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Ringraziamo Jean, che ci ha permesso di pubblicare questo articolo, che ha scritto in origine per l’ADE (Associazione Diplomatici Spagnoli).

 

Durante questi 12 anni di espatrio, sono spesso stato oggetto di espressioni di ammirazione e invidia (sana, credo) per la mia condizione di marito di una diplomatica. E non si stenta a crederlo. Vista dall’esterno, la vita del coniuge presenta innegabili comodità. E anche vista da dentro.
I commenti mi sono arrivati perlopiù da uomini che non vedono alcun pericolo in tanto testosterone: dipendenza economica, carriera professionale limitata o bloccata, autostima a rischio.

La mia esperienza personale mi ha insegnato che non siamo neanche in pochi a seguire le nostre mogli. Chiaramente il significato varia molto a seconda di dove si viene geografica e sociologicamente parlando. Arrivato in Etiopia ricordo che incontrai tre norvegesi in una situazione simile alla mia. Tentai di scoprire cosa significava essere coniugi maschi a seguito nella loro cultura, ed ebbi l’immediata sensazione che c’era poco da dire, che “quello” in fondo non era degno di nota. Una battaglia vinta? Non so.

Lo status del coniuge non è mai stato molto considerato, e il nostro apporto certamente non impedirà che continui a essere svalutato.

Essere uomo in questo mondo di dipendenza ha un vantaggio apprezzabile: si tratta di un genere nuovo. Non obbedisce ad alcuna regola e non è soggetto ad alcun cliché.
Non ci si aspetta nulla dall’interessato, mentre si presuppone che una moglie si adatti o affronti una serie di obblighi forgiati nel corso dei secoli. Insomma, meglio essere il Duca di Edimburgo che la Regina Sofia.
Tra l’altro godiamo di un’immagine positiva (finchè dura). Nel (per)seguire le nostre amate, siamo mariti moderni, mentre la stessa cosa per una moglie equivale a una scommessa assai datata.

Nel quotidiano ci sono altri due vantaggi. La libertà di movimento in tanti paesi è molto più ampia per un uomo che per una donna. In un’altra sfera, quella delle reception, mi pare di percepire (ma è discutibile) che gli uomini diplomatici ci accolgono più facilmente nel loro circolo. In generale i professionisti ci riservano uno sguardo meno stereotipato e ci sentiamo meno stigmatizzati.

Però nell’essenza niente o poco ci separa dai coniugi femminili. Per quanto ci costi identificarci come coniugi accompagnanti (non siamo solo questo), bisogna ammettere che questa situazione condiziona in maniera brutale la nostra vita sociale e professionale. Il francese, la mia lingua madre, permette un gioco di parole che riflette questa dipendenza. Seguo mia moglie si dice “Je suis ma femme”, frase che a sua volta significa “sono mia moglie”…in realtà il francese ci bastona, dato che “conjoint” (coniuge) offre un’etimologia curiosa (e falsa, per fortuna): “con” (idiota;);  joint (aggiunto). Pura casualità.

Al di là dei generi, noi coniugi ci distinguiamo per il modo di porci rispetto a questa condizione. Identifico cinque categorie. Non sono ermetiche e chiunque può decidere di passare da una all’altra nel corso degli anni.

L’autoctono

Le sue aspirazioni professionali gli fanno scartare a priori la possibilità di seguire la moglie diplomatica; resta e resterà in Spagna a qualsiasi costo, sperando che lei torni, o facendo tutto il possibile perchè non parta. Specie in voga in questi ultimi anni, ma anche specie a rischio nel contesto economico attuale. Gli uomini rientrano a meraviglia in questo modello. L’autoctono non è un coniuge, non appartiene all’AFD (Agence Française du Développement, ndt) e non legge questo articolo.

Il valigino

Ha una carriera (chi non ce l’ha?) e il fatto di rinunciarci lo devasta. E’ il modello di coniuge professionale. Fa di tutto finchè riesce a incastrare l’espatrio con le sue aspettative professionali. Parte solo solo se può portare con sè il valigino.

Il vocazionale

Non chiede altro alla vita. I bisogni economici sono coperti, l’ambiente diplomatico gli sembra l’opportunità della vita, una fonte di arricchimento. Accompagna gli spostamenti del coniuge con interesse e curiosità. Con ammirazione, se glielo chiedono. Se ne ha, tenta di realizzare le sue inquietudini professionali, ma senza affanno. Questo atteggiamento, teoricamente conveniente per tutte le parti, viene rapidamente stigmatizzato. O è un approfittatore, o un ritardato mentale, o la vittima di una patologia ancora da scoprire. Io appartengo a questa categoria.

L’indifeso

Si chiede ogni giorno: “cos’ho fatto per meritarmi tutto ciò?”. Vive all’estero perchè non ha altra scelta. A volte tocca il fondo, in particolare quando gli chiedono “a cosa ti dedichi?”. Ovviamente non è la categoria migliore, ma accoglie, perlomeno per un periodo, molti dei coniugi.

L’upgraded

appartiene a una categoria superiore e a una minoranza. Si porta la professione o la propria passione nello zaino e come l’autoctono non potrebbe rinunciarci. Ma a differenza dell’autoctono, l’espatrio in sè arricchisce il suo mondo professionale o in ogni caso non lo disturba. Benedetto il coniuge che appartiene a questa condizione: pittore, ornitologo, inventore, entomologo,  webmaster, evangelista, pianista, psicoanalista argentino, psicoanalista uruguayano.

Lasciando da parte forse quest’ultimo gruppo, qualcosa ci unisce tutti e tutte, indipendemente dal genere. Dobbiamo giustificarci. Con noi stessi e naturalmente con gli altri. Se siamo frustrati o se siamo felici. Qualsiasi sia il nostro stato d’animo, apparirà sempre un pochino sospetto.

Jean
Manila, Filippine
Settembre 2013
Tradotto dallo spagnolo da Claudiaexpat

 

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