Home > Africa > Ivory Coast > L’evacuazione di Alessandra dalla Costa d’Avorio

Alessandra, un’italiana che attualmente vive alle isole Fiji, rivive per noi i terribili momenti della sua evacuazione dalla Costa d’Avorio nel 2004. La ringraziamo di cuore.

Mi chiamo Alessandra, ho 40 anni e vivo a Suva, capitale delle Isole Fiji.

Due anni fa, nel novembre del 2004, sono scappata con la mia famiglia dalla Costa d’Avorio, ed è come se alcuni fotogrammi della mia vita si fossero fermati a quel giorno, fissati sui visi di chi, non lo sapevo ancora, non avrei più rivisto.

Ma un giorno ci tornerò con i miei bambini, mostrerò loro dove sono nati e finalmente potrò congedarmi dalle persone con cui ho condiviso 5 anni della mia vita, due gravidanze, due nascite, con cui ho riso e pianto.

Conoscevo le tensioni di Abidjan, i tentativi di colpo di stato e il coprifuoco. In realtà ero già stata evacuata una prima volta dalla Costa d’Avorio quando il mio primo bambino aveva tre mesi, il paese era diviso in due ormai da 5 mesi, il nord in mano alle Forze Nuove, il sud al governo legittimo. Ero partita con il piccolo in Senegal, quando la Commissione Europea – per cui allora lavorava mio marito – aveva deciso di evacuare le famiglie nel timore che la rabbia della gente contro i francesi, considerati responsabili della situazione, potesse diventare incontrollabile.

Ero tornata tre mesi dopo, ritrovando un paese in ginocchio ma apparentemente in grado di farcela. Avevo ripreso il mio lavoro all’Ambasciata d’Italia, e trovato abbastanza fiducia nel paese e nella gente per decidere di avere un altro figlio.

Poi, nel corso degli ultimi mesi della seconda gravidanza, la situazione era velocemente precipitata. I cosiddetti patrioti, ben eccitati dal governo, organizzavano quotidiane manifestazioni contro i francesi, la radio e la televisione lanciavano slogan agghiaccianti (“ad ogni ivoriano il suo francese”, presto diventato “ad ogni ivoriano il suo bianco” ) e la nostra vita era sempre più condizionata. La gente del posto ne soffriva, non solo perché la situazione economica diventava davvero ingestibile, ma anche perché sapevano che la partenza dei bianchi avrebbe significato la perdita di guadagni, lavoro, reputazione.

A maggio del 2004 mio marito era finito in ospedale per le ferite provocate dalle sassate dei patrioti ad un semaforo, la mia pancia cresceva e io ero sempre più inquieta. In contemporanea, le due persone che lavoravano per noi in casa da anni, ormai parte della nostra famiglia, erano state colpite da tragedie personali, la tata del mio bimbo perché si scopre gravemente malata e l’uomo tuttofare perché convinto di essere posseduto dagli spiriti maligni tenta il suicidio.

Con questo stato d’animo abbiamo affrontato la partenza “preventiva”, e ancora oggi non so come abbiamo fatto ma ho la certezza che se non fossimo partiti quel giorno le cose sarebbero state ancora più drammatiche.

Da giorni ormai si sapeva che la situazione sarebbe precipitata; le relazioni tra il governo francese e quello ivoriano erano tesissime e si aspettava solo la scintilla. Quella scintilla ha colpito in piena faccia la Costa d’Avorio il 6 novembre 2004, ma mio marito, i miei bambini ed io eravamo già in volo verso l’Europa. Dopo il decollo di quel volo l’aeroporto è rimasto chiuso per 7 giorni e quello che è successo in città durante quei giorni non si può raccontare.

Gli ultimi giorni bloccati a casa, con i pannolini che diminuivano a vista d’occhio, con le scorte di latte per neonati che ti sembrano non bastare mai, con gli spari fuori, i racconti di chi ha visto o sentito cose dell’altro mondo, sono difficili da dimenticare.

