Home > Uomini Expat > Un ingegnere in espatrio: la storia di Giuseppe

Ho conosciuto Giuseppe quando ancora vivevamo entrambi a Milano e non sapevamo che il nostro futuro si sarebbe plasmato su un grande elemento comune: l’espatrio. Nel corso degli ultimi vent’anni ho incontrato Giuseppe in poche occasioni a Milano, città natale di entrambi, e con sporadiche mail che a vicenda ci notificavano vari cambi paese e nascite figli. E’ stata con una di queste mail che abbiamo riallacciato i contatti, e ho avuto l’idea di chiedere a Giuseppe di raccontarci la sua esperienza di ingegnere in espatrio. Eccovela.

Claudiaexpat

 

Ci puoi riassumere il tuo percorso di vita all’estero? Quando sei partito, paesi in cui hai lavorato, dove sono nati i tuoi figli, etc.

Dopo la laurea ho lavorato 6 mesi nella sede centrale della mia ditta in stage (Giuseppe è ingegnere, n.d.r.) e poi sono partito per il mio primo cantiere nel giugno 1982, nel sud dell’Argentina, vicino a San Carlos di Bariloche in Patagonia. Ho quindi fatto un altro cantiere e sono rimasto al sud in totale 6 anni. Un freddo cane.

ingegnere in espatrio

Tutto comincia qui… (treno in Patagonia)

Mi sono poi trasferito al nord dell’Argentina al confine con il Paraguay, dove sono stato tre anni, a tre ore di macchina dalle cascate dell’Iguazu. Dopo, 9 anni in Cina, prima “vicino” a Kunming (8 ore di treno) e poi in città a Shanghai per altri 4 anni, con periodi nel nord della Cina, Nepal, Pakistan, India.

Dopo un breve periodo di ritorno in Italia mi sono trasferito negli USA dove sono stato quasi cinque anni sulla costa ovest, a Portland. Da un paio di mesi mi sono trasferito ad Atene.

Ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie in una colonia tedesca in mezzo alla Patagonia, un posto bellissimo chiamato Paso Flores. Mia moglie è argentina, di discendenza genovese. I miei figli sono nati a Buenos Aires.

Io che ti conosco personalmente so che l’impegno politico ha avuto una parte importante nella tua vita in Italia. Il fatto di partire a lavorare all’estero è in qualche modo legato a una delusione politica che credo che molti di noi abbiano sentito in quei cupi anni ottanta? La scelta di partire all’estero è anche stata un po’ “ideologica” ?

Sicuramente. Avevo fatto l’università nel periodo ’76-’81 e quindi vissi in prima persona i momenti esaltanti del ’77 e poi quelli più pesanti del ’78-’79-’80. Nel 1981/1982 il movimento nato nel ‘77 sparì per effetto di varie ragioni. A quel punto avevo voglia di andare a fare una vita più “rustica”, in qualche modo di “ricominciare”, e ho avuto l’occasione di fare il lavoro che mi piace per un’azienda che mi permette di svolgerlo ad alto livello, in cantieri grandi ed unici.

ingegnere in espatrio

Giuseppe con un caro amico in una foto di qualche anno fa

Quale dei paesi in cui hai vissuto ti ha marcato più profondamente?

Tutti, in realtà. Non c’è paese che non mi abbia marcato. Forse però i primi anni in Cina sono quelli che mi hanno segnato di più. Ero affascinato dal dover vedere tutto con occhi così diversi. L’Argentina sì era diversa dall’Italia ma la Cina, quella Cina dei paesotti in montagna, delle risaie a terrazze, dei taxi-sidecar, dei maiali portati in bicicletta, delle riunioni interminabili con gli ingegneri cinesi, quella Cina era veramente inimmaginabile.

Voi avete fatto una pausa a Milano, ad un certo punto. Come ti è sembrato in quel momento reintegrarti nella realtà lavorativa e sociale milanese? Anche se immagino che il fatto di sapere che era solo una pausa temporanea abbia contribuito a farvi vivere la cosa in maniera un po’ particolare.

