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Alessandra (alessandra.s sui forum) si era trasferita al Cairo da pochi mesi, quando sono scoppiati i tumulti di cui tutti siamo al corrente. In questo interessantissimo articolo ci racconta come ha vissuto quei terribili giorni, l’evacuazione in Italia, e il rientro nel suo paese d’accoglienza. Grazie Alessandra! 

Sono arrivata al Cairo alla fine di giugno 2010, quindi i tumulti sono iniziati dopo sette mesi dal mio “battesimo” egiziano.  Sento che l’ambientamento in realtà non è mai iniziato,  a causa di un’interazione veramente difficile con i locali ed un altrettanto difficile incontrarsi con la comunità internazionale o italiana, dovuto a distanze assurde da percorrere in taxi.   Posso anche dire che sette mesi mi sono volati tra sistemare casa, preparare le bimbe per la nuova scuola, imparare a muovermi e … tutte quelle cose che noi donne gitane ben conosciamo!

cairo tumultiI primi sentori del fatto che le cose stavano cambiando li abbiamo avuti grazie alla BBC,  CNN e soprattutto  Al Jazeera  (santissima Al Jazeera),  che hanno seguito passo dopo passo la rivolta in Tahrir Square, anche se erano concentrate  solo su quella zona in quanto i loro inviati avevano poche possibilità di muoversi perché nel mirino della polizia.   Quando l’hotel dove lavorava mio marito è stato assaltato da gangs di delinquenti, abbiamo capito che le cose stavano veramente precipitando. Tantissimi sono stati i feriti e parecchi morti.

E’ cominciato così il nostro “nuovo” quotidiano che  in quei giorni era di “guardarsi alle spalle”, calcolando gli spostamenti, e con l’angoscia dell’arrivo della notte.   Le notti con i delinquenti armati nelle strade, le ronde dei cittadini a proteggere le case, le strade chiuse con tronchi, falò.   In Italia non arrivava la notizia che la polizia aveva aperto le porte a 25.000 carcerati, armandoli perché creassero panico e confusione,  in modo da incolpare i manifestanti di Tahrir del caos.   Sappiamo per certo che i carcerati che si opponevano venivano uccisi.

Per fortuna le bambine non hanno dato segni di disagio particolare di fronte alla situazione. Grazie alla nostra vita gitana stanno crescendo con uno spirito di adattamento e un’apertura mentale incredibile. Abbiamo sempre spiegato loro cosa accadeva con toni calmi, sicuri, e dando loro la sicurezza che comunque eravamo tutti insieme.  Abbiamo anche spiegato quanto ha sofferto questa gente, e quante ingiustizie ha subito… e che questa poteva essere la loro grande occasione per una vita dignitosa. Non nascondiamo nulla a loro, conoscono i lussi dei grandi alberghi ma vedono anche la miseria – e da queste parti non va neanche tanto cercata. La paura più grande è stata quando ci siamo trasferiti in albergo, con i carri armati agli ingressi, e abbiamo vissuto un attacco. I clienti chiusi nelle camere, noi al terzo piano in una camera con vetrata. Ci siamo nascoste tra i due letti per essere più sicure, ho sbirciato e mi è bastato vedere i soldati mirare e sparare… Ma le  bimbe erano tranquille, non si sono neanche rese conto.

Noi abitiamo al settimo piano di una palazzina in un’area “borghese” vicino al posto di lavoro di mio marito. Gli inquilini sono tutti egiziani, veramente belle persone. Ci scambiavamo le notizie, ci rassicuravamo. Quando abbiamo deciso di rientrare in Italia, o meglio quando la compagnia ci ha invitato ad andare via appena possibile, erano tutti dispiaciuti. Il guardiano della casa aveva le lacrime agli occhi, il nostro vicino di casa ci ha accompagnato in aeroporto.  Due giorni prima aveva fatto benzina: un’ora e mezza di coda per 20 litri !!!!  Abbiamo percepito in molti di loro come un senso di vergogna per le cose che stavano accadendo.

