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State per leggere l’appassionante storia di un fotografo nomade, e del suo incontro con un personaggio che ha marcato la storia.

 

Conosco Lorenzo da tanti anni. Ci siamo incontrati in America Latina nel 2007, l’epoca della prima intervista per Expatclic, e non ci siamo più persi di vista. Apprezzo enormemente il lavoro di Lorenzo, che ritengo uno dei fotografi più audaci, completi e intensi che abbia mai conosciuto. Definirlo fotografo è comunque riduttivo. Lorenzo recentemente si è dedicato sempre di più alla sua vera passione, la videocamera, producendo bellissimi documentari di cui firma anche la colonna sonora.

Gli ho chiesto di raccontarci come si è sentito a lasciare il Cile, dove aveva vissuto e lavorato per anni, e quali sono state le sfide più grandi per lui e la sua famiglia. L’ho fatto non solo perché penso che la sua esperienza personale e professionale sia interessante e trovi in Expatclic il suo ambiente ideale, ma anche e soprattutto perché l’ultimo lavoro di Lorenzo mi ha profondamente commossa e voglio fare di tutto per aiutarlo a portarlo a termine. Il documentario che Lorenzo sta producendo sulla vita di Gerry Conlon ha radici lontane, come leggerete. E’ un prodotto unico perché, come tutti i lavori di Lorenzo, si basa su un’intesa e un rispetto umano fuori dal comune. Trovo che guardare le foto, i documentari e i libri di Lorenzo sia un meraviglioso viaggio nel mondo che ci circonda; ascoltarlo raccontare quello che c’è dietro ai suoi lavori è privilegio che sono felice di dividere con voi.

Vi prego, se potete, di sostenere Lorenzo e il documentario su Gerry Conlon con una donazione (anche piccola) sulla sua pagina di raccolta fondi, dove potete anche vedere il trailer del documentario. Vi chiedo anche di far circolare questo articolo di modo che raggiunga il più grande numero di persone, tra le quali potrebbe esserci qualcuno interessato a sostenere questo importante lavoro.

Questa è la pagina per donarehttps://www.indiegogo.com/projects/in-the-name-of-gerry-conlon
Questo il sito web di Lorenzo: http://lorenzomoscia.com

Grazie Lorenzo e grazie a tutte voi,

Claudiaexpat
Marzo 2015

 

Lorenzo a Rapa Nui

Lorenzo a Rapa Nui

Abbiamo lasciato il Cile nel 2012, dopo 15 anni. Lo abbiamo fatto per cercare di “aprire” un po’ la testa ai bambini, e non ti nascondo che aver conosciuto te, Giorgio e i tuoi figli mi ha ispirato notevolmente. Quando si cambia paese si soffre e soprattutto i bambini ne sentono le conseguenze, ma è la cosa migliore per dar loro maturità e apertura mentale. Diciamo pure che il Cile iniziava a starmi un po’ stretto. É un paese fantastico, con una natura allucinante, estrema e differente, che a me ha dato tantissimo. Ma è come un’isola. Da un lato le Ande e dall’altro 4500 km di mare. Il Cile è stato per tanti anni la base per potermi lanciare in avventure fotogiornalistiche in America Latina, ma provare ad addentrarsi in altre mete era proibitivo sia per i costi che per i tempi. Un biglietto per il Cile dall’Italia costa più che uno per l’Australia. Quando con un collega cileno siamo andati in Libia durante la guerra civile, ci siamo ripagati a malapena il biglietto e le altre spese. Eppure abbiamo venduto parecchio. Diciamo che già verso il 2009 ho iniziato a sentire il richiamo di casa soprattutto per raggiungere mete che dal Cile era difficile raggiungere.