Siamo stati a Milano due anni, ma non sapevamo sarebbe stato temporaneo. Dal punto di vista lavorativo, la realtà di una sede centrale è molto diversa da una sede periferica dove si è più autonomi, si spazia tra più funzioni e si è più responsabilizzati. Una sede centrale è un posto dove le regole sono più definite, per forza di cose. Quindi dopo tanti anni di estero è abbastanza comune sentirsi un po’ “ingabbiati” in sede. Quando mi hanno proposto di ripartire per gli States, Rupe ed io abbiamo accettato volentieri.

…vedo i miei figli che hanno avuto amici di tutti le nazionalità, razze e colori, senza aver mai neanche avuto la percezione della differenza, e sono cresciuti senza pregiudizi e con una mentalità aperta.

Dal punto di vista sociale, ovviamente pesa rincominciare sempre da capo. Ho pochi amici e Rupe quasi nessuno. Magari mi sbaglierò, ma penso che da questo punto di vista il nomadismo lavorativo fa diventare il legame di coppia e di famiglia molto più intenso, nel bene e nel male.

I tuoi figli: dei veri cittadini del mondo. Le paure classiche dei genitori che impongono ai propri figli di vivere sradicandosi costantemente sono di aver allevato dei perenni nomadi, unsettled, inquieti e con un’ansia da “non appartenenza” che influirà sulle loro relazioni e la loro realtà futura. Però questo tipo di vita crea sicuramente delle persone aperte, elastiche, adattabili, di una ricchezza culturale vastissima. Qual è la tua esperienza (o quella dei tuoi figli?)

Anch’io sono figlio di nomade con vari spostamenti ed esperienze ed ho incomiciato a vivere “da solo” (in collegio) a 14 anni. Quindi qualcosa so delle difficoltà dei cambiamenti e della mancanza di radici. E’ indubbio che è piu facile portare in giro i ragazzini da piccoli ed è piu difficile dopo i dieci anni. I miei ragazzi hanno passato momenti di crisi dopo dei cambiamenti, ma ho anche visto la loro capacità di recupero e di rafforzamento. D’altra parte ci sono dei cambiamenti forzati alla fine di certi cicli (il liceo o l’inizio dell’università) e se si riesce a far coincidere il cambio con il completamento di questi cicli forse si riesce ad attutire l’urto. Però quando mi capita di fare un paragone, vedo i miei figli che hanno avuto amici di tutti le nazionalità, razze e colori, senza aver mai neanche avuto la percezione della differenza, e sono cresciuti senza pregiudizi e con una mentalità aperta. Credo che questo patrimonio intrinseco li renda più liberi.

D’altra parte l’Italia è un paese bellissimo, la natura, l’architettura delle città antiche sono uniche. Esiste un paese con tre gioielli come Roma, Firenze e Venezia?

Una domanda un po’ scontata ma te la faccio perchè mi interessa tantissimo il “trend” degli espatriati in questo momento: come vedi l’Italia? Ci torneresti a vivere?

Fino a poco tempo fa, stando negli USA, vedevo e sentivo poco dell’Italia – leggo il giornale via web. La politica italiana mi annoia profondamente, la polemica continua di tutti con tutti mi fa pensare alle liti tra portinaie (con tutto il rispetto per le portinaie), ed è assolutamente incomprensibile agli occhi di un non-italiano (commento normale dei miei colleghi americani). Adesso che vado in Italia un po’ più spesso devo dire che trovo – a prima vista per lo meno – una società che mi sembra più superficiale, più ancorata all’ostentazione. Sono anche stato impressionato dallo stato di congestione e dallo smog di Milano.
D’altra parte l’Italia è un paese bellissimo, la natura, l’architettura delle città antiche sono uniche. Esiste un paese con tre gioielli come Roma, Firenze e Venezia?
Quindi: tornare a vivere in Italia? Sì, credo di sì, ma non come l’unico posto possibile e definitivo.

Grazie Giuseppe, e tantissimi auguri per questa tua nuova fetta di vita nel tuo quarto continente!!!!

 

Intervista a cura di Claudia Landini (Claudiaexpat)
Gennaio 2007
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