Il periodo in Italia l’abbiamo preso come una vacanza inaspettata, con l’occhio puntato sulle news, e incominciando a cercare un’alternativa di lavoro …. Just in case!! Familiari e vicini hanno compreso, tanti altri vivono nel loro mondo e non riescono e non vogliono sapere, capire quello che succede al di là “del loro giardinetto”. Farò un esempio sciocco.  Mi sono trovata, mio malgrado, in una conversazione “al femminile” (per dirla tutta dal parrucchiere) su come i bambini siano diventati incontentabili, sul fatto che vogliono, pretendono le firme, le tecnologie costose, che non basta mai, etc… Tirata nella conversazione mi sono permessa di dire che basterebbe abituarli diversamente, ho accennato ai giochi creativi, al teatro, allo sport ….. per risposta mi sono sentita dire: “Ma lei non si rende conto che poi vedono i loro amici, e poi  si sentono emarginati?” (oddio!!!), e mi gioco la carta vincente quando mi chiedono  “ma lei, signora, dove vive????”, e io rispondo al momento al Cairo! Perfetto … conversazione terminata, o meglio, passiamo a parlare d’altro.

cairo tumulti2Le nostre famiglie erano e sono preoccupate, ma il nostro obiettivo era di rientrare in Egitto per far almeno terminare l’anno scolastico alle bimbe. E poi comunque abbiamo scelto noi, espatriati, questo tipo di vita, con i tutti i pro e contro, e loro lo sanno. Eravamo a  Mauritius nel 2004 con lo Tsunami nell’Oceano Indiano, a Pasqua 2005 allarme Tsunami e l’epidemia Chicungugna. Non abbiamo avuto problemi ma l’ansia e  la paura sì. Ma abbiamo anche vissuto in un paradiso terrestre.

Al rientro eravamo tutti e quattro contenti. Ci sembrava di tornare a casa, ed è stato bello vedere le bandiere da tutte le parti. Siamo rientrati con ottimismo. Il Cairo è come prima, caotica e inquinata. C’è sicuramente molto nervosismo e la gente vorrebbe tutto e subito, cavalcando l’onda lunga della libertà acquisita. Durante la notte abbiamo ancora il  coprifuoco, oramai “all’acqua di rose” e solo negli ultimi tre giorni non sentiamo più il rumore delle armi da fuoco.  Riadattando una famosa massima del nostro Cavour,  di recente tornato in voga!, “l’Egitto è fatto, adesso facciamo gli egiziani”. Se il processo di democratizzazione andrà avanti, è chiaro che verranno dettate regole che gli egiziani metabolizzeranno con difficoltà, abituati come sono ad un sistema di mazzette e mazzettine per ottenere tutto, anche se sono quasi sicura che questo non finirà mai. L’Egitto è un paese con un potenziale impressionante, non va abbandonato. La popolazione è sempre stata lasciata nell’ignoranza per poter essere governata facilmente (come spesso succede) quindi gli stranieri sono benvenuti per uscire da un’empasse che dura da decenni. Essendo stranieri, non credo sia il caso di auto coinvolgersi in queste situazioni.   Se succede meglio essere pronti.  Ora noi lo siamo!!

Negli ultimi giorni prima della partenza per l’Italia, ci siamo trovati senza telefono fisso, niente cellulare, niente internet, poi quando abbiamo riavuto la linea non si riuscivano a trovare le ricariche,  non potevamo prelevare soldi al bancomat perché fuori servizio, le banche erano chiuse,  poco cibo nei negozi, impossibilità di acquistare un biglietto aereo. In aeroporto non si poteva accedere se non con un fax con una prenotazione. Noi ne siamo usciti facendoci fare la prenotazione del volo da mia cognata con relativo invio di fax.  Non è stata una passeggiata (per trovare la linea, etc.).  Al ritiro bagaglio a Roma non avevamo neanche un euro per il carrello.  Ci è stato dato da un egiziano che era sul volo con noi.

Ecco comunque i miei consigli per espatriati che vivono in un un “paese a rischio”

– tenere dei soldi a casa per emergenza , ricariche telefoni, cibo di scorta.

– essere veloci e flessibili per far fronte a qualsiasi evenienza.

– contare poco sull’ambasciata, spesso non sono in grado di dare l’assistenza adeguata.    Ci chiedevamo: ma uno che non ha un parente, come nel nostro caso, con possibilità di provvedere ai biglietti aerei, etc., come lo lasciava questo paese?????

 

Alessandra
Cairo, Egitto
Marzo 2011