Home > Arte e Cultura > Fotografia > Fotografando l’America: lo sguardo di Santiago, fotografo peruviano

Claudiaexpat intervista Santiago, un fotografo peruviano che viveva a New York quando c’è stato l’attentato dell’11 settembre 2001. 

Santiago è nato negli Stati Uniti, dove ha vissuto i primi sei mesi di vita, quando i suoi genitori peruviani sono tornati con lui in Perù. 
Inizialmente indirizzato verso studi di macroeconomia, cambiò per Scienze della Comunicazione con specializzazione in Giornalismo Scritto e studi di Fotografia. Fu proprio per terminare la sua specializzazione che Santiago tornò negli Stati Uniti, dove trascorse uno dei periodi più interessanti della sua vita, e che sarà sicuramente interessante per noi che abbiamo la fortuna di vivere, attraverso le parole molto personali e intime di Santiago, uno dei momenti più intensi della storia del paese.

Com’è stato l’impatto con gli Stati Uniti, quando ti sei trasferito per terminare i tuoi studi di fotografia?

Terribile. Anche se avevo lasciato volentieri Lima, che mi stava ormai troppo stretta, l’impatto con New Bedford, dove mi installai inizialmente, fu piuttosto traumatico. Si tratta di una cittadina chiusa, provinciale, scontata, che scelsi unicamente perchè un mio zio ci vive (insegna all’Università di Massachussets), e poteva dunque appoggiarmi all’inizio del mio soggiorno. Infatti prima di iscrivermi a una scuola di fotografia era necessario rimettere in sesto il mio inglese. Rimasi dunque a New Bedford il tempo necessario per fare il mio TEFL (Teaching English as a Foreign Language, n.d.r.), e nel frattempo feci domanda alla più prestigiosa scuola di fotografia degli Stati Uniti, la Visual Arts School di New York. Quando mi accettarono, mi trasferii inmediatamente.

 

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Immagino che l’esperienza di New York sia stata piuttosto differente da quella di New Bedford…

Chiaro, puoi immaginarti cosa vuol dire passare da un posto provinciale e privo di stimoli come quello a una città cosmopolita, aperta, in perenne movimento come è New York. Per un fotografo poi questa città è una fantastica opportunità perchè è piena di stimoli visivi, ha un’estetica incredibile, una luce stupenda…. tutto quello che invoglia a fotografare, insomma. New York non è però una città facile. Il ritmo è serratissimo e accelerato. Si è sempre in corsa e sembra che non ci si possa fermare. Ci ho passato due anni e mi sono sembrati sei mesi. New York ha anche un aspetto vagamente crudele. Tutto si consuma e si ricrea, e se non si entra in questo ritmo, si resta tagliati fuori. Andai a vivere ad Astoria, a Queens, uno dei quartieri più vivi dal punto di vista dell’incontro delle culture. Ci vivono comunità di origine greca, ma con molti nuovi arrivati arabi e/o musulmani, ebrei, asiatici…. si vede un’umanità davvero variata, che mantiene intatte le sue radici culturali…. ci sono donne con l’abaya che camminano rispettosamente a una buona distanza dai mariti…. Immaginati cos’ha voluto dire vivere l’11 settembre in un quartiere di questo tipo !!

In effetti eri a New York l’11 settembre – com’è stato?

santiago3Come ti dicevo, è stato molto interessante trovarsi in quell’ambiente in quel determinato momento. Gli arabi sono stati molto discriminati dopo l’attentato. Hanno davvero passato dei brutti momenti, sono stati interrogati, fermati, setacciati….. La cosa più interessante per me è stata comunque vedere la reazione del governo. Un’ora dopo l’attentato c’erano già, magicamente, dei pannelli luminosi che dicevano “United We Stand”. A partire da quel momento il governo ha fatto di tutto per esasperare il sentimento di nazionalismo nella gente, portandolo a volte a reazioni anche estreme. Nel giro di pochissimo si è creato un clima di terrore nel quale uno si sentiva male solo a pronunciare la parola “Pace”. Era come essere in guerra.

Parlaci del tuo progetto di libro fotografico che documenta l’atmosfera dei giorni successivi all’attentato. 

La mia idea non è stata immediata. Dopo l’attentato mi misi a collaborare attivamente come Gerente del Reparto di Digitalizzazione del progetto collettivo di fotografia documentale più grande e più visto della storia, che si chiamava “Here is New York”. L’idea fu di invitare la gente – sia fotografi professionali e famosi che dilettanti – a inviare e donare immagini del momento dell’attentato, cioè da quando gli aerei erano quasi dentro le torri, passando attraverso la stessa caduta delle torri e i conseguenti danni, per arrivare alle reazioni immediate della gente in tutti gli Stati Uniti. La quantità di foto che arrivarono in tutti i formati (negativi, diapositive, digitali) fu enorme, e noi dovevamo ritoccarle, classificarle, digitalizzarle. Un lavoro infinito che però diede i suoi frutti, dato che riuscimmo a montare grandi mostre in buona parte delle città più importanti degli Stati Uniti e dell’Europa.

