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Claudiaexpat ci racconta finalmente le sue gravidanze africane…

Anche se sono ormai passati 18 anni da quando ho stretto tra le mani il bastoncino del test di gravidanza positivo in una cittadina sperduta dell’Angola, i ricordi legati a tutte le fasi delle mie gravidanze sono vividi e intensi. E’ da tempo che volevo raccontarvele, e questo aggiornamento speciale sui bebè in espatrio me ne dà l’occasione.

Ho concepito il mio primo figlio in un compound delle Nazioni Unite a Lubango, in Angola, durante una missione di lavoro in quel paese tormentato da quasi vent’anni di guerra civile e in cui le condizioni di vita non erano certo facili. A Lubango la guerra non arrivava direttamente, i combattimenti si fermavano a 50 chilometri dalla città, ma le ripercussioni si sentivano forti e chiare: non arrivava cibo, non c’era lavoro, soldati menomati dalle mine entravano a frotte in città, non ci si poteva spingere oltre un certo raggio, il morale della gente era a terra. Le condizioni sanitarie erano tragiche. Lubango disponeva di un ospedale pubblico disastroso quanto il resto della città, nel quale era meglio non mettere piede. Gli espatriati si affidavano a medici stranieri che stavano lavorando in loco, e per casi più urgenti si facevano evacuare. Evacuazione non sempre garantita perchè anche il ritmo degli aerei dipendeva dagli umori dei signori della guerra, e c’erano dei giorni in cui i voli si fermavano e si restava, volenti o nolenti, bloccati.

Ripensandoci adesso, credo di aver agito sotto la spinta di quel coraggio e quel pizzico di incoscienza che rende possibili le grandi imprese in gioventù. Oggettivamente la situazione non era la più ideale per cominciare una gravidanza, ma il mio desiderio di avere un figlio aveva raggiunto il suo apice, e del resto quella era la nostra vita, il nostro lavoro, e non c’erano garanzie che in futuro ci saremmo trovati in condizioni migliori. Ero giovane, sana e ottimista, e ho dunque accolto con grande gioia il fatto di essere incinta. Le prove di gravidanza me le ero portate dall’Italia, e quando il risultato è stato positivo, abbiamo pensato di approfittare di un viaggio in Namibia, dove ci recavamo ogni volta che avevamo bisogno di materiale per il progetto, per fare tutti gli esami del caso e chiedere consigli per affrontare al meglio una gravidanza senza assistenza. Ricordo con sensazioni quasi fisiche il lungo viaggio da Lubango a Windhoek, dove sono arrivata distrutta. Ricordo con chiarezza la sensazione di lasciarmi andare sul letto pulito e profumato dell’hotel della capitale namibiana, dopo ore e ore di viaggio, polvere e caldo. La visita ginecologica e gli esami del sangue erano perfetti, e ho dunque affrontato baldanzosamente il ritorno.

Devo ammettere che nella mia totale incoscienza la gravidanza è andata benissimo. Mi sentivo in forma, niente nausee, nessun sintomo che rallentasse il mio ritmo. Lavoravo a tempo pieno e facevo cose non proprio ortodosse per una donna nelle mie condizioni, come arrampicarmi su altissime pile di sacchi di grano per contarli (una volta ne sono anche scivolata, afferrata miracolosamente da un collega che seguiva preoccupato le mie acrobazie da terra) e fumigare interi magazzini con prodotti chimici ai quali era sconsigliato avvicinarsi anche in condizioni normali. Guidavo la mia 4×4 su sentieri di terra pieni di buchi, e dirigevo le distribuzioni di cibo e quant’altro. Durante sei mesi le mie uniche visite sono state condotte da un mio amico argentino, ginecologo, che mi chiedeva come mi sentivo e poi mi faceva sdraiare sul letto di casa sua e con un metro da sarta mi misurava la pancia. Il bambino si muoveva bene e io mi alimentavo come meglio potevo, tenuto conto della scarsa disponibilità di prodotti alimentari variati in città.

Sono rientrata in Italia al sesto mese di gravidanza avanzato, e ancora oggi mi domando come Alessandro abbia vissuto, dal suo nido protetto, il cambio di stile di vita della mamma. Finita tra le mani di un gruppo di medici dall’impostazione iperpreventiva e iperprotettiva, dunque assai in constrasto con la mia attitudine scanzonata e fatalista, sono stata immediatamante ospitalizzata perchè avevo la placenta bassa. Sono dunque passata dalle strade tutte buchi dell’Africa all’asettico letto della Macedonio Melloni, circondata da donne la cui gravidanza era a rischio, e se non lo era gliela facevano diventare, e da medici che mi terrorizzavano con catastrofiche immagini di me sanguinante sul corridoio dell’ospedale. Quando uno dei dottori di turno è arrivato a rimproverarmi perchè “mi vedeva troppo in giro” (notare che facevo nr. 8 passi per raggiungere la stanza di fronte alla mia, dove c’era una povera donna che, in balia degli incubi altrettando focosi che le venivano provocati, stava per entrare in depressione), ho firmato le mie carte e me ne sono tornata a vivere quel poco che restava della mia gravidanza nel mio nido nel centro storico di Milano, leggendo Proust e rimpinzandomi di yoghurt al malto. Alessandro è nato a metà dicembre in una giornata in cui Milano era spolverata di neve. Il ginecologo che mi ero trovata per l’occasione, dal quale non mi sono più separata, e che ancora mi conosce come “l’Africana”, lavorava al Buzzi, ed è proprio di questo ospedale che ho i ricordi più dolci di quei momenti.