Molti, soprattutto all’inizio quando sentivano del mio ritorno in piena crisi, mi guardavano con facce incredule. Il 2012 però era l’ultimo anno utile per ritornare perché il nostro primogenito compiva 12 anni e aspettare ancora sarebbe stato emotivamente troppo duro per lui. In ogni caso quella con il Cile non è stata una rottura definitiva e se avessi dovuto far coincidere il mio ritorno con un miglioramento della situazione economica, non lo avrei più fatto. Aver vissuto a lungo all’estero mi fa apprezzare ciò che di buono l’Italia ha da offrire. La sua cultura, il suo passato, il cibo. So che sono luoghi comuni ma preferisco vedere quelli piuttosto che il continuo stato di depressione e l’umore rassegnato che ci circondano. Diciamo che l’unica maniera per vivere tutto ciò è accettarlo come una nuova avventura, cercando di raccontare storie che prima mi sarebbe stato impossibile fare.

Dal punto di vista del lavoro ho continuato a collaborare con un paio di riviste cilene e con un’agenzia argentina e un’americana. Dal 2012 ho realizzato parecchi reportage sia in Italia che in Europa, ho collaborato con qualche agenzia e rivista italiana, ma non è una cosa che proprio cerco visto che sono quelli che pagano sempre meno di tutti e con il maggiore ritardo.

I figli di Lorenzo e Colette

I figli di Lorenzo e Colette

I bambini, soprattutto i due più grandi, hanno sofferto parecchio all’inizio. La separazione dagli amici ovviamente è stato lo scoglio più duro. Ora il primo parla già praticamente romanaccio ;), va al primo anno del liceo artistico, cosa che, chissà, in Cile non sarebbe stata così completa come studiare arte nella città eterna. La seconda ha fatto un tema qualche mese fa, dove dichiarava di sentire di aver vinto la sua sfida più grande, quella di cambiare paese, appunto.

Rispetto alla nostra ultima intervista del 2007 credo di essere maturato nella scelta dei soggetti che tratto e nello svolgimento del lavoro. Ora cerco di scrivere più di prima. Ti confesso che ho anche molta più paura e cerco di evitare posti pericolosi; anche se non sono mai stato un vero fotografo di guerra, se ripenso ai miei giorni in Haiti con le truppe cilene o nelle favelas di Rio o a bordo di una volante della polizia a Santiago riconosco che avevo molto più pelo sullo stomaco, forse mi muovevo in maniera più azzardata. In questi anni ci sono stati anche periodi bui caratterizzati da mancanza d’ispirazione e/o di finanze. Ma la bellezza di poter raccontare storie sia fotograficamente che con una videocamera credo non abbia eguali, almeno per me.

Differenze sul mio “modus operandi” rispetto al Cile? Lì usavo più la macchina, qui l’areo…ma per il resto è lo stesso. Se si tratta di un incarico, a volte per Greenpeace Italia, altre per una rivista cilena, cerco di svolgerlo come vogliono loro, lasciando poco spazio all’improvvisazione. Se si tratta di un lavoro freelance allora rischio un po’ di più, come quando sono partito per le Filippine solo perché avevo un contatto a Manila e perché il biglietto costava poco. Mi sono nutrito di riso e coca-cola per una settimana ma grazie al cielo ho trovato una famiglia fantastica che mi ha ospitato a Tacloban e dopo qualche giorno sono iniziati a piovere gli incarichi per una rivista francese che inviava un giornalista e mi chiedeva di accompagnarlo, e poi per una rivista cilena.

Per quanto riguarda Gerry Conlon, diciamo che è stata una presenza quasi quotidiana nella mia vita per gli ultimi 20 anni. Anche prima di conoscerlo personalmente.

Come molti, ho conosciuto la sua storia nel 93 attraverso il film “Nel nome del Padre”. Ma ciò che ha veramente aumentato tantissimo la mia stima nei suoi confronti e mi ha fatto venire una voglia matta di conoscerlo è stato leggere il libro che Gerry ha scritto appena uscito dal carcere, “Innocence proved”, e che ha ispirato il famoso film.

