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Francesca è un’italiana che dopo aver vissuto tre anni a Washington D.C. si è ristabilita in Italia. In questo articolo ci racconta come l’ha vissuta. Grazie Francesca!!
Dopo tre anni felici ed eccitanti trascorsi a Washington D.C, un master alla Georgetown University, un mondo di amici e di relazioni forti e belle, improvvisa arrivò la richiesta di rientrare.

Verso l’inizio del 2003, la carriera di mio marito era ad una svolta cruciale. Gli fu chiesto di rientrare in Italia in un ruolo di vertice, l’opportunità di una vita. Mi rendevo conto che non poteva rifiutare, che non c’era senso negli sforzi di tanti anni se non avesse accettato. Ancora una volta i miei sentimenti erano duplici: ero orgogliosa e felice per lui, se lo meritava davvero; allo stesso tempo ero profondamente triste e angosciata all’idea di rientrare in Italia, e per di più, in una città che non era la nostra, dove non conoscevamo praticamente nessuno e che non ci attraeva per niente. Con il cuore pesante finii i corsi e la tesi all’università e mi preparai per il trasloco. Non venni neppure a scegliere la casa. Lo strappo mi sembrava prematuro ed ingiusto. Proprio adesso che mi ero inserita così bene e che avevo lavorato tanto per ricrearmi un’identità, ancora una volta erano le esigenze di mio marito a prevalere. Anche le mie figlie soffrivano all’idea di un cambiamento così grande dopo soli tre anni, la più piccola specialmente. Alla sua età tre anni sono più di metà della vita e le sue radici americane erano profonde. Dopotutto aveva cominciato dall’asilo!

Il rientro in Italia è stato davvero scioccante, forse proprio perché le mie resistenze erano enormi. Ho trascorso il primo anno in un inferno, mi sentivo un alien piovuto dal cielo. Credo di aver rasentato la depressione. La nuova città non mi piaceva, mi ci perdevo, non sopportavo il rumore continuo, la mancanza di verde, lo smog asfissiante. Non avevo energie ma dovevo affrontare tutte le necessarie attività di ricostruzione della vita quotidiana per far funzionare la famiglia. Avevo sempre il nodo alla gola, ma dovevo essere forte per sostenere le ragazze. Ero molto sola. Ovviamente mio marito non c’era mai. Da subito era stato risucchiato nell’abitudine tutta italiana di stare in ufficio sino a tardi e viaggiava molto. Nonostante la posizione privilegiata in cui vivevamo ero sempre triste, piena di rabbia e di aggressività. Odiavo la casa che avevamo affittato, la sentivo fredda ed estranea. Sarei ripartita subito senza rimpianti.

Strano come si sottovaluti l’impatto del rientro. Tutti pensano che siccome torni nel tuo paese devi essere felice. E invece non appartieni più, non riesci a sopportare tante cose, piccole e grandi, (dalla sporcizia nelle strade alle macchine parcheggiate sui marciapiedi, dalla maleducazione all’assenza di regole di convivenza civile, dalle code in posta alla più stupida burocrazia e così via) forse perché hai visto che si possono fare in un altro modo, più efficiente, meno alienante. La cosa peggiore è che nessuno ti capisce. Solo chi l’ha vissuto ha un’idea di cosa ti accade dentro, gli altri ti vedono solo come una snob che decanta un mondo che non conoscono nè immaginano. Mi mancavano gli amici, la vita tranquilla e allo stesso tempo stimolante di Washington, gli scoiattoli in giardino, la mia casetta nel verde dalle cui finestre spesso vedevo i cervi, le passeggiate nei boschi e le mostre alla National Gallery, il torneo di calcio di mia figlia, la scuola, le feste, la mia libertà. Mia figlia piccola dopo due mesi dal rientro ha cominciato ad avere l’asma: inquinamento e nostalgia facevano lega.

Oltretutto, tornando in una città sconosciuta, ero di nuovo alle prese con il problema della mia collocazione professionale. Sembrava che a nessuno interessasse il fatto che avevo conseguito un master in una delle migliori università americane, e il lavoro di consulente si basa soprattutto sul network di relazioni che era praticamente inesistente per me in questa città. Mi sentivo frustrata e avvilita. Alla fine del primo anno ho subito un intervento chirurgico urgente per una vecchia ernia lombare che era letteralmente esplosa. Nessuno mi toglie dalla testa che il mio fisico aveva reagito così allo stress e all’infelicità del rientro. Adesso penso che quel periodo sia stato una sorta di “elaborazione del lutto”, che le due situazioni siano molto simili per carico emotivo e tempi di ripresa.

Dopo due anni mi sento più serena. Ancora non ho ricominciato a lavorare ai ritmi di un tempo, ma ho alcune collaborazioni interessanti. La città continua a non piacermi, ma le routine e le poche nuove amicizie smussano gli spigoli. Almeno non mi perdo piu`. Torno a Washington tre volte l’anno e ci passo almeno un mese d’estate. Sono sempre in contatto coi miei amici per telefono o email. La nostalgia è sempre dentro di me, ma almeno adesso ho smesso di essere qui e di voler costantemente essere lì, di sentirmi una persona lacerata. Ma se mi dicessero che si torna indietro, stapperei lo champagne!
Francesca
Milano, Italia
Luglio 2005

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