Home > Africa > Marocco > Espatrio al seguito: Jostein, originariamente da Halden
Espatrio al seguito

Ringraziamo di cuore Jostein per averci permesso di tradurre il suo articolo sulla sua condizione di uomo in espatrio a seguito. Traduzione dal norvegese a cura della nostra bravissima Venusiaexpat.

 

Dopo essere stata in espatrio come studentessa, lavoratrice single, per raggiungere il mio compagno, in coppia (entrambi con lavoro), e poi al seguito, trovo che l’espatrio al seguito sia l’espatrio forse più “comodo”, ma di certo più duro a livello identitario.

Vorrei allora proporvi la riflessione di Jostein, sull’espatrio al seguito. Il punto di vista di un uomo, che potrebbe essere quello di ogni partner oggi. Mi ha colpito, e mi ci sono ritrovata tanto.

Venusiaexpat

“Ogni volta che andiamo in Marocco, dobbiamo compilare un modulo. Nome, cognome, residenza, nazionalità. Lo compilo in fretta e quasi automaticamente, sono un viaggiatore esperto. Lo abbiamo fatto tante volte. Ma poi arriva il campo per la professione. E mi fermo. Ogni volta. Cosa sono io? Ovvero:chi” sono io?

Scrivi dentista. Scrivi  insegnante, elettricista, veterinario. Scrivi agente immobiliare o consulente o influencer, e passi tranquillo attraverso il controllo della polizia senza arrossire. Come fai in tutti gli eventi sociali: Frank, da Bergen, dentista. E ti piazzi nel panorama sociale, come nei registri della polizia di frontiera marocchina. Sai dove ti collochi.

Mi chiamo Jostein. Ma non vengo da Halden, cioè anche se sono originario di lì, sono vent’anni che non ho legami speciali con la città, vengo da ogni parte. E la professione? Il lavoro?

Espatrio al seguito

Su molte vecchie lapidi in Norvegia, le famiglie indicavano l’occupazione del defunto. Truls Solberg, cantante d’opera. Ole Hansson, parroco. Ma è quasi sempre un occupazione maschile, quella elencata. Il lavoro dell’uomo. Sulla lapide della moglie, se c’è scritto qualcosa, di solito è solo moglie. Line Undrum, moglie del parroco. Moglie del maestro. Moglie del rappresentante parlamentare. Ed è lì che mi trovo anch’io.

È mia moglie che guadagna a casa nostra. Ancora di più, è mia moglie ad avere una carriera. Io sono semplicemente in espatrio al seguito. Lei viaggia nel mondo, in un nuovo paese, in nuovi posti di lavoro, e io sono lì, dietro,  con la grande speranza che questa volta riuscirò a creare una carriera dal nulla, a ricominciare ancora tutto da capo, a capire come ottenere un mio status e a crearmi un ruolo, in modo che anche io possa collocarmi.

Buongiorno. Jostein. Norvegese. Traduttore, vorrei dire, perché ho tradotto alcuni libri e sarei io in grado di tradurne di più. Ma non mi viene naturale, la lingua mi si annoda. Non ho tradotto nulla nell’ultimo anno, e non sono uno che può insistere con gli editori, e in ogni caso, non ne conosco abbastanza, e comunque non sono abbastanza bravo, e passo più tempo ad imparare ogni volta una lingua completamente nuova, che a migliorare quella che conosco. Dico traduttore alla polizia di frontiera. Ma la sento come una mezza verità.

Espatrio al seguitoChiunque può farsi chiamare traduttore o autore. Ma non lo si è veramente fino a quando non si è raggiunto un certo livello, si è abbastanza bravi, o si è fatto abbastanza nel campo. E io non posso dire di aver fatto nessuna di queste cose.

E comunque: la domanda è cosa ci fa guadagnare, “Professione?” Non è una domanda sui propri hobby, ma da dove ottieni il tuo reddito. E il mio reddito è l’assegno di famiglia che riceve mia moglie.

Da un lato però questo mostra anche quanto mi sentissi forte e sicuro quando consapevolmente accettai di seguire la mia famiglia, di essere l’aiutante di mia moglie, quello che si adatta affinché le cose funzionino

Ciao. Jostein, norvegese. Al seguito.

Sveglia! Ho tutte le possibilità. Posso studiare online o dove viviamo. Posso conoscere molte persone interessanti e sperimentare molte cose interessanti. Mentre correvo tra le montagne dell’Atlante mi sono fermato per dare da mangiare alle scimmie e scacciare cani randagi. Ho guidato una barca nei fiumi sotterranei in Repubblica Ceca. Ho girato l’isola danese di Bornholm in bicicletta con quattro bambini. Tutte cose che non avrei fatto se non avessi vissuto in questi paesi, se non fossi stato in espatrio al seguito.

Ma tutto questo non dice chi sono. Non posso trovare una casella che riesca ad inquadrarmi: rimarrò al seguito, uno che è qualcuno solo al seguito di un qualcun’altro, se le cose tengono. E cosa succederebbe se le cose non tenessero più?

