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fatidica

Tenetevi forte, perché quest’ultima Fatidica di Claudiaexpat rivoluzionerà l’immagine dell’espatriata a livello interplanetario!

 

Ma come ho fatto a non pensarci prima??? E dire che sono anni e anni, all’incirca da quando ho cominciato la mia carriera d’espatriata, che me la sento ripetere. Come ho fatto a non vedere prima che questa è una fatidica magistrale, immensa, spettacolare??? Che tritura l’anima e le orecchie di noi espatriate, ci spinge all’immediata ricerca di spiegazioni totalmente inutili perché puntualmente inascoltate, ci fa torcere lo stomaco e produce una frustrazione che a volte non riusciamo neanche a sfogare se nel nostro paese non c’è il cioccolato buono??? Ma non vi preoccupate: ora che ho avuto l’illuminazione, ci penso io a dirla tutta, fino in fondo, e a controbattere una volta per tutta alla fatidica:

“ma cosa ti lamenti tu, che sei sempre in vacanza e giri il mondo!”

 

Cominciamo. Innanzitutto spezziamo la fatidica in tre, che ci viene meglio ai fini dell’analisi e della controbattuta.

“Ma cosa ti lamenti tu…” implica che ci sono persone al mondo che hanno il diritto di lamentarsi e altre no. E in un certo senso questo può essere vero. Una persona che ha salute, braccia e gambe, non dovrebbe lamentarsi per il mal di testa passeggero, quando ci sono individui che soffrono di malattie incurabili. Ma ci tengo a spiegare una cosa: nella maggior parte dei casi, le esternazioni di noi espatriate non sono propriamente “lamentele”. Quello che facciamo quando ci viene detto che ci lamentiamo, è in realtà un tentare di sfogarsi, comunicare, parlare, o alleggerirsi, su temi che per noi costituiscono delle difficoltà, degli ostacoli o dei momenti duri. Purtroppo esiste la diffusa convinzione che di situazioni dure l’espatriata non ne vive proprio, mai. Nella mentalità più comune l’espatriata è infatti la privilegiata che ha un sacco di soldi, che fa la bella vita, si fa aiutare in tutto, vede un sacco di luoghi esotici, impara le lingue e sostanzialmente se la spassa dalla mattina alla sera. Ora, ammesso che molte delle situazioni sopracitate sono reali e che esistono tante donne che vivono all’estero con soldi, personale che le aiuta, in paesi bellissimi e con la possibilità di viaggiare e di scoprire, vorrei far presente che il mondo della mobilità è molto, molto più variegato e duttile di quanto si voglia a tutti i costi credere. Ammesso che queste siano condizioni di cui viene accettato il lamento, ci sono anche donne che vivono in paesi estremamente difficili, la cui lingua richiede uno studio di anni, che non guadagnano barcate di soldi, che si puliscono la casa da sé, che non possono viaggiare perché magari nei paesi limitrofi c’è guerra, e via dicendo. Esistono poi delle condizioni tipiche di tutti gli espatri, anche quelli più privilegiati, che sono difficili, dure, avvilenti per non dire angoscianti, ma di queste vi parlo dopo aver terminato l’analisi degli altri due spezzoni della fatidica.

“…che sei sempre in vacanza…”. Adesso vorrei che qualcuno mi spiegasse il perché di questa affermazione. Sono sicura che tra chi legge c’è almeno un’anima che ha pensato o pensa che vivere all’estero equivale a vivere in vacanza. E io le chiedo con tutto il cuore di scrivermi e dirmi da dove le viene questa convinzione. A meno che consideri in “vacanza” tutti gli esseri al mondo che si trovano – temporaneamente o definitivamente – senza un lavoro. Dunque, qui lo dico e lo ripeto: le espatriate NON sono in vacanza. Nei loro paesi hanno una vita normale, fatta – come per tutti – di cose buone e cose cattive, cose leggere e cose faticose. Vivere all’estero non ti esenta dal pulire, fare acquisti, seguire i figli, lavorare (quando te lo lasciano fare), pagare le tasse, far di conto, cucinare, e andare in posta. Anzi. Anzi! Tutte queste cose, che chi vive stanziale e da sempre in un solo paese, fa ormai con l’automatismo che viene dalla conoscenza e dalla pratica ripetuta, l’espatriata a volte si trova a doverle fare in condizioni rocambolesche, in una lingua aliena, con procedure sconosciute. Chi ha provato a pagare una multa a Douala? A spiegare al pediatra i sintomi del bambino in portoghese? A capire come funziona la coda in posta a Baku? A decodificare i prodotti alimentari in cinese? A farsi ingiuriare dai più perché non capisce come funziona il codice della precedenza a Beirut? A trovarsi in panne a Recife e non sapere a che santo rivolgersi? Chi non ha mai provato queste cose non ha la più pallida idea del dispendio di energie e della dose di ottimismo e di coraggio che ci vuole per affrontare situazioni di cui lui neanche più si rende conto. E se non ne ha la più pallida idea, si astenga dal commentare. Perché queste cose tutto sono fuorché vacanza. E non mi venga a dire: ve lo siete scelto. Perché allora la prossima volta che lo sento lamentarsi dell’aumento della benzina, gli rispondo che è scelta sua quella di non inforcare la bicicletta.

