Home > Africa > Angola > Espatrio in Africa: l’esperienza di Claudiaexpat

Claudiaexpat ripensa al suo espatrio in Africa e ci descrive i momenti salienti del suo soggiorno in ogni paese.

 

Quando riguardo ai miei anni di espatrio, dentro di me divido questo periodo ventennale in due tranches, quella africana, che considero la più appassionante ma anche la più dura, e quella latinoamericana, dove mi sono rilassata sia dal punto di vista pratico che psicologico. Durezza non è necessariamente sinonimo di negatività, e infatti il bilancio del mio espatrio in Africa è assolutamente positivo. Tuttavia vivere in luoghi che per una serie di ragioni presentano delle condizioni molto “inedite” rispetto a quelle nelle quali siamo abituate a muoverci può rappresentare una sfida non indifferente, soprattutto se si è persone timorose, insicure e magari non completamente convinte delle motivazioni che ci hanno portato in espatrio.
Di seguito vi racconto quelli che sono stati gli aspetti più duri del mio espatrio in Africa.

Sudan, da giugno 1989 a luglio 1990

Avevo 27 anni, ma se ci ripenso adesso, mi sembra di parlare di una bambina. Piombata a Khartoum a distanza di una settimana dal colpo di stato dei Fratelli Musulmani che aveva portato al potere Al Beshir, mi sono trovata a muovermi sullo sfondo di un paese intimorito, spezzato, disorientato, carente di tutto. La Sharia Law appena reintrodotta, le manifestazioni di protesta placate nel sangue (letteralmente), la guerra che infiammava il sud cristiano che aveva già messo in ginocchio il paese e l’umore della popolazione.

Per tutto il periodo della mia permanenza lo zucchero e altri beni di consumo di base sono stati un lusso, di cui anche noi godevamo solo saltuariamente perché razionato. I funzionari degli organismi umanitari erano guardati con sospetto, e le operazioni umanitarie spesso ostacolate nei modi più svariati.

Durante la nostra permanenza un aereo di uno di questi organismi, con a bordo personale locale e straniero tra cui un nostro conoscente, fu abbattuto da un missile, sulla cui provenienza non è mai stata fatta luce. La tensione ci ha accompagnati durante tutta la nostra permanenza, ritmata dal caldo soffocante, dai venti di sabbia, dalla scarsità di cibo e dalla mancanza d’alcohol, dalla censura e dalla preoccupazione per le sorti di questo popolo a cui ci eravamo profondamente affezionati.

Angola, dall’agosto 1990  all’agosto 1991

Questo è il paese africano nel quale più mi è costato vivere. Quando ci sono arrivata, l’Angola era un paese devastato da una guerra che era succeduta senza soluzione di continuità ad una delle colonizzazioni più severe della storia, quella portoghese.

espatrio in africa

Il nostro quartiere a Bissau

Gli angolani, molti dei quali non avevano mai conosciuto un mondo in pace, erano alla frutta in tanti sensi e avevano perso qualsiasi tipo di freno e di senso etico.

Comprensibile, ma comunque pesante per noi, che dirigevamo una piccola operazione in una regione a sud del paese, il cui capoluogo, un posto magico tra le montagne, non era direttamente toccato dai combattimenti, che si arrestavano comunque a 50 chilometri da lì, rendendo impossibile muoversi via terra.

Lubango era invasa da persone che avevano perso gambe a causa delle mine. Gli inverni erano freddi (il compound dove vivevamo, in casette fatte di cartongesso e con il tetto in lamiera, non aveva acqua calda, e per mesi mi sono lavata scaldando l’acqua sul gas e usando una brocchetta) e le estati torride.

Naturalmente il cibo scarseggiava, a parte verdura e frutta, che la terra offriva generosamente nonostante tutto. Il pane era razionato e con i colleghi facevamo a turno ad andare a prenderlo, con una tessera gialla sulla quale era registrata la quantità massima di panini concessi al giorno, e spesso ho assistito a scene di esasperazione nella lunga fila in attesa, a volte addirittura placate dalla polizia.

I nostri magazzini erano sistematicamente assaltati, e io che mi occupavo della logistica dell’operazione non sapevo più a che santo votarmi perché ad un certo punto in città non si trovavano più nemmeno i lucchetti per chiuderne le porte.

A Lubango c’era un solo ospedale, pubblico, nel quale ci si augurava di non dover entrare mai, e gli espatriati si arrangiavano con cure mediche di colleghi che si trovavano in zona per lavoro.

