Torna Fedeexpat con un’altra bellissima, toccante riflessione da Ramallah.
Una carissima, preziosa amica in settimana mi diceva dello straniemento che prova fra lo svolgersi del suo quotidiano in questi giorni di ferie estive poco festose e l’enormità di quello che ci sta (ac)cadendo e travolgendo.
Anche la mia settimana a Ramallah scorre su questa discrepanza graffiante, sul disagio che crea fare la spesa, preparare da mangiare, sedersi a tavola e avere il cibo, più cibo di quello che servirebbe. Come si fa a stabilire quanto e quale cibo servirebbe? Il cibo è nutrimento corporeo e affettivo, che delicatezza la persona che ti invita alla sua tavola preparandola ricordandosi dei tuoi gusti.
Ogni pasto ha il retrogusto della fame indotta a Gaza ridotta ad una striscia dall’occupazione militare coloniale dell’alleanza sionista.
Poi le visite mediche di controllo, le chiacchiere con i vicini e le vicine già alle prese con il rientro a scuola fra pochi giorni.
Il quotidiano con i suoi riti giornalieri e stagionali viene portato avanti su un sottofondo di pensieri, riflessioni e constatazioni che emergono all’improvviso, magari smossi e sollecitati dalle parole di un’amica che si ricollegano a quello che sembrava altro, ad un’altra preziosa amica, ad una spiga di grano (che in arabo ha un nome melodioso che mi è dolcissmo, sunbula, con le U appena pronunciate, سنبلة) e all’arte calligrafica. Spiga di grano che simboleggia il sumud anima della Resistenza, la perseveranza, la determinazione, la forza che risignifica ogni gesto.
La spiga di grano che quando viene recisa cadendo semina tanti, infinibili chicchi, semi, germogli.
Il pensiero allora va ai/alle giornalist+ giustiziat+, oltre duecento persone, spighe di grano recise, ho detto alla mia preziosa amica che noi dobbiamo essere chicchi di grano, semi e nuovi germogli.
Penso a tutte queste vite e mi trovo a riflettere che le loro vite sono di ispirazione, vite che infondono coraggio, smuovono e spingono a farci germogli.
I loro assassinî sono la conferma che la parola, è pericolosissima soprattutto quando pronunciata da persone in cui ci rispecchiamo e ci riconosciamo.
Nel frattempo da tre giorni siamo immersi in una tempesta di sabbia che fa capire come mai nei paesi con deserti rocciosi e sabbiosi uomini e donne utilizzano copri capo che coprono naso e bocca e delineano il contorno degli occhi con misture di olî e minerali per evitare possibili infezioni. Non ci pensiamo più a quanto è condizionante l’ambiente in cui cresciamo e ci formiamo. La tecnologia ci crea l’illusione di essere incondizionabili e di poter controllare tutto incluse le nostre vite.
Ora abbasso il volume dei pensieri e mi preparo per andare a trovare una parente di media vicinanza che ha avuto un pericoloso incidente domestico che si è risolto con una quindicina di punti sulla fronte senza conseguenze più serie. Fra pochi giorni si sposa il secondo genito, sarà un matrimonio sobriamente gioioso consono all’atmosfera grave.
Io mi sposai di febbraio, una settimana prima aveva nevicato, fu una festa altrettanto sobria perché Ramallah era messa a ferro e fuoco dalle tensioni fra i gruppi politici palestinesi. Fui accolta dagli zagharid (زغاريد) delle donne. I semi delle mie radici palestinesi hanno il nome di mio figlio e di casa. Poi, i miei suoceri mi hanno coltivata piantando i carrubi e raccontandomi la Storia attraverso le loro storie donandomi il lessico, la lingua, la sensibilità.
Questa lettera diaristica vorrebbe essere un seme per far rigermogliare tutte queste voci, tutte queste vite.





