Home > Testimonianze > Tornare in Italia? No grazie!
tornare in italia

Ringraziamo Annalisa, grande amica di Expatclic da tanti anni, per aver condiviso questa riflessione sul perché non se la sente di tornare in Italia.

 

Sono emiliana, di Modena, ancora oggi per molti una delle zone migliori d’Italia dove crescere e vivere. E’ stato così anche per me fino ai venticinque anni poi, pian piano, ho sentito erodersi intorno a me il tessuto sociale in cui ero cresciuta, la solidarietà e la capacità di tenere al centro delle relazioni umane il valore dell’essere umano in quanto tale.

Grazie ad una borsa di studio ho avuto l’opportunità di vivere a Vienna per tre estati. Quando sono rientrata dall’ultimo soggiorno ho sentito che tornare significava perdere tempo prezioso. Non volevo sprecare anni per costruire un’ipotetica carriera universitaria che mi avrebbe richiesto sacrifici personali che non ero disposta a fare.

A trent’anni l’offerta di una collaborazione professionale al Cairo ha cambiato tutto e sono partita alla ricerca della vita che volevo costruire con le mie forze, senza la costante presenza dei genitori che adoro, ma che erano ancora troppo protettivi, troppo amorevoli e preoccupati di smussare ogni ostacolo sul mio cammino.

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Annalisa e la sua famiglia alle cascate del Niagara

L’Egitto è stata un’esperienza meravigliosa, intensa e unica perchè ho potuto mettermi alla prova per la prima volta su tutti gli aspetti della mia vita.

Lì ho anche conosciuto il mio futuro marito, espatriato anche lui dall’Austria. Ci siamo sposati al Cairo e in questa città che ancora oggi consideriamo una seconda casa, è nata la nostra prima figlia.

Da lì ci siamo spostati in Norvegia, poi in Angola dove è stata concepita la nostra seconda figlia, nata però in Italia perchè le strutture sanitarie angolane non davano sufficienti garanzie.

Sono però rientrata in Angola quando la piccola aveva tre mesi e anche lei si è innamorata di questo continente.

Dopo l’Angola abbiamo vissuto in Indonesia, e a Jakarta ho avuto la sorpresa e il piacere di incontrare Claudia di persona.

Oggi siamo in Ghana, un altro paese africano che ci ha regalato quattro splendidi anni, e ci apprestiamo ad affrontare un nuovo salto in Asia la prossima estate, per iniziare un altro capitolo e imparare qualcosa di nuovo di questo nostro mondo.

Scrivo questo articolo perchè sento sempre più spesso testimonianze di espatriati che dopo anni all’estero sono felici di tornare in Italia. Come vedete, la mia esperienza di espatrio è piuttosto lunga e variegata, ma dopo diciannove anni io non mi sento ancora pronta al rimpatrio.

Il primo motivo per cui non voglio rientrare in Italia è che nel corso degli anni la sensazione di tornare a casa in me si è affievolita costantemente. Non ritrovo più l’Italia solidale e semplice in cui sono cresciuta tra la campagna e il paese, non ritrovo la semplicità delle persone, troppo chiuse nei loro egoismi e nella paura del diverso e del futuro. Non trovo più l’amicizia dei compagni d’infanzia che ogni volta che cerco di parlare delle mie esperienze all’estero pensano che “me la tiro” o che sono matta a crescere le mie figlie in giro per il mondo.

Il fatto poi di essere agli occhi dei più “casalinga di lusso” non migliora la cosa. L’idea che molti mi rimandano è che io sia in vacanza tutto l’anno e che il doversi reinventare una vita ogni tre/quattro anni non sia uno sforzo.

Intendiamoci, io adoro quest’aspetto, il tuffarmi in una cultura nuova, scoprire la storia di un nuovo paese e selezionare il meglio per trasmetterlo alle mie figlie e a mio marito. Mi piace ascoltare le storie dei venditori e scambiare esperienze di vita con persone di diversa origine, imparare cose nuove, esplorare sapori nuovi, imparare a incespicare in altre lingue.

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Al Cairo con il padrino delle sue bambine

Da quando mi sono sposata la mia casa è dove si trova mio marito e la vera sofferenza è restare separati anche per pochi giorni o pochi mesi per noi come famiglia.

Il secondo motivo per cui al momento non voglio tornare in Italia è che la vita in espatrio sta dando alle nostre figlie l’opportunità di crescere con un’apertura mentale sul mondo intero che in Italia non vedo, meno che mai ora. Quando ascoltiamo i notiziari o commentiamo i giornali a tavola, loro non capiscono il perché di tanta paura e negatività nei confronti di chi cerca solo di migliorare le proprie vite ma purtroppo è nato dalla parte sbagliata del mondo e ha un colore di pelle diverso.

La vita all’estero e l’esperienza che ora stanno facendo in una scuola frequentata soprattutto da africani le sta rendendo sempre più consapevoli di quanto sia sbagliato il razzismo nei confronti degli esseri umani, ne soffrono e soffrono in Italia nel sentirsi circondate da questo clima di negatività e intolleranza che è presente anche nel piccolo paese dove vivono i miei genitori.

Ultimo motivo: io mi sento italiana, nel senso che sono il frutto dell’educazione che ho ricevuto in famiglia e nel mio paese in altri tempi. Ho una formazione culturale italiana che negli anni si è allargata, ma sono ben salda nelle mie radici e la vita che faccio ora mi consente di preservare questa parte e di custodirla gelosamente in me per trasmettere il meglio della mia “italianità” alle mie figlie, piano piano, assaporando il piacere del loro stupore davanti ai pezzetti d’Italia ricca di storia e cultura che trasmetto loro.

Probabilmente potrei trovare altri motivi, ma penso che questi siano i principali, quelli che mi saltano al cuore quando provo a proiettarmi nel tornare in Italia. Devo molto a questa vita in espatrio, e sono fermamente convinta che sia la scelta migliore per fare delle mie figlie due esseri umani più aperti, consapevoli, ed empatici.

 

Annalisa Malaguti
Accra, Ghana
Marzo 2019
Foto ©AnnalisaMalaguti tranne
la principale di Vincent Versluis su Unsplash

 

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One Comment, RSS

  • Stefania Scardigli

    says on:
    08/05/2019 at 4:33 AM

    Cara Annalisa, la mia esperienza di espatrio è ben più limitata della tua ma, pur nel più breve periodo, ho potuto vivere esattamente le stesse vicissitudini e sensazioni di cui tu parli: la gioia di veder crescere i figli con un’apertura al diverso che non sarebbe stata possibile in Italia, la difficoltà nel farsi comprendere o anche solo ascoltare da chi non ha esperienza di prima mano su cosa significhi smobilitare la propria vita ogni tre quattro anni, il piacere di farsi sorprendere e di imparare quando si è nella nuova destinazione. Claudia ha gentilmente ospitato su questo sito una mia riflessione sul rimpatrio e sulla fatica di un ulteriore culture shock. Personalmente rientrare è stato come stare in una stanza in penombra dopo una giornata di sole abbagliante: per un po’ l’ho trovato riposante, ma presto ho avuto voglia di tornare in piena luce. Buon espatrio! Stefania

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