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La coliva, dolce funebre rumeno

Un ricetta semplice e antica

Grano cotto bollito a lungo e miele, poi, volendo, si aggiungono uvetta, noci, magari cannella, si decora con una spolverata di cacao oppure con qualche caramella colorata o guscio di noci e la Coliva è pronta. Si tratta del dolce rumeno che viene preparato in occasione dei funerali.

È una tradizione di origini antichissime, pagane, e che poi è stata ripresa dal cristianesimo. Ogni ingrediente ha un valore simbolico: il grano è frutto della terra, simbolo di vita e immortalità, visto che il chicco di grano “muore” sepolto nel terreno, ma poi darà frutto.  Il colore scuro ricorda la terra della sepoltura, il miele e le decorazioni rappresentano la dolcezza e la ricchezza della vita eterna.

La coliva può essere servita in una ciotola o su un vassoio, qualche volta vi si disegna sopra una croce al centro della quale viene piantata una candela da accendere durante la funzione.

Quando viene portata in chiesa per essere benedetta è di solito accompagnata da una bottiglia di vino, ma spesso viene gustata insieme alla Țuică, un distillato di prugne davvero molto forte. Tradizione vorrebbe che se ne bevessero due bicchierini, uno per sé e l’altro per il morto.

Alla fine della celebrazione, il dolce viene servito a tutti i presenti, anche a chi si trova lì per caso, in un gesto di condivisione che trovo molto bello.

In Romania alcune tradizioni rurali persistono non solo nelle campagne, ma anche nelle città più moderne. E questo contrasto è una delle cose più affascinanti per chi si trova a vivere in questo paese dell’Europa dell’Est, che ad un’osservazione superficiale può apparire un po’ indecifrabile.

La lunga preparazione della coliva e il suo sapore zuccherino, il fatto che venga servita a tutti per celebrare il defunto con qualcosa di dolce, contribuiscono a rappresentare la diversa concezione della morte che c’è qui. Mentre in Occidente la morte è confinata in spazi angusti, è quasi rimossa, rifiutata, fino a diventare un vero e proprio tabù, qui in Romania la morte è vissuta (per dir così) come un passaggio naturale, come effettivamente è, tanto è vero che la bara viene tenuta aperta durante tutta la funzione funebre, cosa che a noi mette molto a disagio.

Il rito di far bollire il grano, la preparazione e la condivisione di qualcosa di dolce, accompagnano chi resta nell’elaborazione della perdita e aiutano a ricordare e celebrare con la vita chi non c’è più.

Angelaexpat e la coliva di Alunis

La chiesetta di Alunis

La chiesetta di Alunis – Foto di Angelaexpat

La prima volta che ho sentito parlare della coliva è stato da Sanda, la signora che mi aiuta in casa, che stava preparando questo dolce di grano, miele e noci in prossimità del giorno dei morti. Non avevo capito però che si usasse anche prepararlo per i funerali. Fino a quando a fine novembre di quest’anno abbiamo deciso di farci due ore e mezza di strada per visitare gli affascinanti insediamenti rupestri di Alunis, abitazioni e santuari scavati nella roccia, alcuni risalenti anche al Neolitico.

All’ingresso del cimitero in cui si trovano questi insediamenti rupestri un signore anziano voleva chiacchierare con noi e abbiamo cercato di ascoltarlo e capirlo nei limiti delle nostre competenze linguistiche.

 

Il cimitero è sembrato subito un luogo semplice e accogliente, complice la bellissima giornata di sole.

Dopo un giro nel cimitero e nelle piccole cappelle rupestri scavate nelle rocce il signore anziano che ci aveva accolti si è avvicinato a noi e ci ha indicato una tomba.

Con qualche difficoltà, abbiamo poi capito che quella era la tomba della moglie e che sarebbe stata anche la sua: ci ha infatti mostrato la sua foto con la moglie, e di fianco al nome di lui c’era solo la data di nascita.

Ho ancora impresse le facce di noi adulti e dei bambini di fronte alla tomba di un vivo. Dopo uno scambio di auguri di buona salute (da noi si dice buona fortuna, in rumeno “multa sanatate”) siamo entrati nella chiesetta principale, turchese.

Appena varcata la soglia ho  notato subito che sull’altare erano disposte due colive. Le ho riconosciute subito perché Sanda me ne aveva portato un pezzetto per farmela assaggiare, ed ho pensato che fossero lì perché eravamo ancora a novembre, mese dei morti. All’interno della chiesetta abbiamo incontrato anche un signore di 94 anni, che ci ha spiegato un po’ la storia del luogo.

All’uscita della chiesetta abbiamo notato una signora con il fazzoletto in testa, un prete ortodosso, che, nel suo lungo abito nero ci ha salutato con un’aria tra il fiero e l’austero, e altre persone che mangiavano la coliva intorno a un tavolino esterno. Era chiaro che stavano celebrando un funerale.

Hanno capito che eravamo italiani e ci hanno invitati da assaggiarla. Ce ne hanno servito un pezzo con un cucchiaio in un bicchiere di plastica. Mentre ringraziavamo con il nostro limitato vocabolario rumeno, sono riuscita a capire la battuta del prete: indicando le persone presenti e il cimitero ha concluso dicendo che la loro comunità è tutta lì, i vivi e i morti insieme.

Con la coliva nei bicchieri ci siamo congedati dall’insediamento rupestre di Alunis, dove i vivi e i morti condividono la dolcezza di grano e miele.

Giulianaexpat e Angelaexpat
Bucarest

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