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Claudiaexpat ci racconta la sua esperienza a Gerusalemme con un figlio adolescente…

 

Alessandro e Mattia al loro arrivo in Honduras

Alessandro e Mattia al loro arrivo in Honduras

Da tanti anni ormai non vivevo un espatrio in un luogo caratterizzato da forti tensioni politiche. A dire il vero mi ero proprio disabituata all’atmosfera che si crea nel quotidiano quando si vive in un paese in cui un conflitto è latente o in pieno corso. La parentesi latinoamericana è stata lunga, dieci anni sono bastati a rendere vago il ricordo di come ci sentivamo in vari paesi africani, quando le giornate erano ritmate dalle notizie di quanto accadeva in città o nel paese, dal tam tam sul grado di pericolo nel fare certe cose e andare in certi luoghi, dal coprifuoco, o, nel caso più estremo, dall’evacuazione.

Ovviamente a nessuno piace vivere con una minaccia incombente sulla testa, sua o della propria famiglia. Non mi faceva certo piacere, a Brazzaville ad esempio, andare a letto sapendo che dall’altra parte del fiume si stavano massacrando, e che la stessa città dove io vivevo, dove mio figlio andava a scuola e dove ci sviluppavamo ogni giorno come famiglia e come esseri umani, era pervasa da un sentimento di conti in sospeso, di acrimonia, di desiderio di vendetta.

Eppure in Africa avevo talmente integrato la nozione del pericolo, dell’essere sempre vigile, dell’imparare a leggere i mille segnali nascosti nei volti e negli atteggiamenti delle persone e delle folle, da non rendermene quasi più conto. E’ stato quando ci siamo riconfrontati con un nuovo espatrio, questa volta appunto in America Latina, che ho capito quanto la tensione sociale e politica del luogo dove vivi ti entra in tutte le cellule e ti spinge ad attivare spontaneamente una serie di sensori in più, che altrettanto facilmente si disattivano quando cambia il contesto in cui si vive e  viene a mancare la necessità di stare sempre sul chi va là.

Il matrimonio del presidente dell'Honduras mentre vivevamo là

Il matrimonio del presidente dell’Honduras mentre vivevamo là

In Honduras, ma ancora di più in Perù, sono andata pian piano disintossicandomi dalla paura che gli accadimenti politici del paese toccassero da vicino me e la mia famiglia. Persino le elezioni presidenziali, che in Africa sono spesso foriere di scontri e malcontenti, per non dire peggio, sia in Honduras che in Perù hanno assunto tinte da telenovelas, e tutto si è svolto nella più affabile calma. Con questo non voglio dire che i paesi latinoamericani siano esenti da problemi a livello politico: è di un paio di mesi fa la notizia del tentato colpo di stato in Ecuador, ad esempio. Ma la mia esperienza nei paesi africani rispetto ai latinoamericani è stata molto diversa: mentre in Africa la tensione entra nel quotidiano, influisce sui tuoi gesti, sulle tue abitudini, diventa parte integrante del tuo essere in quel determinato contesto, in America Latina la vita politica non irrompe necessariamente nelle tue giornate, che in realtà possono essere ritmate da tutt’altre preoccupazioni (e non sempre negative).

Ancor prima di spostarmi a Gerusalemme sapevo che la situazione non sarebbe stata delle più rilassanti, anche se faticavo a immaginare, com’è normale, i contorni che la cosa avrebbe disegnato sulle nostre vite.  Una volta arrivata, ho attraversato il processo di ambientamento con rinnovata baldanza, anche perché ho ritrovato in questo espatrio alcune caratteristiche che avevano fortemente connotato i miei primi periodi all’estero.

Una delle cose che ho realizzato abbastanza rapidamente è che qui, a differenza dell’America Latina, la propria incolumità fisica non è minacciata da assalti, furti a mano armata, scippi o violenze sessuali, ma è legata sostanzialmente al trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.  Il trauma degli attacchi suicida di qualche anno fa non è del tutto assorbito, e molti – soprattutto espatriati – evitano di usare gli autobus israeliani o di frequentare luoghi di aggregazione molto noti. In realtà sono tante le situazioni e molti i luoghi che andrebbero evitati a seconda di come gira il vento (della tensione politica), e ci vuole, come sempre, un po’ di pratica e un buon network per potersi organizzare. Ho però cominciato a scrivere questo articolo perché mi interessa parlare di come reagiscono le famiglie quando si trovano a vivere in contesti di conflitto, di come possono instaurare una quotidianità nel mezzo di tensioni politiche, dei sentimenti e delle ragioni che muovono i genitori nel concedere o non concedere spazi di libertà ai propri figli.

