono parigino nel cuore e nell’anima. Ma anche se mi fa male, non posso dire di essere francese. Mi mancano alcune parti cruciali della lingua…

Mentre mi tornano in mente le infinite ore a fissare la lavagna, sulla quale troneggiavano le lezioni di grammatica e di accento, ricordo solo la frustrazione e la confusione che sentivo per la lingua che oggi amo così tanto. Scrivere questa lingua senza accenti grammaticali sulle parole, è come privarla dell’anima. Come scrivere sbagliato. Eppure è questo che faccio. Posso conservare il mio orgoglio per questa lingua se vengo scambiato per un nativo? Il fatto che parlo senza accento, che leggo e capisco senza esitazione, ma anche che scrivo senza accenti, è diventato un tutt’uno con la mia personale versione della lingua più bella che mi è tanto cara? Sono un uomo francese senz’accento.

Parlando della mia identità linguistica, arriviamo alla lingua più importante di tutte. Il bell’inglese che cambia costantemente. Questa lingua ha dominato senza rivali nei miei pensieri, nel regno che chiamo la mia mente.

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Photo ©Cristina Baldan

Dai 5 anni in su, i miei sogni sono nella lingua che parlo più spesso. La lingua degli amici, della scuola, dello studio. La lingua che ho imparato lontano dalla sua cultura e dalle sue origini, dalle bocche dei miei volonterosi insegnanti d’inglese.

Mentre i miei amici in tutto il mondo parlavano una moltitudine d’inglesi, il mio accento cambiava costantemente insieme a loro quando mi sforzavo di diventare il più grande copione, di imparare la lingua più preziosa. Parole come “distrutto, brillante, schifo” sono diventate le mie parole preferite, mentre tentavo di mostrare il mio nuovo talento per la lingua inglese.

 

La lingua che parlavo meglio tra tutte veniva nuovamente obbligata a mutare.

Nell’estate del 2012 la mia zona di conforto è stata distrutta, quando ci siamo spostati in terra australiana. Parole e frasi come “no worries, she’ll be right, g’day mate and pom” cominciarono a rimpiazzare le parole che tentavo con tanto sforzo di imparare. La lingua australiana diventava un parassita per la purezza del mio inglese, o dovevo riconoscerla come un’aggiunta a quanto avevo imparato prima?

Dicembre 2014, la mia fragile zona di conforto deve di nuovo adattarsi, questa volta agli Stati Uniti. Dove il mio accento australiano e inglese viene preso in giro e cestinato appena possibile. La lingua che parlavo meglio tra tutte veniva nuovamente obbligata a mutare. “Awesome”, ad esempio, la parola più usata dai miei compagni di classe, è diventata parte del mio vocabolario costantemente in cambiamento. Mentre il mio io interno tornava al mio io di 5 anni, tentavo disperatamente di copiare questa nuova versione della lingua che usavo così tanto per mischiarmi nel gruppo. La mia lingua più fluida e profonda, comunque, non si può considerare la mia lingua madre. Nelle mie vene non corre né sangue inglese, né sangue francese. Mentre il mio sangue olandese grida per venir notato, capisco che la mia più grande preoccupazione per questa lingua considerata lingua madre: ho paura di fallire.

Come posso dire che l’olandese è la mia lingua madre, quando non è nemmeno la mia lingua più forte?

Questa paura di fallire si esprime in una vocina nella mia testa che grida perché io sia accettato come persona olandese. L’essere cresciuto lontano dall’Olanda è stato il muro dietro al quale potevo proteggermi dagli sguardi “riprovevoli” della mia famiglia olandese, dei miei amici olandesi? Perché ancora mormoro le parole “matematica, fisica e storia” invece di “wiskunde, natuurkunde en geschiedenis” quando parlo di scuola? Devo sempre ricorrere all’inglese che mi viene naturale? Come posso dire che l’olandese è la mia lingua madre, quando non è nemmeno la mia lingua più forte?

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Photo ©Cristina Baldan

Il luglio del 2016 è stato un punto di svolta cruciale. Siamo tornati al paese dove ho trascorso innumerevoli vacanze in famiglia. E adesso, quando ripenso ai miei nonni, vedo solo sorrisi di comprensione per i miei sforzi, e nessuno scherno o frustrazione nelle mie mancanze nella mia lingua madre.

Quando un bimbo di tre anni capisce il mio olandese e non sembra notare la differenza tra me e i miei amici olandesi, o quando i camerieri nei ristoranti non notano che non sono cresciuto in questo paese, un nuovo senso di orgoglio scorre nel sangue olandese delle mie vene. Tornando al mio paese d’origine, comincio a notare che quei 12 anni di lezioni private di olandese mi stanno finalmente ripagando.

Quest’orgoglio e la gioia che mi pervadono, e che non ho mai provato con altre lingue, provano che sono davvero un olandese, con l’anima di un parigino, i pensieri dominati dall’inglese. Sempre in crescita e con la voglia che questa persona chiamata Bram Burger venga capita.

Sono quello che sono.

 

Bram Burger
Olanda
Novembre 2016

Articolo tradotto dall’inglese da Claudiaexpat