gravidanze africaneAnche Mattia è made in Africa, ma questa volta in pieno deserto namibiano, durante una vacanza mentre vivevamo a Brazzaville, nel Congo francese. Avevamo affittato un bungalow in pieno deserto, le notti erano dense e silenziose. Mi piace pensare che sia perchè l’abbiamo concepito in quel posto particolare che Mattia è libero dentro, e un po’ selvaggio. Tutto si presentava più facile, questa volta: a Brazzaville non lavoravo, la città era decisamente più organizzata di Lubango, e avevo un ginecologo meraviglioso e competente, il Dr. Iloki, che aveva un ecografo e molta esperienza (se vi capita di andare a Brazzaville e di aver bisogno di un ginecologo, andate da lui: so che è ancora attivo). Quello che mancava era un’unità neonatale attrezzata, ma dato che era previsto che rientrassi per far nascere Mattia in Italia, la cosa non mi preoccupava. Sono rimasta a Brazzaville fino al settimo mese, e tutto il periodo è stato scandito da perdite di sangue ed emorragie più o meno abbondanti. La più forte, al quinto mese, mi ha trovata sola (i mariti in questi casi sono sempre in viaggio). Ricordo ancora che mi sono preparata con estrema solennità, e sono salita sul taxi che mi portava dal ginecologo come se stessi andando al patibolo. Iloki mi tranquillizzò all’istante: era sempre lei, la mia placenta, che rifiutandosi di piazzarsi dove tutte le placente dovrebbero sistemarsi, se ne stava in basso e sanguinava a ogni contrazione del collo dell’utero. Va detto però che l’atteggiamento africano di fronte a queste cose è molto più relax rispetto a quello che ci si può aspettare in una struttura occidentale, e infatti Iloki, dopo un’accurata visita, un buffetto e la raccomandazione di non andare a ballare alla Main Bleue, mi ha rispedita a casa.

Ricordo quei giorni come magici: al mattino mi alzavo e immergevo lo sguardo nel fiume Congo, che scorreva turbolento in lontananza. Passavo un sacco di tempo con Alessandro facendo progetti sul fratellino, e il cuoco Raul, uno splendido ultrasettantenne che non vedeva con gli occhi ma che col cuore non perdeva un dettaglio, mi preparava dei manicaretti deliziosi, che mi facevano aumentare di peso e sicuramente contribuivano all’allegria di Mattia. La comunità di espatriati che frequentavo mi si era stretta intorno in un caldo e affettuoso abbraccio, e tutti seguivano con partecipazione le mie vicende. Una delle mie più care amiche rimase incinta proprio in quel periodo, e ricordo che passavamo lunghi pomeriggi domenicali con le panze a mollo negli affluenti del Congo.

Rientrata in Italia in pieno agosto, la mia placenta, sempre più a rischio man mano che cresceva il bambino, mi ha obbligata a un periodo di assoluto riposo. Nella foto sono con Alessandro, a pochi giorni dal mio arrivo in Italia, nella casa dove ho trascorso il mese e mezzo che mi separava dalla nascita. Anche Mattia è nato al Buzzi, ma in condizioni meno romatiche che con Alessandro. Ero infatti ricoverata da qualche giorno, a causa delle frequenti perdite, quando la dottoressa di turno, all’ennesima emorragia, ha deciso di farmi un cesareo e tirarlo fuori, dal momento che lui non si decideva ad uscire. Secondo me voleva nascere in Africa !!!

Oggi sorrido affettuosamente quando giovani donne mi chiedono un consiglio sul fatto di portare avanti una gravidanza all’estero, e dico a tutte la stessa cosa: quando sei incinta, non sei mai all’estero; con il tuo bambino nel ventre sei a casa. Basta una dose di coraggio, ottimismo e fiducia. E basta ascoltare il tuo istinto. Io ad esempio ho saputo fin da subito chiaramente che non avrei rischiato di mettere al mondo un bambino in piena Africa. E ho fatto bene, altrimenti, con le complicazioni che ho avuto durante il parto con Alessandro, non sarei qui, oggi, a raccontarvi le mie splendide gravidanze africane !!!

Claudiaexpat
Lima, Perù
Febbraio 2009