Una strada a Silwan

Una strada a Silwan

Creare e mantenere una routine a livello famigliare in espatrio è fondamentale per il benessere psicologico di tutti i membri. In contesti di conflitto la cosa è però fortemente disturbata da quelli che possono essere gli accadimenti non previsti che si presentano all’ultimo e cambiano la geografia della giornata. Un esempio? Un paio di mesi fa mio figlio festeggiava i suoi quattordici anni. Da tempo aveva invitato un bel gruppo di amici, e ci aveva chiesto di lasciarli soli in casa. Un desiderio normale e legittimo per un ragazzino di quell’età, al quale abbiamo risposto positivamente, tenuto conto anche del suo recente arrivo e del bisogno di consolidare le nuove amicizie. Il giorno prima della festa (che cadeva di venerdì, quindi vacanza per i musulmani) due palestinesi erano stati uccisi a Silwan, un quartiere di Gerusalemme Est sul quale ci sono piani molto avanzati di costruzione di case da parte della municipalità israeliana. La tensione sale rapidamente, quando accadono cose di questo tipo, e soprattutto quando coincidono con un venerdì di festa, in cui i musulmani di Gerusalemme Est si recano alla città vecchia a pregare, creando quelle che l’esercito israeliano considera pericolose aggregazioni.

Già dal mattino, infatti,  sopra alla città vecchia troneggiava lo Zeppelin che le forze israeliane usano per fotografare da distanza ravvicinata tutti i movimenti anche nelle viuzze più nascoste. L’elicottero sorvolava senza sosta. Tutto faceva pensare insomma che quello era il giorno meno indicato per andarsene a zonzo. Ma non potevamo deludere nostro figlio e così, alle cinque del pomeriggio, quando sono arrivati i suoi amici, io e mio marito siamo saliti in macchina e ci siamo guardati: “dove andiamo?”. Lo Shabbat era già cominciato e a Gerusalemme ovest tutto era chiuso. Del resto è buona prassi non recarsi all’ovest di Shabbat, per evitare di ritrovarsi tra assembramenti di ebrei ultraortodossi, tantomeno nei loro quartieri, dove chi guida in quelle giornate può ritrovarsi sotto un fuoco di pietre.

Gerusalemme est era l’alternativa, ma lì stavano festeggiando il venerdì, severamente controllati dagli israeliani, che tutto sono fuorché teneri quando irrompe il primo moto di scontento. Alla fine ci siamo “rifugiati” nell’American Colony, uno dei più begli hotel di Gerusalemme, nella zona est, e siamo anche riusciti a rilassarci leggendo nel suo bel patio fiorito. Ma il retrogusto d’insicurezza e tensione pesava dentro di noi e sul compleanno di nostro figlio, che per fortuna sapevamo al sicuro in casa nostra.

I quartieri di Gerusalemme est e il muro di separazione

I quartieri di Gerusalemme est e il muro di separazione

Altro discorso è invece quando ad andare in giro è lui, mentre noi lo aspettiamo, con livelli di ansia più o meno controllati. Quattordici anni sono sufficienti perché un ragazzino possa stare in città con gli amici, andare a mangiare una pizza con loro, e anche bivaccare in qualche parco cittadino. In Italia i pericoli sarebbero probabilmente diversi, e le nostre ansie si concentrerebbero su altre sfere. Qui qualche tempo fa abbiamo saputo che in un parco del centro di Gerusalemme, che è proprio il parco in cui Mattia va tutti i fine settimana con il suo gruppo di amici, delle gang di giovani israeliani assalivano e pestavano i malcapitati arabi che incontravano sul loro cammino.

