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Spostando questo articolo sulla nuova versione di Expatclic, mi sono resa conto di come il tempo corra più in fretta del nostro lavoro sul sito. All’epoca di quest’intervista Tatiana stava per lasciare il Perù e si augurava di trovare lavoro in un paese dove c’era la zia Claudiaexpat 🙂 – beh, ce l’ha fatta! Tatiana mi ha infatti raggiunta a Gerusalemme nel 2011, e abbiamo avuto la fortuna di trascorrere tre anni pieni insieme – un privilegio non sempre scontato in questo mondo di vagabondi… Tatiana è ancora a Gerusalemme e lavora  per la stessa OnG per cui lavorava in Perù. Il primo ad avere un contratto in Palestina è stato suo marito, e lei è seguita a ruota. Ora lui lavora a contratti a termine e ha accumulato esperienza in diversi contesti. Quindi se state pensando a una vita nell’ambito della cooperazione, con dei figli, e mantenendo una carriera parallela a quella del vostro partner/marito, l’esperienza di Tatiana ci insegna: Yes we can! Buona lettura e ciao Tatiana, spero tanto che le nostre strade si incroceranno ancora presto!

Claudiaexpat
Aprile 2015

 

Intervista originale

 

Tatiana è una mia grandissima amica. L’ho conosciuta a Lima, dove lei lavorava per una Ong italiana, e siamo rimaste in contatto anche dopo la mia partenza dal Perù. Ho pensato a lei per questo aggiornamento speciale sulla professionalità in espatrio perchè la sua esperienza sarà sicuramente interessante per molti. Tatiana ha due figlie, una vasta esperienza di lavoro nell’ambito della cooperazione, ed è simpaticissima. Grazie Tatiana!!!

Claudiaexpat
Giugno 2010

 

Quando hai scelto il tuo corso di studi a Torino, avevi già chiaro cosa avresti fatto da grande? 

Non proprio: pensavo a una carriera internazionale ma forse più in ambito istituzionale/diplomatico. Allora non si parlava ancora molto di OnG, no profit, sviluppo, aiuto umanitario come si fa oggi: anche se, per raccontarti un aneddoto, quando ho fatto l’amniocentesi nel 2007 ero appena tornata in Italia dallo Sri Lanka dove seguivo progetti di ricostruzione post-tsunami, e il medico mi ha chiesto cosa facevo in Sri Lanka e quando gli ho detto che lavoravo con un’OnG mi ha guardato stranito, ha glissato, salvo poi canzonarmi dopo qualche minuto con una frase del tipo “beh… sì… lei che stava in Sri Lanka , lì con una OGM…” (voleva fare lo spiritoso, il genialone). Questo per dirti che ancora adesso c’è un po’ di confusione su quello che facciamo… credo che neanche i miei l’abbiano ancora capito bene… Per un periodo per spiegare il mio lavoro dicevo : “hai presente quelle 2 Simone che hanno rapito in Iraq? Beh, io faccio quel lavoro lì” “Il rapitore?!” “ma, noooo: la cooperante”. Infine mille volte cercando di spiegarlo, la gente mi ha chiesto “sei un’infermiera?”. Nota bene: non mi hanno MAI chiesto se sono un medico! Deve essere per l’aria sbarazzina, ma è indicativo su come gli altri mi vedono, no?!

 

professione cooperante

Tatiana e Claudiaexpat a Lima

 

Tornando alla domanda, durante il liceo pensavo di dedicare un anno al volontariato prima di iniziare l’università, dato che avevo iniziato prima la scuola e avrei finito prima ancora di compiere 18 anni, poi non l’ho fatto, al contrario mi sono iscritta all’università e mi sono messa a cercare un lavoro e ho iniziato la triste vita dello studente–lavoratore, cioè facevo male entrambe le cose…

