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Claudiaexpat condivide alcune riflessioni sugli uomini accompagnanti. Ringraziamo di cuore tutti gli uomini che hanno risposto alle nostre domande, che hanno scritto articoli per questo aggiornamento, e in particolare quelli che da sempre ci seguono e ci supportano (e sopportano).

Settembre 2013

 

Le ricerche sugli uomini che espatriano per accompagnare le mogli e compagne nelle loro carriere lavorative sono scarissime, e quel poco che è stato scritto non si spinge più in là di qualche considerazione che rischia di diventare rapidamente luogo comune. Da sempre attente ai sentimenti e vissuti di tutta la famiglia coinvolta nell’espatrio, abbiamo deciso di appronfondire il tema, nella speranza di fornire una visione un po’ più profonda di quanto accade agli uomini che lasciano il proprio lavoro e il proprio paese per favorire la carriera della moglie.

Abbiamo contattato tutti gli uomini accompagnanti che conosciamo e chiesto loro di raccontarsi – il risultato lo vedrete pubblicato sul sito durante questo mese. Abbiamo inoltre ricercato in Internet tutto il materiale possibile sugli uomini accompagnanti, e tentato di parlare con le due sole associazioni di uomini al seguito che siamo riuscite a scovare, STUDS in Belgio e Guytai a Shanghai. Abbiamo altresì lanciato un questionario con poche ma incisive domande per cercare di capire se esiste qualche punto comune o di estrema discordanza sull’esperienza.

Quelle che seguono sono delle riflessioni scaturite da questo periodo di ricerca, e naturalmente non pretendono di essere esaustive nè di trarre conclusioni definitive in un’area che è in continuo mutamento e sviluppo. Secondo una recente ricerca della Global Excellence (http://www.global-excellence.com/), attualmente il 20% dell’impiego in espatrio è riservato alle donne, e la cifra è destinata ad aumentare. Non che questo incida sulle politiche aziendali e delle organizzazioni rispetto ai coniugi accompagnanti, intendiamoci. Così come esiste da sempre una certa negligenza nel considerare i bisogni delle mogli a seguito, lo stesso si riproduce quando chi accompagna è l’uomo.

Expat manCome vivono dunque gli uomini a seguito l’esperienza del lasciare il proprio lavoro in patria e atterrare in un contesto culturale dove non hanno alcuna collocazione a livello sociale, devono occuparsi di casa e bambini, se ne hanno, e si trovano con una grande quantità di tempo libero da gestire? Oltre all’articolo di Julian, che dà alcune risposte a queste domande, abbiamo analizzato le risposte di 16 uomini accompagnanti di nazionalità francese, canadese, italiana, franco-marocchina e brasiliana, di età compresa tra i 34 e 66 anni, e che hanno accompagnato le loro compagne/mogli in una gamma di paesi piuttosto diversificata, dall’America Latina all’Asia, da Israele alla Bosnia Herzegovina.

Ci sono naturalmente alcuni fattori legati all’adattamento a una cultura diversa che sono comuni tanto alle donne quanto agli uomini, e che possono, in alcuni casi, determinare il successo o il fallimento dell’esperienza all’estero. In generale l’uomo che sceglie di accompagnare è però dotato di una dose di flessibilità superiore alla media, perchè alla base della sua scelta c’è la consapevole rinuncia al ruolo che classicamente gli compete nella maggior parte delle società al mondo: quello di mantenere la famiglia. E se il ruolo che comincia a rivestire nel momento in cui diventa uomo a seguito  comincia ad essere ampiamente accettato nei circoli dell’espatrio, nel confronto con le società ospitanti continua a provocare reazioni contrastanti. Alla domanda “Come reagiscono le persone quando dici che hai seguito la tua partner e lei è quella che lavora”, tutti hanno riferito che le reazioni vanno dallo stupore, all’ammirazione, all’invidia, all’incomprensione – unica eccezione chi accompagna in società (come gli Stati Uniti, ad esempio) dove la cosa è considerata normale. Come per la donna che accompagna, anche l’uomo deve sempre in qualche modo giustificare la sua presenza che non è motivata da un lavoro in loco. Mentre la donna, però, rientra perfettamente nell’immagine dell’angelo del focolare che passa le sue giornate accompagnando i figli a scuola e alle feste e facendo la spesa, l’uomo che spinge il passeggino in pieno giorno rimanda ancora purtroppo, in molte società, a un’immagine di debolezza. La pressione che ne deriva può diventare per molti estremamente pesante, e tradursi in un malcontento che spesso trova sfogo nella coppia.

