Home > Africa > Angola > Esperienza in Angola, ce la racconta Lisa
esperienza in angola

Lisa è italiana e ha cominciato la sua vita in espatrio con un’esperienza in Angola. Un articolo toccante e profondo, grazie Lisa!

 

Gli inizi

Ho cominciato la vita da espatriata seguendo mio marito, che allora era solo un fidanzato, nel 2000. Paese destinato l’Angola. La guerra civile era ancora viva e i combattimenti rendevano gli spostamenti limitati e pericolosi a causa delle mine che letteralmente ricoprivano il territorio angolano.

La vita va vissuta adesso perché domani chissà.

Lui è partito prima di me, io lavoravo e studiavo per l’esame di stato. Quindi ho conosciuto questo paese prima attraverso telefonate struggenti che ci sono costate un patrimonio, poi in prima persona, trasferendomi.

La mia condizione: lavorare

Avevo posto una condizione: lavorare. Per mia fortuna il lavoro è arrivato e mi sono trovata catapultata in una realtà nuova, complessa e diversa da un giorno all’altro.

Lavoravo in un centro per bambine di strada gestito da un ong locale. Nessuno parlava inglese o italiano, solo portoghese e io ho dovuto impararlo in fretta…un’ottima scuola.

esperienza in angola

Mi guardavo attorno e mi sembrava impossibile trovarmi in Africa.  Una parte dell’Africa dove la vita non vale niente e ti ammazzano per strada solo per rubarti un orologio. Per questo motivo le emozioni, l’esistenza quotidiana sprigionano un’energia incontenibile. La vita va vissuta adesso perché domani chissà.

La malaria

Dopo un settimana dal mio arrivo visito un campo di deslocados (dalla zone di conflitto la gente scappava a piedi e cercava protezione nella capitale, accampandosi alla meno peggio nelle zone periferiche della città) alla periferia di Luanda, assistito dalla ong per cui mio marito lavorava.

esperienza in angola

Centinaia di capanne sotto il sole, senza acqua, senza cibo. E lì, seduta su una sedia di plastica offertami perché bianca e quindi privilegiata, sento le grida di una madre provenire dalla tenda adibita a ospedale pediatrico, il suo bambino è morto. La vedo scappare con questo fagotto in braccio verso il nulla.  Quelle grida non le dimenticherò mai! Mi sentivo così inutile, triste, anzi disperata.

La mia testa ha cominciato a girare e le gambe a non reggermi. Non ero mai svenuta prima di quel momento e mi sono spaventata. Sono stata soccorsa da una delle infermiere del campo che mi ha guardato in faccia e mi ha diagnosticato in due secondi la malaria.

Mai diagnosi fu più immediata e veritiera. Una malaria veramente tenace che mi ha costretto ad assumere il chinino perché resistente a ogni altro trattamento. Il chinino è altamente tossico e per due settimane mi sono sentita come in una campana di vetro. La testa sempre pesante, le orecchie rimbombavano e il mio corpo era come rallentato.

Condizioni di vita dure

esperienza in angolaAggiungiamo che vivevamo nella guest house dell’ong. Niente acqua calda, niente generatore, nessuna privacy. La luce se ne andava anche per settimane e con lei l’acqua corrente.  Quindi docce rubate ad amici o catino con acqua sporca. Cene forzatamente romantiche a lume di candela e caldo soffocante. Cucina invasa dagli scarafaggi più grandi che abbia mai visto, che scappavano al nostro passaggio infastiditi dalle torce.

Il lavoro era appassionante, per fortuna, ma la realtà in cui queste adolescenti vivevano mi lasciava sensazioni indescrivibili. Ragazzi e ragazze vivevano in gruppo per cercare protezione. Nei tombini o in capanne di cartone protette da pareti di lamiera. Molte a 16 anni già con figli. Molte di loro si prostituiscono per sostentare la gang.

Una mattina ricordo che ero sola nel centro di accoglienza e una di queste ragazze arriva ricoperta di sudore, col viso sofferente e mi dice di avere la sifilide. Io sul momento penso di avere capito  male, la sifilide è una malattia che non faceva parte delle mie categorie mentali, la associavo ai poeti maledetti o ai racconti di Arthur Miller. Non posso accettare quest’idea. La accompagno tra mille difficoltà ad un centro de saude e purtroppo di sifilide si trattava. Le danno delle medicine che non capisco bene cosa siano.

Non so quale sorte le sia toccata poi, non l’ho più rivista anche perché dopo un anno ho dovuto dire addio a quel paese che, anche se considero il mio espatrio più duro, è rimasto nel mio cuore. Ho pianto le lacrime più amare della mia vita lasciandolo. Avrei potuto restare, ma da sola e non me la sono sentita proprio perché la vita era troppo dura per me in quel momento.

La maggiore difficoltà era, oltre alle condizioni di vita veramente basiche a tratti insostenibili, mantenere l’equilibrio mentale di fronte alle condizioni in cui gli angolani, la maggior parte di loro, vivevano.  Ho messo in discussione i miei valori, le priorità della vita e non è stato per niente facile.

La violenza

Un altro aspetto ha amplificato la difficoltà di vivere a Luanda: la violenza. La violenza che viene dalla povertà e dalla confidenza con le armi. La consapevolezza che le armi circolano facilmente e abbondano ti porta uno stato di allarme permanente. Ricordo che un giorno di ritorno da una magnifica spiaggia, dove finalmente avevamo riposato e goduto della meravigliosa natura africana, percorrendo in macchina una strada piuttosto periferica ma molto affollata, mio marito di colpo accelera e mi urla di stare giù. Dopo due secondi sento spari tutto intorno.  Non mi sono mai spiegata come lui abbia fatto a percepire che qualcosa stava succedendo, sembrava tutto tranquillo. Meno male che il suo stato di allarme non era rimasto a godersi il sole sulla battigia come il mio!

Posso definire la mia esperienza in Angola estrema ed estremamente dura. I suoi aspetti positivi sono legati alle persone che ho conosciuto, agli angolani, alla loro vitalità al di là di tutto, alla loro musica, alla loro generosità e soprattutto alla loro forza, la forza che viene dalla lotta per la sopravvivenza.

 

Lisaexpat
Marzo 2010
Grazie a Dorian per le bellissime foto!

 

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