Home > Africa > Somalia > Espatrio in Somalia, un paradiso purtroppo perduto

Questo splendido articolo raccoglie la testimonianza di Franca sul suo espatrio in Somalia, a Mogadiscio, dal ’53 al ’56, e le considerazioni di sua nuora Gabriella, carissima amica di Expatclic e a sua volta ex expatriata.

E’ un articolo che ci sta particolarmente a cuore sia perchè ci dà la possibilità di immergerci nell’espatrio del passato, senza Internet e senza tutte le connessioni veloci che caratterizzano i nostri tempi e hanno definitivamente cambiato le nostre vite, ma anche, e direi soprattutto, perchè ci parla di un paese che non esiste più.

La Somalia è un colosso devastato da uno dei più sanguinosi e folli conflitti del continente africano. Nelle lotte tra fazioni, ambizioni di potere, interessi internazionali e giochi di parte, sono migliaia gli innocenti che hanno perso la vita e le cui vite sono sottoposte a quotidiane devastazioni, umiliazioni e lotte per la pura sopravvivenza. Speriamo che questa visione che ci offre Franca, di una Somalia la cui ricchezza culturale, profondità umana, calore e gioia sono state spazzate via nel corso di un pugno di decenni, possa aiutarci a riflettere con sensibilità e intelligenza, e a ricordarci dei paesi la cui sorte è meno fortunata del nostro.

Grazie di cuore Franca e Gabriella !!!!

 

“Era un giorno di luglio del 1953: l’aria calda del primo pomeriggio entrava a fiotti nella macchina che mi portava all’aeroporto, ed io ero immersa nei miei pensieri. Avevo appena lasciato tra lacrime e abbracci la casa dei miei genitori, dove vivevo anche dopo sposata, e insieme al mio piccolo Franco di 4 anni mi accingevo ad affrontare l’avventura più emozionante della mia vita.

Roma mi scorreva davanti al finestrino, con le sue ferite di guerra appena rimarginate, ed io pensavo a mio marito, che già da un anno si trovava in Somalia e che da allora non avevo più rivisto.

Enzo, a quei tempi capitano pilota dell’aeronautica militare, era in servizio all’aeroporto di Mogadiscio, che in quegli anni era sotto il nostro presidio, essendo stata la Somalia un protettorato italiano per conto dell’ONU fino al 1960 (AFIS Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia).

espatrio in somalia

L’arrivo a Mogadiscio

Lui era partito nel 1952, in attesa che noi lo potessimo raggiungere al più presto; purtroppo però i permessi per le famiglie avevano tardato quasi un anno ad arrivare, ma ormai il momento tanto sognato era giunto, e io non vedevo l’ora di riabbracciarlo e di riunire finalmente la nostra famiglia.”

Così comincia il racconto di Franca, la mamma di mio marito Paolo, e nonostante siano trascorsi oltre 50 anni i ricordi sono ancora vivissimi, i suoni, i colori e i profumi dell’Africa così presenti nella sua memoria. Franca ha vissuto un’esperienza intensa e indimenticabile, ma non voglio anticipare nulla della sua storia.

espatrio in somalia

Gruppo nel cortile dell’aeroporto

“Il viaggio aereo fu massacrante, durò quasi 24 ore con scali tecnici ad Alessandria d’Egitto, Asmara, Gibuti, sotto un sole infuocato; il clima torrido mise a dura prova la nostra resistenza, ricordo che a Gibuti avvolsi nel cappellino di Franco i cubetti di ghiaccio che il barman mi aveva versato nel tè e glieli misi in testa per evitargli un’insolazione. Finalmente il nostro quadrimotore atterrò a Mogadiscio e mi sentii una donna nuova…

Le famiglie degli ufficiali alloggiavano all’interno dell’aeroporto in alcune palazzine a un piano, molto comode e spaziose, anche se arredate spartanamente: c’erano inoltre il bar, la mensa, la piscina e una sala adibita a cinema, dove la sera gli avieri proiettavano qualche vecchio film; la nostra piccola comunità viveva tranquilla, i rapporti con il personale locale erano ottimi, e la città distava solo pochi chilometri.