Giusto prima dell’11 settembre io mi pagavo l’affitto e le spese personali lavorando come “Master Black and White Printer” per un fotografo che faceva ritratti di attori e musicisti della scena di Broadway. Dopo gli attentati, però, nella “Grande Mela” tutto si bloccò. La città all’improvviso si paralizzò completamente; le strade erano vuote, i negozi chiusi…. Sembrava una città fantasma. Le poche e coraggiose persone che si azzardavano a passare a piedi per le strade del cosiddetto Midtown Manhattan, lo facevano usando maschere speciali per evitare di respirare quella terribile polvere biancastra – che si era sparsa su tutta l’isola – composta principalmente dall’amianto tossico, ma anche da particelle organiche umane. Durante le settimane dopo gli attentati l’economia toccò il fondo, gli affari furono sul punto di fallire, e molti persero il lavoro… tra questi io stesso, dato che per varie settimane il fotografo per il quale stavo lavorando non ebbe nessun incarico, e si vide costretto a licenziarmi.

 

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Il lavoro a “Here is New York” quindi mi fece molto comodo a livello economico ma fu pesantissimo a livello psicologico. Si trattava di stare costantemente in contatto con la tragedia. Per giorni e giorni avevo davanti agli occhi, per varie ore di fila, e per alcuni mesi, immagini di morte, distruzione, tragedia e disperazione… Dopo un po’ mi sentivo davvero male per aver dovuto ritoccare digitalmente, nei più minimi dettagli, tutte queste foto che si concentravano unicamente nell’aspetto visivo e immediato dell’attentato. E’ per questo che mi venne l’idea di fare un libro sulle conseguenze a livello psicologico, individuale, sociale, politico e soprattutto emotivo, degli attacchi terroristi durante tutto l’anno dopo l’11 settembre 2001. Era come se attraverso le espressioni della gente che mi misi a fotografare io captassi emozioni che stavo vivendo parallelamente, e dunque si veniva a creare una relazione simbiotica tra il fotografo e i soggetti fotografati. Questi sentimenti erano di depressione, ansia, angustia, solitudine e stupore totale, come se ancora non si riuscisse a capire tutto quello che era successo. Inoltre la gente aveva una grande paranoia, non solo per la possibile imminenza di un altro attacco terrorista, ma anche perchè subito dopo ci fu tutta la storia dell’Anthrax…. Dunque decisi di documentare fotograficamente i processi di chiusura in se stessi che vissero per un buon periodo gli abitanti della città di New York. La gente cominciava a elaborare mentalmente tutto quello che era successo mentre ancora venivano raccolti i cadaveri e il sordido odore della morte aleggiava su tutta la parte sud di Manhattan. Fu una situazione spaventosa. Mi dedicai a realizzare un esteso ma intenso documento di carattere soggettivo sulle conseguenze del disastro sugli abitanti della città durante tutto l’anno seguente, e per questo lo intitolai “New York City: The Year After”.

Che lavoro interessante…

Sí, quello che mi motivava era il mio interesse nel mostrare la realtà – o meglio, la mia personale interpretazione della realtà – nell’anno che venne, dividendo il libro in sette o otto capitoli su tematiche specifiche che mi parve significativo registrare in quei momenti tanto importanti a livello storico. La prima parte del libro è sopra il Lutto, e si concentra su gesti, espressioni facciali di ansia o angustia, posizioni corporali che esprimono un altro grado di depressione, gente che porta fiori sul punto dell’attentato, etc. Il secondo capitolo è uno studio visuale sul nazionalismo esacerbato ed estremo che sorse a New York immediatamente dopo l’11 settembre e che crebbe rapidamente, espandendosi in lungo e in largo sul territorio di tutto il paese, fino ad arrivare a un livello terrificante. Inoltre registrai fotograficamente l’evidente clima di guerra nel quale si visse tutto l’anno successivo all’attentato. Venivano diffusi nuovi film di guerra di immediato successo. Le strade erano ricoperte di bandiere statunitensi in vari formati, con slogan di ogni tipo. C’erano bandiere americane con lo slogan “United We Stand” sui coperchi di tutte le scatole di cartone nelle quali si vendevano pizze in tutta New York!

Tutti i capitoli del libro sono piuttosto critici, inlcuso quello sulla situazione emotiva degli abitanti arabi e/o musulmani del mio quartiere, Astoria (Queens). Tutto questo e molto di più era accompagnato dal duro prologo che scrissi per presentarlo. Entrambi i fatti contribuirono a far sì che tutte le tre case editrici (le più importanti) che contattai, si rifiutarono sonoramente di pubblicarlo. Ammetto che fu molto ingenuo da parte mia tentare di pubblicare un libro tanto critico in uno dei momenti più sensibili – e allo stesso tempo conservatori – della storia degli Stati Uniti. Tuttavia, anche se si trattava di un progetto utopico – in questo contesto sociale e politico, spaziale e temporale – il fatto di non vedere il mio libro pubblicato fece sì che me ne andai da New York con molta frustrazione in corpo.