Guinea Bissau,  da giugno 1993 a luglio 1995

E’ questo il paese che più ho amato in assoluto. Eppure quando il pensiero corre a quei momenti, le prime cose che mi vengono alla mente sono i disagi veramente estremi ai quali erano soggette le nostre vite.

espatrio in africa

Di fronte a casa nostra a Bissau

Farei prima ad elencare le cose che funzionavano – e che tutto sommato si riferiscono sostanzialmente al buon cuore e alla genuinità degli abitanti – che quello che non andava.

Acqua e luce non c’erano mai. O meglio, arrivavano quando se ne aveva meno bisogno. L’acqua veniva distribuita di notte, mentre dormivamo, e l’elettricità tornava al mattino, quando le candele erano ormai mozziconi tristemente consumati.

La nostra casa non era dotata di generatore, e per due anni ricordo la stessa, incredibile scena: rientravamo alle sette di sera e scrutavamo ansiosi la luce attaccata sopra alla porta di casa nostra: quand’anche capitava che imboccassimo la via e la vedessimo accesa, si spegneva prima che avessimo terminato di parcheggiare la macchina.

Per due anni abbiamo vissuto a lume di candela, sudando copiosamente e uccidendo gli occhi per tentare di leggere due righe (un’amica mi aveva regalato una lampada da minatore, di quelle che si fissano sulla testa, il regalo più utile e geniale che abbia mai ricevuto in vita mia).

Per due anni quando il bambino si svegliava di notte, dovevamo prima cercare candele, fiammiferi, e accendere la fiammella.

espatrio in africa

A lavarsi nel catino quando c’è acqua!

Per due anni non ci siamo fatti una doccia con acqua corrente. Ma questo non era naturalmente che uno degli aspetti della vita pratica lì. Bissau era una città dimenticata da Dio e dagli uomini, scarsamente servita, con fogne a cielo aperto e condizioni igieniche deplorevoli.

Malaria, diarrea e una serie di altre malattie più o meno trasmissibili regnavano sovrane. Le strutture sanitarie erano ovviamente carenti, e mentre gli stranieri ricorrevano ai pochi studi medici privati – che comunque non potevano garantire assistenza in casi di emergenza –, i locali morivano come mosche in ospedali fatiscenti, nei quali erano costretti, quando riuscivano ad entrare, a portare l’acqua nei secchi per lavare i loro cari ospitalizzati, e qualcosa da mangiare, perché l’ospedale non forniva i pasti.

Non si trovavano pannolini, salumi, e tutta una serie di altri generi di conforto. Si trovava un solo tipo di formaggio, e i pochissimi prodotti importati erano carissimi. C’era un solo supermercato che riceveva un container all’incirca ogni 40 giorni (se andava bene), dall’Olanda, e appena si spargeva la voce che era stato sdoganato, era l’assalto. Ricordo ancora la sensazione del vedere gli scaffali pieni di Pampers, di formaggi, di vini…e il colpo al cuore alla cassa, quando si arrivava col carrello pieno…

La sicurezza era un altro discorso delicato: gli assalti notturni alle case non si contavano più, i ladri, a differenza della prassi in tanti altri paesi, aspettavano che gli occupanti fossero in casa per poterli costringere a dar loro soldi e quant’altro.

Abbiamo subìto innumerevoli tentativi di furto, tutti sventati grazie al fatto che vivevamo in un quartiere molto popoloso, e bastava che uno si svegliasse e desse l’allarme per mettere in fuga i ladri.

Un collega di mio marito è morto dissanguato in piena notte perché era stato legato e ferito mentre i ladri gli svuotavano la casa, un amico giornalista è stato pugnalato a morte in casa sua probabilmente perché sapeva troppo. Questi fatti pesavano sul nostro equilibrio ovviamente molto di più della mancanza di formaggio.

Congo, da aprile 1995 a giugno 1997

L’ultimo paese africano, il meno duro, a livello di condizioni pratiche di vita, ma quello in cui la permanenza si è conclusa in modo tragico, che ci ha segnato per molti anni a venire.

espatrio in africa

Le rapide sul fiume Congo

A Brazzaville avevamo una casa bellissima, con giardino e piscina, in uno dei quartieri più confortevoli della città: verde, ordinato, pulito, ridente.

La comunità di espatriati era varia e vibrante, i supermercati ragionevolmente forniti, la scena culturale limitata ma pregevole, la popolazione accogliente.