espatrio in somalia

La ghepardina Simba

A Mogadiscio abitavano circa 5000 italiani, la maggior parte dei quali gestiva un’attività in proprio, principalmente di tipo commerciale; nei negozi si trovava di tutto, compresi naturalmente i prodotti italiani, la città era bellissima, piena di alberi, il clima era quasi sempre ventilato grazie al soffio del “tangabil”, non c’erano problemi sanitari né discriminazioni religiose. I somali erano gentili e ospitali, molti di loro parlavano italiano, e i contatti con la gente del posto furono sempre amichevoli. Ricordo le donne, slanciate ed eleganti, con le brocche dell’acqua sul capo; ricordo i pastori, portavano al polso un bracciale con un ferro a forma di mezza luna fissato di traverso e, quando era ora di dormire, si coricavano piegando il braccio dietro alla testa, cosicché la mezzaluna faceva da cuscino. Io scrivevo lunghe lettere a mia madre raccontandole entusiasticamente tutte le mie nuove esperienze, e non avevo nessuna nostalgia dell’Italia!

espatrio in somalia

Franco, Paolo e Mohammed

Dopo alcuni mesi dal mio arrivo mi accorsi di aspettare un altro bambino: era una bellissima notizia, e la prospettiva di partorire in un paese straniero non mi spaventò, forse il destino voleva che io mi legassi a quella terra con un legame così forte come solo la nascita di un figlio può creare”.

Franca è sempre stata una donna attiva e coraggiosa, desiderosa di viaggiare e conoscere, e anche oggi non è mai stanca di imparare e vedere cose nuove; io in seguito mi sono ritrovata nelle sue stesse condizioni, quando nel ’91 in Gabon aspettavo la mia secondogenita, ma erano altri tempi e potei tranquillamente prendere un aereo e tornare in Italia per il parto, lei invece…

espatrio in somalia

Sull’uscio di casa

“Paolo nacque all’ospedale italiano di Mogadiscio il 2 maggio 1954: quella sera sorgeva la luna del sacro mese di ramadan, e tutti mi dissero che era di buon auspicio; infatti il parto fu naturale e senza alcuna complicazione. Paolo era un bambino dolcissimo, biondo, con gli occhi e la pelle chiarissimi; dopo pochi giorni tornai all’aeroporto e ricominciai ad occuparmi della mia famiglia “allargata”.

Accudire un neonato nei primi anni ’50 non era facile come ora; non c’erano sterilizzatori, frullatori, omogeneizzati, pannolini usa e getta, ma non avrei avuto tutte queste cose nemmeno a Roma, per cui non fece differenza essere in un altro continente: nel cortile dell’aeroporto avevamo due fontanelle di acqua dolce, che io facevo bollire per fargli il bagnetto, per bere e cucinare.

espatrio in somalia

Escursione ad Afgoi

Paolo cresceva sano e robusto, anche Franco godeva di ottima salute e si divertiva a giocare in assoluta libertà. Spesso la domenica si andava, insieme agli amici della base, a fare delle gite nei dintorni: ricordo le lussureggianti distese di alberi di banane ad Afgoi, ricordo l’emozione nel visitare la tomba del grande esploratore Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, sepolto sulla riva del fiume Uebi Scebeli; a volte il Governatore italiano dava bellissime feste nel suo palazzo, che si trovava su una collina sovrastante la città, e allora si incontravano le altre famiglie di espatriati, specialmente militari o personale d’ambasciata. La mia vita scorreva felice in quel lembo di terra così semplice, sincera e piena di pace…”.