“…e giri il mondo!” – come se girare il mondo fosse una cosa che di per sé ti toglie qualsiasi diritto a provare dolori e apprensioni. E come se il girare il mondo fosse una prerogativa esclusiva dell’espatriata. Ho conosciuto persone stanzialissime, che tutte le estati si lanciano in un paese diverso, ai lati opposti del globo, e han visto più paesaggi di quanti ne ho visti io. O che han scelto un lavoro che pur mantenendole radicate in Italia, le porta a viaggiare a destra e a manca in un turbillon di aeroporti e paesi che farebbe impallidire Marco Polo.

E adesso vengo alle situazioni di cui l’espatriata “si lamenta”, o almeno ci tenta, poverella. E lascio per un attimo da parte l’ironia perché queste, davvero, sono cose su cui è difficile scherzare.

Innanzitutto vorrei far presente un paio di cose rispetto ai figli espatriati: anche qui, come in molte altre sfere, sembra che il fatto che la nostra prole abbia la fortuna di esprimersi in più idiomi, cancelli di botto tutto il contorno e il percorso fatto per arrivare al punto in cui si trova. E’ vero, i nostri figli sono plurilingue: hanno dovuto imparare per forza le lingue per sopravvivere a scuola. Dopo, la cosa è diventata naturale e adesso gli piace anche e darà loro una marcia in più in futuro. Ma avete idea di cosa voglia dire per un bambino arrivare in una scuola nuova, dove non conosce nessuno, né insegnanti né coetanei, dove tutto è nuovo, dal quaderno all’odore dei corridoi, dall’uniforme al modo di salutarsi, e non capire una mazza di quello che viene detto perché non parla la lingua? E non aver modo di chiedere e di capire? Avete idea di cosa voglia dire per un genitore lasciare il proprio figlio lì, magari in lacrime e con quello sguardo angosciato, coscienti del fatto che non riuscirà a comunicare? Avete idea del sentimento che si prova nello sradicarlo, nel toglierli gli amici, l’amata casa, i luoghi famigliari e buttarlo di nuovo in pasto all’inconnu? Ve lo dico io: è devastante. Quando ho stretto tra le braccia il mio Mattia, che allora aveva dodici anni, e che singhiozzava disperato nella sua stanzetta ormai vuota di armadi e giochi in Perù, al momento del trasloco, avrei voluto che la terra ci si aprisse sotto ai piedi e ci inghiottisse. Il fatto che l’espatrio l’ho scelto io dev’essere una condizione sufficiente per tapparmi la bocca ed esentarmi dal comunicare i miei sentimenti in questo frangente?

Espatriare, soprattutto in maniera ripetuta, vuol dire bruciare continuamente le certezze davanti a sé. Vuol dire prendere la cesoia e tagliare le radici, sentirsi una piuma che vaga nel vuoto e non sa dove approderà. Vuol dire pensare alla pensione con apprensione, vedere cambiare il rapporto con gli amici in patria e non sapere se il tempo e le esperienze distanti scaveranno solchi incolmabili.

L’espatrio a volte è solitario. Molto solitario. Se sei una persona aperta, socievole e hai la fortuna di vivere in un paese che favorisce le relazioni tra espatriati e tra espatriati e locali, allora sì, di gente ne conosci tanta, e se sei fortunata individui rapidamente qualcuno da chiamare amico. Ma se sei timida in una megalopoli occidentale, ad esempio, rischi di trascorrere il tuo espatrio in grande solitudine. Quei momenti che in patria ormai si danno per scontati – il cappuccino con l’amica, la chiamata alle ore più impensate se si ha bisogno di una parola di conforto, una serata tra donne – in espatrio bisogna riconquistarsele ogni volta, e a volte con grande, grande fatica. Quando si arriva ad amare qualcuno, a sentirlo intimo e vicino, è spesso il momento di dire addio. Vivere all’estero vuol dire rompere continuamente rapporti d’amore, affezionarsi a persone che per un periodo diventano parte integrante della tua vita – e la rendono bella e felice – e nel giro di un volo aereo non saranno mai più nel tuo quotidiano.