Accompanying MenI problema di coppia, però non sono stati menzionati nella nostra inchiesta – tranne in un caso – tra quelli che affliggono l’uomo accompagnante. La maggior parte ha citato due ordini di ostacoli a un’esperienza felice: solitudine e isolamento e difficoltà nel mantenere viva la propria carriera. Per quanto riguarda la sensazione di isolamento, è naturalmente comprensibile tanto più che l’uomo, in generale, non conta su una serie di reti di supporto che le donne sono diventate così brave a creare. Come spiegato sopra, siamo riuscite a rintracciare solo due associazioni create da e per uomini accompagnanti – STUDS a Bruxelles e Guytai a Shanghai – mentre la lista di associazioni simili al femminile in tutto il mondo è lunghissima. Nessuno degli intervistati ha trovato nel proprio paese d’accoglienza (ma molti han dichiarato di non averle nemmeno cercate) associazioni di supporto specifiche per l’uomo accompagnante. Queste realtà, che per le donne sono vitali a tantissimi livelli – dallo stringere amicizie al conoscere il paese d’accoglienza, dal trovare opportunità di lavoro all’organizzarsi nel quotidiano per una migliore qualità di vita in loco – per gli uomini semplicemente non esistono. E nonostante alcuni coraggiosi tentino di unirsi alle associazioni femminili, è ancora molto difficile per l’uomo sentirsi a proprio agio in una realtà che percepisce come chiusa e impermeabile. L’uomo che accompagna cerca dunque altri canali di socializzazione, i due privilegiati sono contatti avuti da amici o attraverso il lavoro della moglie, oppure attraverso il proprio lavoro, nel caso riesca a lavorare. Tutti gli intervistati tranne due hanno riferito di aver stretto delle belle amicizie con altri uomini che accompagnavano le loro mogli – rapporti più intimi, forse, ma probabilmente più congeniali. La condivisione di un’esperienza difficilmente comprensibile da chi non ne è coinvolto in prima persona fa sicuramente da collante in queste relazioni, e il fatto di potersi rilassare con qualcuno che non giudica la quantità di tempo libero a disposizione, e la decisione di impiegarla magari giocando a tennis o facendo escursioni nei boschi contribuisce sicuramente a cementare le relazioni tra uomini accompagnanti.

Per quanto riguarda invece il discorso del lavoro, entriamo in un campo spinoso. Tanto quanto per la donna che accompagna, anche l’uomo incontra le stesse difficoltà nel trovare una collocazione professionale nel paese d’accoglienza – difficoltà di ordine pratico e morale. Infatti, mentre una moglie accompagnante che cerca lavoro non suscita molto scalpore, gli sforzi dell’uomo incarnano nella visione di molte società, la sconfitta e l’ammissione del loro ruolo “subalterno”. Inoltre, in espatrio esistono attività che nella mentalità collettiva sembrano riservate alle donne (insegnante di yoga, di pilates, cuoca, baby-sitter, etc.), e che riducono drasticamente il campo lavorativo dell’uomo, che nella sua ricerca di lavoro all’estero si sente spesso sottoposto alla pressione di considerare solo attività sufficientemente “virili”. Per finire, un buco nel curriculum professionale di una donna, se contenuto e mitigato da qualche periodo di volontariato o altre attività, non crea grandi sconvolgimenti nel momento della ripresa della vita professionale, mentre per l’uomo può essere un grande elemento pregiudicatore.

Uomo accompagnante2Naturalmente però esistono anche degli aspetti propri della vita all’estero che fungono da fattori arricchenti all’esperienza – anche professionale – dell’uomo a seguito. Questo è particolarmente vero per coloro che hanno un profilo professionale facilmente spendibile a livello internazionale (tecnici informatici, ad esempio), o che hanno carriere trasportabili o che possono trarre grandi vantaggi da un’esperienza all’estero. Per molti imparare una nuova lingua, avvicinarsi a una nuova cultura o approfittare di un soggiorno all’estero per seguire un corso di studi specialistico o acquisire una tecnica locale, può costituire un grande vantaggio. Questo, insieme all’innegabile arricchimento che l’esperienza apporta a tutta la famiglia, e in particolare ai figli, è spesso un motivo che spinge gli uomini accompagnanti a dichiarare di essere felici della propria scelta. Tra i nostri intervistati nessuno si è espresso negativamente alla domanda “Come giudichi l’esperienza globalmente?”. Pur citando una serie di ostacoli, nessuno ha negato che vivere all’estero, indipendentemente da chi nella coppia mantiene economicamente la famiglia, è un’esperienza importante e arricchente. Nel caso poi di uomini che riescono a liberarsi dalle zavorre dei cliché e dalla pressione sociale, c’è anche la gioia dell’approfittare pienamente di periodi di tempo libero, di possibilità di concentrarsi su se stessi e magari, perchè no, anche di avere un rapporto privilegiato coi propri bambini. Questi sono aspetti probabilmente in contrasto con la forma mentale della maggior parte degli uomini soprattutto delle generazioni a partire dai quaranta, ma coloro che riescono ad applicare sufficiente elasticità da riuscirne a godere, finiscono col rafforzarsi e svilupparsi ulteriormente come esseri umani.

Forse l’atipicità della situazione rende ancora difficile ai protagonisti riuscire a collocarsi serenamente rispetto all’esperienza, ma anche questa è una cosa che arriverà. Il mondo sta cambiando, i confini culturali sbiadiscono, nascono nuove professioni e crescono gli scambi e la mobilità. Sicuramente anche le coordinate dell’esperienza dell’uomo a seguito cambieranno in un futuro prossimo.

Ci piace concludere quest’articolo con una frase di uno dei partecipanti alla nostra inchiesta, e cioè che al di là di tutte le considerazioni “la gente deve rendersi conto che in questo momento non importa chi porta a casa il pane, ma avere pane per i figli!”.

Claudiaexpat
Gerusalemme
Settembre 2013

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