Home > Sudamerica > Guatemala > La geografia è questione di vita o di morte

Siamo sempre felici quando Marinella si mette alla tastiera perché i suoi scritti hanno qualcosa di speciale: ci scuotono, ci educano, ci insegnano, ma soprattutto ci dimostrano che nel grande regno dell’espatrio, c’è anche chi, come lei, trova un senso ancora più profondo nel mischiarsi con altre culture e legare la propria vita a quella di popoli ignorati. Questa è una riflessione di Marinella al rientro dalle sue “vacanze” in Italia, e un aggiornamento sul bellissimo progetto che Marinella sta seguendo, Alma de Colores, e che vi invitiamo a scoprire insieme a lei. Grazie Marinella! 

Siamo arrivati da poco più di un mese, e sembra di non essere mai andati via; gli occhi e la mente ormai sono così abituati al modo di essere di questa parte del mondo che, ciò che un tempo avrebbe creato panico, adesso ci fa ridere, come il tamponamento avvenuto giusto usciti dall’aeroporto. Città del Guatemala, stracarichi, un taxi che sembrava recuperato per l’occasione dalla discarica comunale, col tubo di scappamento che scaricava all’interno dell’abitacolo, motivo per cui l’autista procedeva coi finestrini abbassati, nonostante la pioggia battente…ed in mezzo alla Roosvelt, l’enorme arteria d’asfalto che attraversa Città de Guatemala un pick-up lo tampona fragorosamente. Attorno a noi il delirio, ogni sorta di mezzo a motore ci rantolava di fianco, tra il rumore assordante dei clacson, ed il tassista che inizia a discutere col malcapitato. Tutto bene, risale sull’auto e dice soddisfatto “mi ha dato 100 quetzales (10 euro) per i danni”; noi ci guardiamo, sorridiamo, e negli occhi di Elia, come spesso capita, vedo riflessa la distanza tra questo mondo e quello da cui proveniamo.

Geografia vita o morteE poi si passano, come sempre, le baracche di lamiera di fianco al terminal degli autobus; a questo invece né occhi né cuore si abituano mai. Il silenzio regna sovrano, mentre ognuno di noi osserva straziato, in silenzio, le mille strategie messe in piedi dalla gente per sopravvivere: sul bordo della strada, chi cerca di scaldare un po’ di scarti del mercato in una latta arrugginita lottando contro l’umidità impietosa delle piogge, chi sciacqua i panni in una pozza fuori dai bagni pubblici facendo attenzione a non essere sorpreso, chi dorme sotto un cartone, chi neanche con quello. E noi che? Quattro bianchi azzittiti, a  trangugiarsi silenziosi quella foto viva del mondo.

Guatemala è un paese durissimo, e rivederlo, riaunnusarlo, con lo stomaco ancora pieno di formaggio e vino, la pelle ancora viziata dal lusso italiano crea sempre una contraddizione interna forte e  dolorosa.

E’ arrivata all’attenzione della stampa internazionale l’ultima mattanza di indigeni di San Juan Sacatepec, che però invece la stampa nazionale ha venduto come “scontro tra famiglie per interessi personali”; poco importa, un po’ di post su Fb, qualche articolo impegnato, e poi tutto continuerà come prima, con una parte di mondo che affoga nel mare della povertà e dell’ingiustizia più atroce e l’altra che se ne dimentica, o che vive come se non fosse.

Ho letto il titolo che uso per questo articolo in un post relativo all’anniversario del tremendo naufragio che l’altr’anno ha segnato tanto drammaticamente il mare mediterraneo. A questo però facevano da corollario troppi, troppi commenti il cui comune denominatore era “il mondo, va così, ma noi che ne possiamo?”. Come “noi che ne possiamo”? Questo è il vero ostacolo, questo tipo di pensiero depressivo e lascivo. Ognuno di noi  può e deve, all’interno del proprio raggio d’azione impegnarsi positivamente perché questo cessi di essere, e non c’è nulla di più efficace di un sogno ed uno sforzo collettivo; ed a noi, impegnati in prima linea, come diceva uno spassosissimo collega belga, spetta il compito di raccontare, disturbando la quiete dietro la quale il sistema nasconde le proprie nefandezze, anche se la fine inevitabile è quella di essere considerati dei “guastafeste”, di essere tacciati di retorica o addirittura accusati di essere “mistificatori dell’aiuto”. Poco importa, davvero poco, quando l’altra parte del mondo ti urla  in faccia quotidianamente la sua versione dei fatti.