Se lasci alle spalle un lavoro che ti piace, spesso l’espatrio vuol dire anche solitudine professionale. Magari nel tuo nuovo paese non puoi lavorare, o non trovi il giusto lavoro. Potresti sentirti completamente priva d’identità, tornata alla stregua di quel modello di donna che tanto piaceva a tua mamma ma nel quale tu non ti riconosci per niente. A volte la voglia di lavorare e metterti in gioco in qualcosa di più stimolante che un rigurgito di latte o una serie TV può diventare talmente intensa da spezzarti. E oltre a tutto questo, devi sentirti la Fatidica, e vederti sminuita perché stai “solo” facendo la mamma.

Vogliamo parlare del fare la mamma all’estero? Permettetemi di citare un altro articolo che ho scritto tempo fa, e che evidentemente non ha letto nessuno, altrimenti non saremmo qui oggi a discutere di queste cose:

Dietro a un figlio ben inserito nel suo contesto scolastico e sociale c’è sicuramente una madre che ha tessuto rapporti con le madri dei compagni, con i professori, con il personale scolastico, che ha partecipato a riunioni delle associazioni più svariate per scoprire quante più cose possibili del paese d’accoglienza, che ha battuto luoghi dove poter portare il proprio figlio a fare attività extrascolastiche, che lo accompagna, in prima persona e con la sua auto, attraverso città con regole di guida spesso drasticamente diverse dalle proprie, e che lo riprende alla fine dell’attività, spezzando così un intero pomeriggio; c’è una madre che organizza feste, incontri, che si sforza di capire come fare per invitare più gente possibile, cosa offrire da mangiare, e che poi batte tutti i negozi che intravede o di cui viene a conoscenza per trovare quegli oggettini particolari che inseriti in un gioco (che magari si è inventata lei) faranno il successo sicuro della festa; c’è una madre che comunica in lingue straniere con il più grande numero di persone locali ed espatriate per stimolare  sufficiente fiducia in modo che i genitori lascino che i loro figli si rechino nella sua casa, condividano momenti belli con i suoi figli, magari restino a dormire, routine che in Italia si forma dalla prima elementare e si dà per scontata col passare del tempo, ma che in espatrio va riaffrontata ogni volta su una base tutta da ricostruire.”.

 

Mi stavo dimenticando: non siamo solo madri, siamo anche figlie. E volete sapere una cosa? E’ difficile e pesante occuparsi dei genitori che invecchiano, ma quanto pensate che possa essere struggente sapere che vostra madre sta vivendo gli ultimi mesi della sua vita e voi non ci siete? O che vostro fratello sta impazzendo per star dietro a tutto, e voi non potete dargli una mano semplicemente perchè siete a migliaia di chilometri di distanza? Avete idea di quante volte ci si sveglia nella notte e si comincia a sudare pensando che se la telefonata arriva adesso, avrete davanti a voi almeno ventiquattro ore di viaggio e nella migliore delle ipotesi arriverete giusto in tempo per il funerale?

Devo parlarvi della salute? Star male in una lingua diversa, con medici mai visti prima, con approcci alla medicina magari distanti anni luce da quelli ai cui quali si è abituati, è una cosa che non auguro a nessuno. Ma che, soprattutto se vai a vivere in paesi complicati, sicuramente ti capiterà e anche più di una volta.

Chi vive all’estero, insieme alla gioia, grandissima e innegabile, di sperimentare con mano diverse culture, imparare ogni giorno cose nuove, e svilupparsi come essere umano ricco e completo, deve imparare a convivere e gestire sentimenti complessi, che non trovano riscontro nella vita stanziale che si è lasciata alle spalle. Forse aprirsi con affetto anche a quelle che sono le problematiche meno invidiabili di una vita all’estero può rendere anche chi resta più ricco e completo. E sicuramente contribuisce a fomentare rapporti buoni, belli e che valgono la pena di essere vissuti. Sempre, e ovunque nel mondo.

 

Claudia Landini (Claudiaexpat)
Jakarta, Indonesia
Giugno 2015

 

3 Comments, RSS

  • Mammafarandaway

    says on:
    15/06/2015 at 12:48 PM

    Ovazione per te, per tutto quello che hai scritto! Condivido ogni parola, ogni frase, perche’ sentita, perche’ vissuta.
    Devo ammettere che dopo undici anni in giro per l’Europa ho imparato a farmele scivolare addosso certe affermazioni, ma continuano a farmi riflettere.
    Credo che in tutte quelle affermazioni, quei giudizi non richiesti ci sia una sorta di invidia di certe donne che il coraggio che abbiamo avuto noi non avrebbero saputo dove trovarlo, che crescere i figli completamente da sola con il Babbo non sanno cosa voglia dire…potrei andare avanti ore ma non voglio intasare lo spazio dei commenti! 😉
    Grazie per i tuoi articoli, per la condivisione della tua esperienza e per il tuo modo accattivante di scrivere.