Home > Africa > Somalia > Somalia: un’altra bella storia con Carlo e Gabriella
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A questo punto Gabriella non ha bisogno di introduzione perchè da tanto tempo scrive regolarmente per Expatclic. Gabriella è stata espatriata e attualmente vive in Italia, da dove puntualmente partecipa alle nostre iniziative e pensa sempre al sito e a come arricchirlo con testimonianze di rilievo.

Questa che ci propone oggi è frutto di un incontro avvenuto grazie alla storia di sua suocera, che Gabriella aveva gentilmente scritto per Expatclic. Carlo, che leggerete tra poco, ha trovato quella testimonianza e si è messo in contatto con Gabriella. Quella che segue è la loro chiacchierata su un passato che, anche se sempre più lontano, palpita con intensità,  dentro chi l’ha vissuto con malinconia e dolcezza. Grazie Gabriella e Carlo !

 

Quando, circa due anni fa, raccontai a Expatclic la storia dell’espatrio di mia suocera Franca a Mogadiscio nei lontani anni ’50, non immaginavo che quell’affascinante rievocazione avrebbe avuto un seguito; invece, poco tempo dopo, mi rintracciò sul web un ufficiale dell’aviazione somala che era nato e vissuto da bambino nella stessa base aerea dove aveva avuto luogo la vicenda da me narrata.

Ma non è tutto: un’altra voce è riemersa dal passato dopo oltre cinquant’anni, risvegliando nuovamente la dolce nostalgia di Franca. Questa volta si tratta di Carlo, figlio di un ufficiale dell’aeronautica italiana di stanza all’aeroporto di Mogadiscio in quel fatidico periodo, quando l’Italia era impegnata in una gloriosa missione di pace e aiuto al futuro Stato somalo.

Carlo abita a Roma, ed è proprio a casa di Franca che ci incontriamo per realizzare questa piacevole chiacchierata: statue e maschere tribali, lance, legni intarsiati, avorio e malachite, pelli di animali e tappeti, nel salotto di Franca si respira l’aria di un’Africa selvaggia e ancora incontaminata.

La prima domanda che ci viene spontaneo chiedere a Carlo è in che modo sia venuto a conoscenza di Expatclic e, in particolare, della mia storia; come vi accorgerete, la sua è stata una vera famiglia expat, e lo è tuttora, considerando che suo figlio vive in Francia.

“La mia curiosità riguardava le motivazioni che spinsero i miei genitori, subito dopo la guerra, a decidere di partecipare a quella splendida pagina di storia che fu il Protettorato Italiano sulla Somalia.

Molti dei volontari, ed era il caso di mio padre, conoscevano bene le nostre ex-colonie e soffrivano del cosiddetto “mal d’Africa”.

L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, cercava un’occasione per ricostruire la sua immagine di fronte alla comunità internazionale. Quando ho inserito su Google le parole “AFIS e Somalia”, il motore di ricerca mi ha indicato, fra gli altri, il vostro interessantissimo sito. La lettura dell’articolo mi dette i brividi, tanto il testo e le fotografie corrispondevano ai racconti dei miei genitori e ai miei ricordi. Tutto sembrava coincidere, e ho avuto davvero l’impressione di rivivere quegli anni lontani”.

Anche Carlo, come mio marito, era un bambino all’epoca dei fatti, ma ricorda molto bene quella bellissima avventura, e così comincia il suo racconto….

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L’arrivo di Carlo a Mogadiscio (dietro, in braccio al papà)

“Avevo solo due anni al mio arrivo in Somalia, tuttavia conservo numerosi ricordi del tutto personali, oltre alle foto e ai racconti dei miei genitori. Tutto inizia nel 1951 con il lungo viaggio verso Mogadiscio in grembo a mia madre, su un aereo molto simile a quello di Franca. Poi l’atterraggio e la sua disperazione quando io e mia sorella vomitammo ambedue sulla sua gonna. Mio padre, con le lacrime agli occhi dalla gioia, che attendeva da ore quel DC3, aereo assai collaudato, ma anche molto spartano.

Fra i ricordi: Hussein, il nostro affezionatissimo “boy” somalo, con cui abbiamo corrisposto ogni anno sino alla morte di mio padre; i serpenti velenosi che gli avieri uccidevano all’interno dell’aeroporto, e le scimmie che ci prendevano in giro; le gite a una spiaggia selvaggia vicina a Mogadiscio, le noci di cocco e il venditore di banane con il casco in spalla; le suore italiane dell’asilo in città, la vita tranquilla nell’aeroporto…”

Carlo prosegue parlandoci di suo padre, e dalle sue parole traspare tutta l’ammirazione che egli prova per lui.