Dal CORRIERE DELLA SERA, novembre 2007: MOGADISCIO – Antonietta, una delle pochissime donne cristiane di Mogadiscio, piange disperatamente. Ha dovuto lasciare la sua casa diroccata nel quartiere Wardigley ed è scappata anche lei verso il campo di Afgoi, a una trentina di chilometri dalla capitale, una volta centro agricolo orgoglio della Somalia. Le banane di Afgoi riempivano i banchi dei mercati di tutta Europa.

espatrio in somalia

Una recente foto di Franca in Egitto

Oggi, dopo 16 anni di guerra civile, la città è solo un ammasso di profughi sventurati. Almeno duecentomila persone sono fuggite da Mogadiscio. Da una decina di giorni, per l’ennesima volta, la capitale somala è sconvolta da violenti scontri. L’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) denuncia: «In Somalia gli sfollati sono ormai un milione, su sette milioni di abitanti». Afgoi scoppia, non ci sono le strutture per accogliere chi scappa e gli aiuti non arrivano.

Tre anni interi senza mai rientrare in Italia, senza internet, solo carta e penna, senza webcam, solo qualche foto in bianco e nero; certo la permanenza all’estero di Franca fu un distacco molto forte dalla madrepatria e dai parenti, fu proprio una seconda vita, che però era destinata ad interrompersi…

“Settembre ’56: la partenza fu straziante; mi illusi fino all’ultimo che sarebbe stata rinviata, ma quando vidi la gru che caricava sulla nave i nostri bauli mi sentii un vuoto dentro. Il nostro “boy” Ali, al quale avevo insegnato a leggere e scrivere in italiano, mi pregava di portarlo a Roma con noi, ma come potevo, io a quell’epoca non avevo neppure una casa in Italia; mentre stavamo per salpare dal porto di Mogadiscio lo vidi correre verso la nave con una cuffietta bianca in mano: era un regalo per Paolo, che ancora conservo in un cassetto.

Il viaggio durò due settimane e stemperò un poco la tristezza dell’addio, ma quando attraccammo a Civitavecchia capii che la “mia Africa” era svanita per sempre, inghiottita in un’altra dimensione geografica e temporale. Vive ancora nella mia mente e nel mio cuore, e se chiudo gli occhi mi sembra di risentire la banda degli ascari che entra in aeroporto suonando un’allegra marcetta militare…..”

Franca non è più tornata a Mogadiscio, ha visitato però altre regioni dell’Africa come turista; oggi abita a Roma, purtroppo è rimasta sola, ma figli e nipoti le sono vicini con grande affetto; è sempre innamorata del mondo e della vita, e spesso ripensa alle persone conosciute in Somalia, dove tutto è stato distrutto, dove la vita non ha più alcun valore.
Mio marito Paolo tornò laggiù una volta insieme a suo padre nel ’73 e fece in tempo a rivedere i luoghi natii, tuttavia la situazione stava già deteriorandosi: oggi anche l’aeroporto non esiste più, il cimitero italiano è stato profanato e le ossa disperse nella sabbia, le donne subiscono violenze inenarrabili e i bambini imbracciano i fucili. Somalia, paradiso perduto, terra insanguinata, dove le belve feroci si chiamano uomini, vivrai per sempre nei cuori di coloro che ti sono lontani. Grazie Franca del tuo racconto, possa la tua testimonianza felice ridare speranza a chi soffre.  

Gabriella
Milano
Ottobre 2008

(Visited 21 times, 1 visits today)

Già che sei qui ...

... possiamo chiederti di offrirci un caffe ? Scherziamo, naturalmente, ma fino a un certo punto. Come forse avrai notato, Expatclic non ha  pubblicità nè quote associative obbligatorie. Da 14 anni lavoriamo volontariamente per garantire dei contenuti e un'assistenza di qualità alle espatriate in tutto il mondo. Mantenere un sito di queste dimensioni, però, ha dei costi, che copriamo parzialmente autotassandoci e con donazioni spontanee di chi ci segue e apprezza da anni. Se tu potessi dare anche solo un piccolo contributo per coprire il resto, ti saremmo immensamente grate ♥ Puoi sostenerci con una donazione o diventando socia onoraria. Grazie di cuore.

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*