Era il ‘95, io studiavo legge e mi trovavo a Madrid per l’Erasmus; la mia fidanzata era una ragazza inglese di Manchester. Quando l’andavo a trovare passavo le giornate nelle biblioteche ricercando articoli sul caso di Gerry Conlon e dei 4 di Guildford. Stampai la prima pagina di un quotidiano con la foto di Conlon all’uscita del carcere che poi mi ha accompagnato sulla mia scrivania fino al giorno della laurea, in legge appunto. Non avrei mai immaginato che diciotto anni dopo Gerry Conlon mi avrebbe firmato proprio quella fotocopia con tanto di dedica.

Proprio durante i primi mesi del mio ritorno in Italia, e guardandomi intorno alla ricerca di storie nelle vicinanze, mi sono ricordato di Conlon e dopo un paio di mail ad amici fotografi e giornalisti irlandesi sono risalito al suo cellulare. L’ho chiamato e Gerry ha accettato di incontrarmi a Belfast per un’intervista.

Non dimenticherò mai il momento in cui l’ho incontrato, mi sembrava di averlo conosciuto per tutta la vita.

 

Lo

 

Lui aveva accettato di rilasciarmi un’intervista di un paio d’ore in un pub, ma dopo mi ha invitato a casa sua anche nei giorni successivi; credo che abbia perso un po’ la mancanza di fiducia che aveva nei miei confronti e si sia aperto giorno dopo giorno. Un sabato mi ha invitato a casa sua a vedere il Manchester United (la sua squadra del cuore) contro il Liverpool con un paio di amici ex galeotti. In quell’occasione mi ha chiesto di spegnere telecamera e macchina fotografica e ho capito che ero stato accettato nella sua cerchia di amici.

Con il passare dei giorni ho smesso di vederlo come Daniel Day Lewis che lo interpreta nel film, come il ragazzo (aveva 35 anni quando è uscito dal carcere dopo quindici trascorsi dentro pur essendo innocente) che esce dal tribunale rivendicando la sua innocenza con il pugno alzato pieno di rabbia ed euforia, ed è apparso un uomo di 60 anni che ancora lottava con i fantasmi del suo passato. Un uomo a cui è stato fatto un torto troppo grande, un uomo che ha pensato al suicidio e a cui le scuse di Blair, la fama e i soldi non sono riusciti a curare una ferita troppo profonda. Come lui stesso dice nel documentario, “Quando ero in carcere dovevo lottare per uscire e per pulire il nome di mio padre, ma una volta fuori tutte le torture subite, la paura e lo stress di quei quindici anni di terrore sono riapparsi“. Non dimentichiamoci che un prigioniero nordirlandese nelle carceri inglesi in quegli anni aveva più possibilità di essere ucciso che un prigioniero normale.

Per chi è cattolico credere che il Signore non ti manda mai più di quello che puoi sopportare a volte aiuta.  Credo che Conlon sia arrivato molto, molto vicino a questo limite e forse lo ha anche superato ed è riuscito ad andare avanti in qualche modo.

Non l’ho intervistato con la videocamere pensando ad un documentario, ma per poter riguardarmi le interviste per scrivere un articolo. Cosa che poi ho fatto. Quando ho sentito della sua morte ho cercato di ricostruire la sua storia utilizzando quelle interviste. Non ho curato l’inquadratura, per questo credo sia stato possibile raggiungere quel grado di intimità. La telecamera era semplicemente appoggiata sul tavolo della cucina sopra un pacchetto di sigarette. Gerry Conlon era un grande oratore, di fatto negli ultimi anni ha dato conferenze in giro per il mondo portando la sua esperienza al servizio dei diritti civili e alla protezione di persone travolte da errori giudiziari. Era anche una persona estremamente generosa. Sia quando era un ladruncolo nella Belfast primi anni settanta che quando, coccolato da Hollywood se ne andava in Jamaica per qualche settimana accompagnato da quattro quinti dei suoi amici di infanzia a cui pagava tutte le spese. É un’onore poter aver passato qualche giorno con lui ed è un onore ancora più grande realizzare questo documentario per poter tramandare la sua storia e far conoscere che tipo di persona era Gerry Conlon.

 

Lorenzo Moscia
Roma, Italia
Marzo 2015