“Mio padre fu tra i primi ufficiali italiani a giungere a Mogadiscio. Durante la guerra era stato prigioniero in Kenya e, come dicevo prima, aveva ancora il mal d’Africa. L’aeroporto, abbandonato malvolentieri dagli inglesi, era in cattive condizioni e mio padre, ufficiale del Genio Aeronautico, fu incaricato di condurre le necessarie opere di ripristino. Dopo due anni, nel 1953, mia madre cominciò a soffrire di una continua febbretta, per cui fu deciso il nostro rientro in Italia.

La nave “Africa” ci attendeva al largo di Mogadiscio. Fui issato a bordo con una gru dentro ad una sorta di “navicella” e cominciò il viaggio verso il porto di Napoli. Un anno dopo, nel 1954, eravamo di nuovo “expat”, questa volta a Parigi allo “SHAPE”, dove si stava realizzando quella bellissima esperienza che era la nascita in Occidente di comunità internazionali, civili o militari, che anticipavano lo spirito della attuale comunità europea.”

Prima di chiedere a Carlo di parlarci della sua esaltante esperienza in Francia, ricordiamo brevemente i fatti storici: nell’aprile del 1949 dodici nazioni dell’Europa occidentale, Italia compresa, e del Nord America, firmarono a Washington il Trattato Nord-Atlantico (NATO), patto di alleanza per il quale un eventuale attacco armato ad uno degli stati firmatari sarebbe stato considerato un attacco contro tutti gli altri; purtroppo il clima post-bellico era ancora segnato dalle ferite del conflitto mondiale e dal timore di una nuova guerra, che avrebbe potuto scaturire dall’ormai insanabile rivalità est-ovest.

Nell’anno successivo le nazioni aderenti al Patto crearono una struttura militare integrata per le forze NATO in Europa, il cui primo comandante supremo fu il generale americano Dwight D. Eisenhower, leader delle forze armate alleate durante la guerra nonchè futuro presidente degli Stati Uniti.

Nel gennaio 1951 egli organizzò a Parigi il suo quartier generale, chiamandolo “SHAPE” (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), dapprima in una sede provvisoria all’Hotel Astoria, poi in una vera e propria base nel sobborgo di Rocquencourt.

Mentre il suo staff si occupava dei piani per la difesa dell’Europa, Eisenhower cominciò una serie di visite ufficiali alle nazioni membro, per incoraggiare la loro cooperazione e il loro interesse verso un ideale di ordine e pace mondiale. Quando nel 1952 egli lasciò l’incarico per affrontare la candidatura alla Presidenza, molti passi avanti erano stati fatti, e la paura che prima si annidava nei cuori degli uomini di tutta Europa aveva lasciato il posto ad uno spirito di ottimismo e di fiducia nel futuro. Diamo la parola a Carlo:

Tornati in Italia, mio padre, sempre alla ricerca di novità, chiese di prender parte a una nuova esperienza, che doveva consolidare ulteriormente la posizione italiana nell’ambito della comunità occidentale, e che presentava una difficoltà non banale a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Si trattava di far cooperare e vivere insieme militari di paesi che si erano combattuti durante la guerra.

Credo che l’obiettivo fu raggiunto abbastanza agevolmente in quanto, in quegli anni, prevaleva in tutti noi europei la volontà di riconciliazione e l’intento di costruire insieme le condizioni per un periodo duraturo di pace.

La sede del comando dell’Alleanza Atlantica era appunto a Parigi, e nei dintorni della città fu creato dal nulla e in tempi brevissimi un villaggio in grado di ospitare le famiglie dei militari. Per guadagnar tempo, furono costruite palazzine con tecniche innovative di prefabbricazione, rimaste famose tra i tecnici del settore. Le famiglie dei militari delle nazioni partecipanti furono distribuite in modo che fosse alto il livello di integrazione fra esse. Ad esempio, nella nostra palazzina vivevano sei famiglie di cinque nazionalità diverse: francesi, danesi, italiani, belgi e americani.