E se all’improvviso restassi solo? Chi sarei allora? Cosa saprei fare allora?Espatrio al seguito Da un lato però questo mostra anche quanto mi sentissi forte e sicuro quando consapevolmente accettai di seguire la mia famiglia, di essere l’aiutante di mia moglie, quello che si adatta affinché le cose funzionino. (Non una ruota di scorta, ma una ruota posteriore di un auto a trazione anteriore).

D’altra parte, mi viene anche richiesto di essere qualcuno. È necessario per il bene dei bambini, che papà sia qualcosa di diverso da uno che vaga senza meta, che lui sia qualcosa, qualcosa di definibile e di cui essere, in qualche modo, orgogliosi. È necessario per la mia stessa serenità: ci sono poche cose negative per la serenità, come l’essere disoccupati – e non è per i soldi che non si guadagnano, ma per l’autorealizzazione che non si raggiunge.

Bisogna avere la schiena dritta per essere al seguito senza perdere se stessi. Bisogna essere in grado di adattarsi. Bisogna essere forti.

Mio padre era insegnante, un bravo insegnante, un insegnante di quelli che cercano di rendere la scuola un posto migliore. Io lo vedevo come l’insegnante più popolare della scuola; non so se fosse vero, ma lo era per me, ed era tutto ciò di cui avevo bisogno, di potermi abbandonare con orgoglio a quest’idea.

Invece cos’è il padre dei miei figli? Cosa sono io?

Ad un certo livello, girovaghiamo tutti senza meta per cercare chi siamo, ma la maggior parte di noi trova il proprio posto prima dei trent’anni. Si finiscono gli studi, si trova un partner, si sceglie una carriera o almeno un campo in cui poter lavorare. Ci si costruisce un posticino in cui sentirsi sicuri e a proprio agio. I fortunati riescono a costruirsi un ambiente notevole, ammirevole. La maggior parte ha almeno un posto a cui si sente di appartenere. E quando si incontrano delle persone, si hanno tutte le risposte pronte. Ciao, mi chiamo Frank, sono di Bergen e sono dentista. Tutti sanno dove posizionarti.

Io costruisco il mio “posto” su un terreno sabbioso. Ed ogni volta che qualcuno mi chiede chi sono, cosa faccio, o peggio, se finalmente ho trovato qualcosa da fare, mi infastidisco e mi sento colpevole. Cosa faccio? Facilito il quotidiano della mia famiglia, cerco di costruire un luogo per me, come un muratore tuttofare, senza però esserlo. Ho provato così tante volte a costruirmi un posto mio, ed ho ricominciato così tante volte, che mi chiedo spesso se abbia senso faticare per costruire dei rifugi che risultano sempre solo temporanei.

Chi sono? Jostein.

Cosa sono? Un partner in espatrio al seguito.

No. Non è abbastanza. Quindi, anche se non mi piacciono gli incontri e nonostante ci siano perlopiù donne esigenti con borse troppo belle, mi sono unito al comitato dei genitori della scuola. E nonostante il fatto che non ci sia nulla da mostrare sul CV, ho iniziato ad aiutare i migranti in una chiesa locale a Rabat. E nonostante sia un tipo asociale e disperatamente introverso, ho iniziato a costruire delle reti per trovarmi una nicchia, o trovare un aiuto a creare questo “posto” che possa chiamare mio.

È bello seguire il partner nel mondo. Ci sono esperienze meravigliose e e s’impara tanto. Ad esempio dagli incidenti culturali che insegnano molto sugli altri e su te stesso.

Ma significa anche essere sul sedile posteriore. Non è il tuo lavoro, non è la tua carriera, non è il tuo tempo o le tue esigenze che vengono prima – non importa quanto il tuo partner cerchi di facilitarti. Non sei più qualcuno da solo, sei il partner di qualcuno. Ah, sei sposato con lei, eh sì, è brava, sei fortunato.

Espatrio al seguito

Bisogna avere la schiena dritta per essere al seguito senza perdere se stessi. Bisogna essere in grado di adattarsi. Bisogna essere forti.

Forse è quello che sono. Se San Pietro alle porte del paradiso mi chiedesse, o se qualcuno mi chiedesse cosa scrivere sulla mia lapide, quale professione, una parola che mi riassuma, allora sarebbe questa: forte.

Non era niente di speciale, non aveva carriera, non era come gli altri adulti, ma aveva una schiena forte e un buon cuore, e pensava che fosse più importante di ogni carriera.

Ciao, sono Jostein. Vengo da molto luoghi. Lavoro per rafforzare la mia schiena e addolcire il mio cuore.

Non funzionerebbe in società. Posso sperare che almeno funzioni su una lapide.

Jostein Sand Nilsen, 100prosentRabat (in norvegese)
Rabat, Marocco
Febbraio 2018
Tradotto dal norvegese da Venusiaexpat
Foto: Pixabay

 

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