Abbassare lo sguardo allora, concentrarsi sul proprio raggio d’azione e lì sembra iniziare il processo di cambiamento; ed Alma de Colores, proprio questo è: un tentativo faticoso di ricostruire partendo dal basso, dalla terra, dalle persone.

 

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Abbiamo dato il giro di boa, siamo qui da ormai più della metà del tempo che ci dovremmo stare, e quest’anno sentiamo che il progetto inizia a vibrare di vita propria.

La permanenza in Italia, tanto segnata dalla malattia della mia mamma, ci ha visti meno attivi nella promozione del progetto rispetto agli anni passati, ed è stata una grande conferma l’attivismo di tante persone che si sono prodigate per promuovere eventi, vendere i prodotti, diffondere il progetto.

E  questa sensazione di maturazione del progetto l’abbiamo avuta anche di ritorno in Guatemala, dove l’ingresso di Valentina nell’equipe di Alma de Colores sta facendo davvero la differenza. Di madre italiana e padre guatemalteco, Valentina ha una sorellina, Mia, con lieve ritardo mentale, ma a parte questo, che ne fa una persona dalla sensibilità speciale, una preparazione accademica di tutto rispetto. Parla perfettamente tre lingue, e chi di voi ha accesso alla rete, avrà notato le incredibili migliorie che ha apportato alla pagina web come a quella facebook; lei è anche la responsabile del lavoro nelle “aldeas”, ovvero con quegli utenti di Alma de colores che vivono così lontano da San Juan da non poter raggiungere il laboratorio, e quindi da necessitare un piano di lavoro a domicilio.

Ma la novità direi più sensazionale è che Altra Qualità, un’agenzia di Commercio Equo e Solidale italiana,  è venuta a visitare il progetto, ne è rimasta positivamente colpita, e finalmente abbiamo il nostro primo ordine da evadere! Nel laboratorio c’è molta eccitazione, i ragazzi si portano a casa il lavoro, ridono di stanchezza, ci danno ironicamente degli schiavisti, insomma, sono persone che lavorano!

Geografia vita o morte2Altra notizia davvero positiva è che, attraverso il finanziamento di Cariplo, Regione Lombardia, e Comune di Milano parteciperemo alla realizzazione di un progetto con altre due ONG italiane che ha come obiettivo il rafforzamento delle capacità produttive dei cafficoltori guatemaltechi. A noi toccherà garantire l’accesso alle azioni del progetto alle persone con disabilità presenti nei territori d’intervento, e gestire un orto biologico didattico collegato ad un piccolo punto ristoro nel centro di San Juan…insomma il sogno di Pablo che si realizza.

E poi, scusandomi per la lungaggine, non posso non dirvi che Centro Maya ha eletto la sua nuova giunta direttiva e la notizia è che Manuel, che ho conosciuto come un bimbino timido in sedia a rotelle con le braccine paralizzate e le gambe stranamente incrociate tra di loro, oggi uomo di 19 anni, ha assunto la carica di “Vocal”. Centro Maya diventa così il primo Centro di atención a personas con discapacidad in Guatemala ad avere una persona con disabilità nel suo organo politico.

Insomma, lo sforzo di ognuno sta facendo la differenza!

In calce un grazie tutto particolare agli amici dell’Alchechengi e della Bottega dell’Altro Mercato di Biella, che ospitano esposizioni dei nostri prodotti, che, se vi va, potete avere a cambio di una donazione libera a sostegno del progetto.

Ed ora vi lascio, con le parole che Pablo ha detto la scorsa settimana in un intervento pubblico a Panajachel, in cui è stato chiamato a raccontare la sua esperienza dentro il laboratorio di Alma de Colores: “credo in Alma de Colores perché non è un regalo, non è come le caramelle che tirano dai pick-up i gringos. Da quando sono lì ho visto lasciar a casa tre compagni. Sono stati momenti duri ma educativi; Alma de colores è un’opportunità, e noi dobbiamo esserne all’altezza, e questo stimola e dignifica. Al contrario, sarebbe carità, e la carità umilia chi la riceve.”

Con mucho amor,

Marinella
San Juan La Laguna, Guatemala
Novembre 2014