Tutti noi bambini giocavamo insieme, ed insieme frequentavamo quella che credo sia stata la prima scuola internazionale nata in Europa. Gli insegnanti avevano un’ottima reputazione, per cui anche i parigini che abitavano nelle vicinanze insistettero per mandarvi i propri figli. Di fatto, sui 400 allievi iscritti, circa 200 erano francesi. Le lezioni si svolgevano in francese, tuttavia insegnanti delle altre nazioni intervenivano ogni settimana per consentire ai ragazzi di non perdere l’aggancio con i programmi scolastici del loro paese di origine. Gli inglesi avevano classi diverse, in cui era prevalente l’insegnamento madrelingua, ma ogni occasione era buona per riunire insieme le classi di pari età.

Il primo giorno di scuola il direttore ci accolse e ci parlò uno ad uno ed io, bambino di 6 anni, ricordo ancora il calore con cui dichiarava la sua simpatia per noi piccoli stranieri. Con nostra sorpresa, mesi o addirittura anni dopo, si ricordava ancora il nostro nome!

Negli anni successivi la scuola divenne sede di un liceo che prese il nome di “Liceo Internazionale della NATO” e che contava sei sezioni distinte (con insegnamento in sei lingue diverse). Tuttavia credo che il periodo più significativo fu proprio quello degli anni iniziali, in cui, con molto entusiasmo e con spirito pionieristico, si tentò di creare fra i giovani un nuovo tipo di mentalità, preludio ad analoghe, successive esperienze nelle principali sedi della Comunità Europea. Oggi questi “melting pots” di nazionalità diverse sono molto più frequenti, ma negli anni ’50 forse esistevano soltanto in pochi altri paesi, come Stati Uniti e Israele.”

La formazione di Carlo è stata quindi internazionale sin dall’infanzia, un’opportunità davvero eccezionale per quell’epoca; ora ci confessa di avere in mente un progetto importante, un viaggio attraverso il tempo e lo spazio ……

somalia“Da circa due anni ho iniziato una ricerca sulla mia famiglia, che si sviluppa dalla seconda metà del ‘700 sino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Questo tipo di ricerca inizia in genere con un’indagine genealogica che, tramite documenti anagrafici e registri ecclesiastici, conduce abbastanza agevolmente ad individuare i nostri trisavoli, i quali vivevano all’incirca negli anni in cui l’Europa era attraversata dagli eserciti napoleonici.

Una volta riportati su un grande foglio i nomi dei miei antenati, le date di nascita e le complesse ramificazioni, la mia curiosità non era affatto appagata e volevo conoscere di più; in particolare, come queste persone avessero attraversato gli eventi più traumatici della Storia. Penso soprattutto alle guerre, alle epidemie e alle crisi economiche che non di rado hanno provocato mutamenti radicali nella vita delle persone. Alcuni di questi eventi hanno causato fenomeni di emigrazione o di espatrio temporaneo, che hanno riguardato moltissime famiglie italiane dell’ 800 e del ‘900. Nel caso della mia famiglia, l’emigrazione si indirizzò verso il Sud America ed avvenne intorno al 1860. Il mio bisnonno ebbe successo nel commercio del caffè nelle provincie delle Ande venezuelane, e lasciò discendenti sulle due sponde dell’oceano.

Grazie ad Internet e a Facebook, ho potuto ritrovare alcuni di loro in Venezuela, e ricevere documenti utili a ricostruire molti dettagli di quella vicenda. Riguardo alla Somalia, rovistando nell’archivio storico on-line del quotidiano La Stampa, ho rintracciato alcuni articoli sui primi mesi dell’AFIS. Ho trovato anche dei libri su quel periodo nell’archivio del Ministero dell’aeronautica. E poi ci sono le testimonianze…. La Somalia è stata un bel ricordo per tutti noi; mia madre e mio padre amavano l’avventura e non si accontentarono mai di una vita tranquilla in Italia. La loro generazione era coraggiosa e piena di speranze dopo il disastro del conflitto mondiale”.

Ed è a quella generazione che dobbiamo essere grati, per l’impegno profuso in difesa della pace e del bene collettivo, per la lotta contro lo sfruttamento dei popoli e le dittature, così tristemente di attualità in questo periodo, e per l’attaccamento a valori e ideali di altissimo livello.

Grazie. E, come sempre, grazie a Expatclic che ci ha fatto conoscere, permettendoci di ricordare e condividere questa esperienza di vita.

 

Carlo e Gabriella
Roma
Marzo 2011
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