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Claudiaexpat ci racconta la sua visita a Mea Shearim, un quartiere di Gerusalemme dove vive una grande comunità di ebrei ultraortodossi.

 

Nel mese di maggio ho visitato Mea Shearim, uno dei più grandi quartieri di ebrei ultraortodossi. Conoscevo l’esistenza di questo quartiere perchè si trova proprio a ridosso della scuola di mio figlio. Il primo giorno in cui l’avevo accompagnato ero addirittura andata ad esplorarne la strada principale, senza sapere che mi addentravo in un quartiere dalle regole ben precise, e destinato a una comunità la cui vita è regolata da dettami molto severi. Jacobien, la guida olandese che ci ha accompagnati durante il giro a Mea Shearim, e che da anni vive a Gerusalemme e ha studiato la storia e la vita dei gruppi di ebrei ultraortodossi, ce ne ha raccontate alcune. Naturalmente però con questo articolo non pretendo di fornire informazioni precise sulla vita, la religiosità e le credenze di queste comunità. Mi limito a condividere con voi ciò che ho visto, e le sensazioni che mi ha suscitato.

Per entrare in questo quartiere bisogna innanzitutto vestirsi in maniera adeguata : maniche e gonne lunghe per le donne, maniche lunghe per gli uomini. Cosa che del resto viene esplicitamente segnalata con grandi cartelli in bianco, nero e rosso all’entrata del quartiere.

mea sharim3Jacobien ha anche consigliato al solo uomo che ci accompagnava di comprarsi una kippah (copricapo a forma di papalina usato comunemente dagli ebrei osservanti) e di camminare a una ventina di metri distante da noi donne. Uomini e donne, ci ha spiegato Jacobien, non interagiscono più dello stretto necessario : qualsiasi contatto fisico in pubblico è vietato,  e la vita sociale è regolata in maniera che ai due sessi vengano riservate sfere ben definite e non intercambiabili. Per sposarsi i giovani devono ricorrere a quella che in italiano si definisce la « mezzana », ovvero una signora piuttosto anziana che conosce bene la comunità. Questo lavoro di mediatrice è molto ben pagato. Nelle famiglie di ebrei ultraortodossi sono solo le donne che lavorano,  gli uomini dedicano la loro intera giornata allo studio della Torah (parola che in ebraico significa « insegnamento » o « legge » ). I lavori riservati alle donne rientrano in campi classicamente considerati femminili : maestre di scuola, infermiere o commesse sono le figure professionali più diffuse.

Naturalmente con una sola persona che provvede ai bisogni delle numerose famiglie (e non sempre è questo il caso perchè spesso anche la donna è senza lavoro), la povertà è di casa tra queste comunità. Il governo le assiste con generosi sussidi, ed è questo un tema molto caldo nella società israeliana. Una coppia di amici israeliani mi raccontava infatti che la società laica e moderata è stanca di pagare tasse che vanno in parte ad appoggiare una comunità il cui stile di vita non viene affatto condiviso dalla maggioranza degli israeliani. Tanto per cominciare gli ebrei ultraortodossi non riconoscono l’esistenza dello stato di Israele e quindi non  prestano servizio militare. Questo periodo di tre anni, durante i quali i giovanissimi israeliani attraversano momenti indiscutibilmente duri, a loro è risparmiato. Le loro scuole non prevedono insegnamento di materie come la scienze fisiche, la matematica, la storia o la geografia. Vivono in quartieri separati, il cui accesso viene chiuso al resto della società durante lo Shabbat (settimo giorno o festa del riposo, e viene osservato il sabato) tramite transenne di ferro.

Entrare a Mea Sharim durante il resto della settimana dà comunque la sensazione di varcare le soglie di un altro mondo. Il più antico quartiere ebraico ultraortodosso fu fondato nel 1874 ed è uno dei più grandi e popolosi di Gerusalemme. Qui il tempo sembra essersi fermato. Si passa da stradine secondarie tranquille e silenziose, alla più grande arteria del quartiere, dove ci sono negozi, bancarelle, gente che compra, si incontra, si incrocia (ma non incrocia mai lo sguardo con chi viene da fuori).

 

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Gli abitanti sono tutti vestiti con cappotti, calzoni e scarpe nere, camicia bianca e cappello a falda larga, che cambia a seconda dell’affiliazione religiosa e della provenienza geografica. Le donne indossano tutte gonne lunghe e, se sposate, hanno la testa coperta. La maggior parte si rasa a zero e spesso indossa una parrucca. Sembra che il commercio delle parrucche sia molto fiorente. Una curiosità rispetto alla loro tenuta, che mi è stata raccontata da un’altra guida turistica che vive qui da anni, ma di cui non ho trovato conferma altrove: sembra che alla metà del diciannovesimo secolo, gli ebrei nei vari paesi dell’Europa dell’Est vestissero in maniera differente dal resto degli abitanti per dar modo ai nuovi arrivati ebrei di distinguerli e chieder loro le necessarie indicazioni per installarsi.  La « divisa » sarebbe rimasta come simbolo di appartenenza ai vari gruppi religiosi.