Poi mio marito che insiste per partire, subito, io che chiedo di aspettare, chissà cosa, lui che mi convince, grazie al cielo. La corsa all’aeroporto, con un bimbo di due anni e una di 40 giorni, per tre volte invano per i gruppi di patrioti che cercano di fermarci, alla fine la scorta militare, l’aeroporto, l’aereo, la laguna di Abidjan che sparisce piano piano ed io con l’assurda certezza che sto partendo solo per due settimane.

Abbiamo lasciato tutto a casa, abbiamo perso tutto, vestiti, libri, dischi, giocattoli, foto, ecografie, ricordi, passato. Ricordo quando già in Italia ho assistito in diretta telefonica al saccheggio di casa mia, con la nostra tata che cercava disperatamente di cacciare fuori gli assalitori, io che le gridavo di scappare e mettersi in salvo. Mio figlio di due anni mi guardava e io pensavo: dopo tutti gli sforzi che ho fatto per non traumatizzarlo…..

E’ stato grazie al rischio corso dalle persone che lavoravano a casa nostra e anche da vicini allora sconosciuti, se siamo riusciti a salvare qualcosa. La tata ha scavato un buco in giardino e ci ha messo dentro una scatola con quello che lei sapeva essere prezioso per me, ricordi senza valore apparente. Quella preziosa scatola mi è poi arrivata qualche mese dopo piena della terra del mio giardino.

Ecco qua. Qualcosa però ho imparato, e forse potrà essere utile a chi si dovesse trovare nella stessa situazione:

  • in certi casi, non sempre purtroppo, la catastrofe si preannuncia con qualche segno che è importante saper interpretare con quanta più obiettività possibile; il rischio quando si è espatriati è di perdere di vista il senso del pericolo, sia perché ci si abitua a vivere in situazioni di tensione e ci si fa il callo, sia perché ci si sente un po’ intoccabili, ci si basa sulle buone relazioni che si hanno con i locali e si pensa che a noi non faranno mai del male. Errore. Ci sono situazioni di reale confusione, disperazione, deriva e in quei momenti nessuno è al sicuro. Nei limiti del possibile evitare di aspettare l’ultimo momento ma cercare di andarsene da subito. Se poi non succede niente tanto meglio. Quando ho sentito i racconti di chi era rimasto per quegli allucinanti infernali 7 giorni dopo la nostra partenza ho benedetto il momento in cui mio marito aveva insistito per partire con quell’aereo.
  • Dopo un’evacuazione, soprattutto se preceduta da giorni di tensione e di “imprigionamento” in casa forzato, ancora peggio se con dei bambini, non esitare a chiedere il sostegno psicologico di un esperto. Io non l’ho fatto e me ne sono pentita. Sono sempre in tempo, ma credo che sia meglio farlo subito, parlare di quello che si è visto, che si sente dentro. Per mesi ho vissuto un assurdo e irrazionale senso di colpa perché ero scampata al peggio e le mie amiche invece no.
  • La cosa più difficile per me è stata trasferirmi di nuovo all’estero senza pensare continuamente al rischio di dovermene andare da un momento all’altro. Per questo non ho portato niente di mio, neanche un libro, neanche una foto, se non lo stretto indispensabile per i miei bimbi. Errore. Bisognerebbe ritrovare la forza per ricominciare da capo ogni volta e ricostruirsi un pezzetto del proprio passato ad ogni tappa, confidando che le cose andranno bene. Ecco perché sarebbe stato importante avere un aiuto psicologico.

Continuo a mantenermi in contatto con le persone che ho amato ad Abidjan; per loro non è facile rimanere in un paese che sembra essere destinato a diventare una nuova Liberia, sapendo che non hanno scelta e che non possono saltare su un aereo in corsa.

La mia vita è continuata al ritmo della crescita dei miei bambini e delle cose nuove che ho visto e imparato nel frattempo. Ma so che per recuperare quei fotogrammi che si sono fermati a quel 5 novembre 2006 devo ritornare ad Abidjan, quando le cose andranno meglio, e stringere la mano a chi per 5 anni ha condiviso la mia vita, per cancellare l’impressione di essermene andata come una ladra, senza salutare.

Alessandra
Suva, Isole Fiji
Novembre 2006