Home > Famiglia e Bambini > Gravidanza > Felipe e il parto in Honduras

Laura, una cara amica di Expatclic, ci racconta la nascita della sua Carlotta, a Tegucigalpa. Grazie Laura!

Incredibile ma vero: il Principe Felipe è stato l’artefice dell’arrivo nella mia famiglia di mia figlia Carlotta. Durante la sua visita a Tegucigalpa, nel febbraio del 2002 ha esaudito il mio desiderio di avere una bambina. Nell’incoscienza -o coraggio, chiamalo come vuoi- tipica femminile decisi di restare a casa, in Honduras, e non seguire l’esempio delle riccone locali (comprese le figlie del Presidente della Repubblica) che snobbavano i medici honduregni e facevano la spola Tegus-Miami, abbinando una visitina al Sinai con la fusione della VISA Platinum negli outlets.

Ammetto di essermi rivolta al miglior ginecologo della città, anche perché nella precedente gravidanza gemellare era insorto il diabete gravidico. (Adesso i gemelli hanno 8 anni e Carlotta ne ha appena compiuti 3 il 28 ottobre).

Sin dall’inizio mi resi conto che le cose erano un po’ diverse: il Dr. Figueroa (cognome che faceva sbellicare gli italiani per ovvie ragioni) non mi ha M A I visitato nel vero senso della parola. Dico mai, in nove mesi di gravidanza. Si limitava a leggere gli esami, palpare (e nemmeno troppo) e osservare lo schermo dell’ecografo, nel quale, giuro, non sono mai riuscita a distinguere niente altro che puntini grigi. Tantissimi e fittissimi.

Su suo consiglio e vista l’età (primipara attempata, che bel nome) decisi di sottopormi all’amniocentesi. A Miami, ovviamente. La dottoressa cubana che mi forò la pancia mi disse con assoluta determinazione che avrei dovuto assolutamente far nascere Carlotta con Cesareo, perché in determinate condizioni di rischio si considera meno pericoloso di un parto normale. OK, kapiert, come direbbero in Germania.

Una settimana prima della data fissata mi svegliai con le orecchie completamente otturate: dopo un’attesa di 45 minuti seduta in una lettiga cigolante nella MIA clinica, QUELLA dove avrei dovuto farmi bucare schiena e aprire pancia la settimana successiva, un infermiere mi guardava con occhio perso, senza sapere cosa fare. In breve: non avevano acqua calda per “siringare” le mie orecchie. Da lì a pensare al cesareo il passo è breve.

Il giorno fatidico pensai che se fosse andato tutto bene, avrei dato a Carlotta un nome che l’avrebbe legata alla città. La sala operatoria era piena di umidità, le vetrine alloggiavano vasi pieni di cotone e garze, ma vecchissimi e ingialliti. La lampada che illuminava il campo operatorio scese giù con un rumore da incubo.

Tutto andò più che bene, la cicatrice un’opera d’arte e il post-operatorio una sciocchezza paragonato alla prima volta.

Per concludere, devo dire che alloggiavo nella “suite presidenziale”, una specie di hangar con tende rosso fuoco, divani in tinta, frigo arrugginito e televisore senza antenna. La povera Carlotta, invece, se ne stava nel nido, avvolta come un bozzolo e sopportando bagni di acqua fredda e sapone di marsiglia, con il quale la strigliavano senza pietà. Quando arrivammo a casa aveva la pelle come carta vetrata. Ma stavamo bene, benissimo. Il nome completo di mia figlia è Carlotta Marìa de Suyapa.

Laura
Madrid, Spagna
Ottobre 2005