Comunque, alla fine dell’università ho scoperto un corso post-laurea di specializzazione in aiuti umanitari e mi sono iscritta alle selezioni: credo che frequentando il corso ho veramente realizzato che quello era il lavoro che volevo, ero tra i più determinati tra i miei compagni ad entrare nel mondo delle OnG. Forse anche perché per fare il corso mi facevo un discreto mazzo: dato che stavo ancora lavorando nel mio vecchio posto, avevo chiesto di lavorare 10 ore il sabato e 10 ore la domenica (lavoravo per un tour operator : avevo ottenuto un part-time in un ufficio che era operativo anche i fine settimana e colmavo le ore mancanti con ferie) e poi dal lunedì al venerdì mi fiondavo a Torino al corso che aveva obbligo di frequenza. Sono stati mesi frenetici, pensa che ho iniziato a bere caffè (che prima odiavo) per evitare la narcolessia in classe o in ufficio, ma è stato un periodo bellissimo, mi sentivo così viva, come mai mi ero sentita prima nella nebulosa della facoltà e sul lavoro.

Come sei entrata nel giro delle ong? 

Dopo qualche mese dalla fine del corso ho chiesto un’aspettativa dal lavoro e sono andata come volontaria in Ecuador con una OnG italiana. Poi sono tornata in Italia al mio vecchio lavoro, ma ormai la passione era da un’altra parte, così ho richiesto un’altra lunga aspettativa e me ne sono andata  in Marocco per un progetto di emergenza post- terremoto, poi in Palestina a fare sviluppo della micro-impresa femminile nei Territori Occupati, e, dopo aver dato le dimissioni definitivamente, in Sri Lanka per progetti di emergenza post-tsunami e poi in Perù a fare progetti di sviluppo.

Con che figura professionale hai lavorato nei vari paesi? 

La lenta ascesa…: in Ecuador ero volontaria, in Marocco Project Assistant, in Palestina Project Manager, in Sri Lanka Country administrator, in Perù Country administrator su 4 uffici e 3 imprese sociali. Queste sono le definizioni sui miei contratti: ma si sa che quando uno lavora per un’OnG deve gestire mille cose: interagire un giorno con la signora a cui è crollata la casa e il giorno dopo con il ministro dell’istruzione per decidere dove ricostruire la tal scuola, tenere i serpenti lontani dall’ufficio e guidare un van da 10 posti per strade larghe come una mulattiera, attraversate da elefanti e magari passare a pochi minuti dall’esplosione di una bomba su un bus militare. Ti assicuro che tutto ciò mi è successo davvero e molto di più. Quindi non bisogna fidarsi troppo di quello che dice una job description: anche perché quando uno è all’estero con un’OnG spesso si ritrova a fare molte più cose di quelle che pensava e deve rimboccarsi le maniche e farle perché è lì da solo (o con pochi altri colleghi espatriati) a mandare avanti una struttura che si occupa di tante cose e sovente in un contesto complesso.

 

professione cooperante

Tatiana coi suoi colleghi in Sri Lanka

 

Quali sono le sfide nel lavorare in ambito umanitario, sia a livello professionale che personale? 

La sfida principale è quella che ti dicevo prima: devi saper adattarti ogni volta, dato che si cambia sempre paese, tipo di progetti, collaboratori, oltre a dover conoscere alla perfezione regole dei donatori e dell’Ong per cui lavori. Questo influisce sia sul lavoro che sulla vita personale: ci vuole dinamismo, adattabilità, serietà e molto impegno… insomma bisogna un po’ crederci in quello che stai facendo altrimenti te ne stai a casa tranquillo e beato, senza rinunciare ai comfort di vivere nel “primo mondo”.

Cosa consiglieresti a dei/delle giovani che si affacciano al mondo del lavoro e desiderano lavorare in ambito umanitario?

Tatiana con Cecilia e Caterina in Perù

Tatiana con Cecilia e Caterina in Perù

Dal punto di vista pratico credo che la cosa migliore per entrare nel mondo della cooperazione è iniziare presto con il volontariato durante il corso di studi, così ci si fa conoscere e si dimostrano le proprie qualità, primo perché si tratta ancora di un settore abbastanza informale per cui è più facile entrare se si conosce l’ambiente, e secondo perché si tratta di un settore al momento molto in voga quindi è necessario avere qualche carta in più da giocarsi. Bisogna conoscere le lingue principali e magari specializzarsi in quello che più interessa (gestione, amministrazione, consulenza tecnica, social business, emergenza, ambiente, infanzia ecc.) e poi iniziare a testa bassa senza scomporsi davanti a pile di fotocopie, archivi, lavori semplici ecc. perché è respirando l’aria delle OnG che si impara. Infine potrebbe essere una buona idea fare una tesi di laurea “sul campo” e sul settore che più interessa.