L’articolo che informava della cosa riportava già tre assalti molto violenti, e l’impotenza della polizia ad intervenire, a causa della repentinità delle azioni. Nel gruppo di amici di Mattia ci sono francofoni e palestinesi in parti uguali, e lui stesso potrebbe tranquillamente passare come appartenente a un gruppo o all’altro. Naturalmente appena ci siamo accorti della situazione abbiamo parlato con Mattia e abbiamo ritagliato l’articolo che riguardava gli assalti al parco, perchè lui potesse portarlo a scuola e commentarlo con gli amici. Per un breve periodo il gruppo si è spostato in un altro parco, più vicino alla casa di un compagno e quindi più accessibile da parte di alcuni genitori in caso di problemi, ma l’attrazione verso il parco più grande, più vicino alla scuola e più famigliare a tutti loro è molto forte, e calmatesi le acque, è stato un attimo tornare a transitare sull’erba di quel luogo che a noi continua, ovviamente, a mettere una forte ansia.

Il punto è che bisogna trovare un equilibrio tra la necessità di concedere al ragazzino il giusto spazio per crescere, per rendersi autonomo e vivere le sue esperienze (compreso fare i suoi errori) e il garantirgli incolumità ed evitargli di passare attraverso esperienze troppo traumatiche. E’ già difficile farlo in contesti noti e appresi con una certa continuità, figuriamoci in zone culturali e politiche delle quali fino a poco tempo prima si sapeva quanto accadeva solo attraverso la lente dei media.

contesti di conflitto3Come tutti i genitori in questo tipo di situazioni – e vi assicuro che il confronto tra genitori espatriati su questo tema è altissimo – la prima cosa sulla quale ci siamo concentrati è stata la ricerca di una casa che desse a nostro figlio (e a noi) un senso di sicurezza. Un luogo lontano dai quartieri “caldi”, che potesse alla lunga costituire un’oasi dal continuo stillicidio di notizie, accadimenti e ingiustizie alle quali si assiste impotenti giorno dopo giorno da queste parti. Una casa che difficilmente si troverà mai coinvolta in scontri, lanci di pietre, spari e candelotti, perché è in un punto in cui la gente, se non la conosce, semplicemente non arriva. Una casa a cui facciamo ritorno ogni volta in cui ci viene segnalato che c’è tensione in città ed è meglio non stare in giro.

L’altra cosa che non abbiamo mai tralasciato di fare è di parlare costantemente con nostro figlio, mantenendolo aggiornato su tutto quello che accade e assicurandoci che afferri appieno quelli che possono essere i rischi che lui – come ragazzino straniero ma dall’aspetto facilmente assimilabile a….tutti i gruppi culturali del luogo ! – corre concretamente. Compito piuttosto arduo trattandosi di un adolescente (e che adolescente!), che di fronte a certe cose non vuol sentire ragione. Se nella sua baldanza gli prende l’estro di camminare per il centro di Gerusalemme Ovest urlando slogan in arabo con i suoi amici, a noi vengono i sudori freddi lungo la schiena e cerchiamo di spiegargli che far questo è molto pericoloso (per una serie di motivi per i quali lui è perfettamente informato), stando attenti però a non ferire il suo amor proprio e a non castrare la formazione delle sue idee e delle sue posizioni personali.

Per il resto, ci armiamo, come abbiamo sempre fatto del resto, di una buona dose di filosofia e fatalismo, la stessa che applicavamo a Bissau quando il nostro primogenito, che allora aveva un anno, aveva la febbre a 40° e non sapevamo se aveva preso la malaria, o quando a Brazzaville abbiamo saputo che era scoppiata la guerra civile. Quando – per scelta o no – si impone ai propri figli di vivere in contesti nei quali la loro incolumità fisica e psichica viene messa a repentaglio, è necessario trovare delle giustificazioni forti dentro di sé, appellarsi a dei valori importanti, che aiutino la famiglia a superare il senso di disagio (e di colpa) che viene dal vedere i propri figli costretti a situazioni che non avrebbero certo dovuto affrontare se non li si fosse portati proprio in quel posto lì.

Personalmente mi sono sempre detta che se si vuole crescere (e crescere i propri figli/e) nel mondo, per forza di cose bisogna condividere almeno una parte di quelle che sono le tensioni tipiche o le problematiche del luogo. Il compito arduo che spetta alla famiglia espatriata in questi contesti è trovare l’equilibrio tra la propria serenità e incolumità, l’esposizione a realtà atipiche e che potrebbero spesso sforare in situazioni drammatiche o violente, e la conservazione delle proprie motivazioni in questo tortuoso percorso.

Claudiaexpat
Gerusalemme
Dicembre 2010

 

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