Cosa accadde dopo New York?

santiago5Lasciai la città perchè mia moglie aveva trovato lavoro come professoressa di fotografia all’Università di California, però in un posto orribile, la capitale, Sacramento. Una città noiosissima, con strutture fredde, senza marciapiedi, nessuno che camminava. Moderna ma totalmente vuota, senza niente al di là dell’apparenza sensoriale. Una sensazione enorme di vuoto interno. Quando arrivai mi misi a cercare lavoro, e risposi a un annuncio sul giornale. Cercavano un giornalista che parlasse spagnolo. Tutto qui. La persona che contattai era un irlandese di origini ispaniche che mi diede l’incarico di creare una testata in spagnolo. Lui si incaricava della corrispondente testata in inglese. Per lavorare al giornale mi trasferii a Sonoma. Questa città si trova in mezzo alle vigne più esclusive della California, dove ci sono le imprese vinicole più grosse e importanti per l’economia della zona. La piazza principale di Sonoma è piena di negozi di altissima moda, e la macchina più semplice che si vede parcheggiata lì è una Porsche. Un ambiente benestante, bianco, conservatore. Non facile per me lavorarci. Io avevo voglia di fare articoli onesti e schietti, e questo contravveniva un po’ alle tacite norme di quella comunità, che preferiva leggere di matrimoni e nascite in città.
Nella zona c’erano molti messicani clandestini che venivano a cercar lavoro. Quello che più mi impressionò fu vedere come vivevano, a pochi passi da una delle zone più ricche del mondo. Quelli che venivano per la vendemmia vivevano in camper lontani dalla città, ben nascosti, lavoravano senza sosta e senza alcun tipo di garanzia o di assicurazione, con una paga da fame. Feci un lungo articolo raccontando la vita di uno di loro. Ovviamente non fu ricevuto con entusiasmo. Fu in quel momento che cominciò la censura sui miei scritti. Per un certo periodo cercai di controllarmi e di limitarmi a scrivere quello che la gente si aspettava. Quando scoppiò il caso delle torture nelle prigioni di Abu Ghrain in Irak, non potei trattenermi dallo scrivere sull’accaduto. Da lì le cose precipitarono e poco dopo mi licenziarono.

Peccato, perchè immagino che non fossero molte le persone in zona a dar voce alla comunità di messicani illegali…

santiago6Certamente. Per me invece era una cosa molto importante. Ad esempio a Sonoma l’impresa che finanziava la testata El Sol possedeva anche la radio comunitaria più importante della città, e con la quale anch’io avevo qualcosa a che fare. Una delle cose che più mi piacque fare fu contrattare un giovane messicano – illegale – che conoscevo, e affidargli un programma radio di due ore tre volte alla settimana. Faceva il DJ e presentatore di un programma che volevo realizzare da un po’, solamente in spagnolo e durante il quale “El Guapo” (Il Bello, n.d.r.) mandava messaggi alla comunità ispanoparlante e più umile di Sonoma (come i lavoratori illegali delle vigne, che accendevano la radio per distrarsi all’ora di pranzo) e metteva unicamente musica messicana, di qualsiasi tipo, dalle “rancheras” tradizionali fino ai gruppi messicani moderni di heavy metal. Spesso il Guapo mi passava il microfono durante il suo programma, e io presentavo le mie canzoni preferite del rock messicano degli anni 80 e 90, e ne approfittavo per promuovere i miei articoli che sarebbero apparsi nell’edizione di El Sol della settimana seguente.

Cos’hai fatto dopo che ti hanno licenziato?

Rimasi in California ancora un po’. Poi, quando Bush vinse le elezioni per la seconda volta, decisi che il mio periodo negli Stati Uniti era terminato. Con mia moglie tornammo in Perù. Questo paese manca molto, quando si è lontani. A me erano sempre mancati il cibo, la gente delle montagne, il calore umano del Perù. Inizialmente pensavamo di andare a vivere definitivamente a Cusco, ma ci restammo solo sei mesi. Poi ci spostammo a Lima dove mia moglie, che è statunitense, trovò lavoro come insegnante di inglese all’università.
Io sto in parte pagando il prezzo di essermene andato per cinque anni di fila, ho perso i contatti a livello professionale, ma me li sto pian piano ricostruendo. Non è facile, ma sono sicuro che è solo questione di tempo.

Le fotografie sono di Santiago Bustamante e tratte dal sito: www.zonezero.com

Intervista raccolta da Claudiaexpat
Lima, Perù
Agosto 2007