I colori che dominano nel quartiere sono il beige delle case e il nero e bianco degli abiti, e questo contribuisce alla sensazione di aver fatto un salto indietro nel tempo. Unica nota di modernità è il cellulare di cui tutti fanno abbondante uso.

Appena entrati in Mea Shearim, Jacobien ci ha indicato un giornale :

 

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Gli ebrei ultraortodossi non usano la copia di giornale « individuale » da portar con sè e leggere in solitario, ma attingono le notizie da queste speci di tazebao che tappezzano i muri delle case. Ne abbiamo visti tantissimi durante la nostra passeggiata. Tutto si è svolto tranquillamente. La gente che incrociavamo non ci guardava, e di tanto in tanto ci siedevamo all’ombra di un parchetto per ascoltare Jacobien. Dopo esserci addentrati nelle viuzze più deserte e tranquille siamo sfociati sulla strada principale, dove molti negozianti cominciavano la loro giornata :

 

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Dopo una sosta nella più antica pasticceria di Mea Shearim, abbiamo visitato i principali negozi e bancarelle attorno ai quali ruota lo shopping degli abitanti del quartiere. In un negozio di abiti per bambini i prezzi erano talmente bassi che una coppia di amici ne ha approfittato per far scorta per il proprio bebè. Non mancano i negozi un po’ « frivoli », con parrucche, collane e orecchini, dal gusto decisamente kitsch ma molto frequentati….

 

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In questo punto del quartiere abbiamo visto un annuncio che ha attirato la nostra attenzione :

 

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Abbiamo chiesto a Jacobien cosa sono le “Kosher Separate Beaches” e lei ci ha spiegato che l’annuncio si riferiva a una gita al mare, durante la quale le donne e gli uomini erano separati sia sui bus che nelle stesse spiagge. Questa della separazione tra donne e uomini sui bus, anche in città, l’avevo sentita perché era stata fonte di un grandissimo dibattito quando un’ebrea americana aveva rifiutato di lasciare il suo posto a un uomo che voleva mandarla in fondo al bus, dove secondo lui dovevano sedere tutte le appartenenti al gentil sesso.

L’arteria principale di Mea Shearim sbuca su un incrocio, a due passi dalla prima casa dello scrittore Amos Oz, dove siamo rimasti immobili e affascinati ad osservare l’incessante fluire di persone, passeggini, auto, sullo sfondo di un’architettura antica e di un’atmosfera inafferrabile :

 

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Dopo una rapida visita al palazzo più bello del quartiere, un’antica costruzione che risale a prima della creazione di Mea Sharim, e che oggi ospita una scuola, ci siamo diretti alla sinagoga.

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L’atmosfera era cambiata : i bambini uscivano dalle scuole, e i papà li raccoglievano e con loro si avviavano verso casa. C’era più rumore, più movimento, e le grida dei piccoli smussavano in parte l’austerità che regnava fino a poco prima. Anche noi ci siamo affrettate verso la sinagoga, dove avevamo appuntamento prima che cominciasse la preghiera dell’una. Questa sinagoga è stata costruita da una famiglia yemenita arrivata a Gerusalemme all’inizio del secolo scorso. E’ gestita da un’interessantissima donna che ci ha raccontato molte cose sul funzionamento della struttura, sulla preghiera, sui riti di circoncisione.

mea sharim11Abbiamo anche incontrato un rabbino, intento alla scrittura della Torah, attività che lo occupa, secondo quanto ci è stato spiegato, per la maggior parte del giorno. Quando, prima del tour, ci avevano detto che avremmo avuto la possibilità di fare domande a un rabbino, mi ero immaginata di incontrare un signore anziano e con la barba lunga e grigia, intento a solenni riflessioni. Il rabbino in questione invece era giovane, con barba corta di un nero scintillante, e immancabilmente dotato di cellulare, al quale ha risposto profusamente durante il nostro incontro. Nessuno, peraltro, ha avuto domande da porgli, eravamo tutti piuttosto intimiditi e per quanto mi riguarda anche senza parole di fronte a tutto quello che avevo appena visto e scoperto.

Dopo la sinagoga la nostra visita si è conclusa. A grappoli ci siamo avviati verso l’uscita del quartiere, passando attraverso il mercato, un luogo vivace e normale, soprattutto perchè i venditori vestono con jeans e magliette, un contrasto sicuramente molto forte dopo tre ore trascorse nel quartiere.

Recentemente ho visto un nuovo cartello all’entrata di Mea Shearim, che dice : « Gruppi : smettetela ! Il passaggio continuo di gruppi nel nostro quartiere disturba gli abitanti ». Suppongo che l’abbiano affisso durante il mese di agosto, in cui sicuramente c’è stato un aumentato flusso di turisti in visita alla città. E’ comprensibile che la presenza dei turisti possa disturbare la vita del quartiere, tuttavia Mea Shearim è una parte importante di questa meravigliosa, variegata, interessantissima e unica città e la sua visita è fondamentale per capire e cogliere appieno lo spirito di Gerusalemme.

Claudiaexpat
Gerusalemme
Settembre 2010