La malaria imperversava (entrambi i miei figli l’hanno presa due volte a testa), ma medici e strutture sanitarie erano all’altezza di affrontare questa e molti altri inconvenienti che si potevano presentare.

Non c’era grande libertà di movimento al di fuori della città, ma si potevano comunque visitare luoghi molto belli, il fiume Congo offriva innumerevoli diversivi. La vita era accettabilissima, anche, e forse soprattutto, con dei bambini piccoli.

espatrio in africa

Kinshasa, dall’altro lato del fiume

La situazione politica era però delicata. Due anni prima del nostro arrivo c’erano stati scontri molto forti tra alcune fazioni etniche che si fronteggiavano per motivi politici. Un momento traumatico per una popolazione pacifica come quella congolese, un gran numero di giovani marcati dalla violenza, grandi programmi di recupero psicologico, e la sensazione che l’amarezza, frutto di quei terribili momenti, aleggiasse sempre nell’aria.

Nel giugno del ’97 la battaglia politica esplose, riportando in primo piano le rivalità etniche, e dando il via a una delle guerre civili più violente e devastatrici della storia del paese. Ho già parlato nel mio articolo sull’evacuazione degli effetti psicologici di una tale situazione. Certo è che il mio soggiorno africano si è concluso con un’esperienza molto forte, traumatica.

Quando sono arrivata in Honduras, nel 1999, la mia psiche rispetto all’espatrio era “settata” su una serie di canoni: ero abituata a vivere in condizioni fisiche dure, a trascorrere lunghi periodi arrangiandomi senza alcuni beni di consumo che in Italia invece consumavo in maniera naturale.

Ero pronta a fronteggiare malattie gravi, ero abituata a non stupirmi di fronte a nessuna stranezza della natura e dell’uomo. Soprattutto ero in costante stato di “allerta” rispetto alle questioni della sicurezza.

In Honduras prima, e successivamente in Perù, sono andata rilassandomi e mi sono abituata a degli standard di vita più comodi e confortevoli. Non ho più sofferto di mancanza d’acqua e di elettricità, i beni di consumo, sia locali che importati, sono sempre stati abbondanti, il livello dei servizi si è alzato drasticamente, il discorso della sicurezza ha assunto contorni più controllabili.

Ho smesso di temere colpi di stato, sommosse di gruppo con violenze organizzate, guerriglie e guerre civili. L’unico aspetto duro del soggiorno latinoamericano è stato il dover convivere costantemente con le scosse telluriche, soprattutto in Perù, dove si è in effetti verificato un terremoto di grandi proporzioni durante la nostra permanenza.

Ora che mi sto installando a Gerusalemme sto provando un altro tipo di durezza, quella costituita da un conflitto ormai profondissimamente radicato nelle cuore delle persone che abitano questa terra, e la mia incapacità di non parlare nessuna delle lingue del luogo.

In un certo senso però, arrivando qui, ho ritrovato le sensazioni di quando, nel mio espatrio in Africa, guardavo con occhi nuovi il mondo perché scoprivo sulla mia pelle (e ancora in maniera ridotta rispetto agli abitanti del posto) cosa significa vivere nelle condizioni in cui vive la grande maggioranza di cittadini di questo mondo. Per quanto oggettivamente duro e faticoso, credo che la ricchezza che viene da questa esperienza sia tale, da far sopportare baldanzosamente ogni tipo di disagio.

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Gerusalemme
Marzo 2010
Foto ©ClaudiaLandini

 

(Visited 16 times, 1 visits today)

Già che sei qui ...

... possiamo chiederti di offrirci un caffe ? Scherziamo, naturalmente, ma fino a un certo punto. Come forse avrai notato, Expatclic non ha  pubblicità nè quote associative obbligatorie. Da 14 anni lavoriamo volontariamente per garantire dei contenuti e un'assistenza di qualità alle espatriate in tutto il mondo. Mantenere un sito di queste dimensioni, però, ha dei costi, che copriamo parzialmente autotassandoci e con donazioni spontanee di chi ci segue e apprezza da anni. Se tu potessi dare anche solo un piccolo contributo per coprire il resto, ti saremmo immensamente grate ♥ Puoi sostenerci con una donazione o diventando socia onoraria. Grazie di cuore.

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

WE WAIT FOR YOU

AT OUR ONLINE SILENT AUCTION

TO HELP US RAISE FUNDS

FOR THE 15 YEARS OF EXPATCLIC!

GO TO THE AUCTION