Dal punto di vista personale bisogna valutarsi bene perché la cooperazione non è un modo per fuggire da qualcosa, come a volte succede per alcuni, è un fine. E’ un lavoro pieno di disagi e difficoltà, in cui spesso non ci sono orari e quando c’è da remare, si rema, anche perché si è spesso soli, e la solitudine è una brutta bestia. Inoltre bisogna essere pronti ad assumersi grandi responsabilità, perché sono le persone che realizzano i progetti e seguono le regole: un’idea può anche essere buona sulla carta ma se chi la realizza non è una persona capace e seria, il progetto è destinato al fallimento. Bisogna essere sempre pronti a imparare ed essere umili perché nessuno nasce “tuttologo” e questo lavoro non te lo insegna nessun  master, nessun corso di laurea ecc. è tutta questione di buon senso, capacità ed esperienza.

In che modo la grande crisi ha colpito il mondo delle ong? 

Si, anche nel mondo delle OnG si sente un po’ di crisi: i donatori stanno tagliando fondi, quindi si fanno sempre meno progetti e di conseguenza ci sono meno posti di lavoro. Inoltre è un settore che si basa soprattutto su consulenti o collaboratori a progetto, quindi è difficile diventare lavoratori dipendenti con tutto quello che questo comporta.

Hai avuto due figlie continuando a lavorare: come ti sei organizzata per non perdere il giro?

Più che dirti come mi sono organizzata (dato che mi sto ancora… organizzando…) ti racconto come ha influito sul lavoro: quando sono rimasta incinta di Caterina (la figlia number one) ero in Sri Lanka, a Trincomalee che è un paesino tamil sotto controllo singalese, ma nella zona dove (allora) c’erano attentati da parte delle tigri Tamil e rappresaglie dell’esercito governativo, a 6-7 ore di macchina da Colombo, su un percorso da videogioco. Al mio primo viaggio a Colombo (diciamo settimana 8 di gravidanza) sono finita in clinica con la classica minaccia di perdere la pupetta, così il medico mi ha tassativamente proibito di tornare a Trinco, insomma ero andata via per un paio di giorni e non sono più tornata a casa… così ho lavorato per circa 3 mesi dalla capitale, a distanza e poi me ne sono tornata in Italia. Ho ripreso a lavorare quando Caterina aveva 7 mesi, me la sono portata in Perù e l’ho affidata a una tata: il Perù è un posto davvero facile dove crescere i figli, vivevamo sopra un parco e lei passava tutto il giorno con decine di altri bebè e tate, con cui ha continuato a crescere, andare a feste, frequentare case, giocare e divertirsi tutti i giorni finchè ha iniziato il nido a 2 anni e ha dovuto “limitare” le sue sortite al “solo” pomeriggio. Così io ho continuato a lavorare finchè… è arrivata Cecilia (la figlia number two). Questa volta non sono tornata in Italia, nr. 2 è nata in Perù, ma tra gravidanza (nuovamente) a rischio, nascita prematura, maternità, allattamento ecc. non sono ancora tornata a lavorare.

Adesso la cosa si fa più complicata perchè andando via dal Perù dovremo cercare un lavoro in un paese dove le due nanette possano vivere senza troppi disagi e pericoli (cosa non sempre facile nel settore umanitario). Non ci resta che sperare che succeda un bel disastro in un qualche paese children-friendly… STO SCHERZANDO!

Purtroppo nel nostro settore non ci sono mai troppe certezze, io spero solo di ricapitare prima o poi da qualche parte dove c’è la ZIA CLAUDIAEXPAT!!!!!!!!!!